DANNO ERARIALE

Discarica la Torre, condannati dalla Corte dei Conti a risarcire 1 milione di euro

Tra i cinque imputati anche l’ex prefetto Camerino

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Discarica la Torre, condannati dalla Corte dei Conti a risarcire 1 milione di euro


TERAMO. «Hanno agito con estrema leggerezza  e noncuranza dell’interesse pubblico, non espletarono le loro mansioni correttamente, ciò che avrebbe consentito di evitare il danno erariale di cui è causa».
Per questo motivo cinque persone, tra cui l’ex prefetto di Teramo Francesco Camerino, sono state condannate dalla Corte dei Conti a restituire 1 milione di euro allo Stato. La Procura aveva chiesto la condanna a 2 milioni di euro.
La vicenda è quella relativa alla discarica La Torre di Teramo il 17 febbraio 2006. Oltre a Camerino,  all’epoca dei fatti nominato commissario delegato per l’attuazione degli interventi urgenti che dovrà risarcire 100mila euro, la condanna riguarda anche Siro Matani, collaudatore finale dell’opera (250mila euro),  Maria Angelo Mastropietro, responsabile del procedimento (150mila euro) e i direttori dei lavori Roberto Di Giovanni e Carlo Taraschi (250mila euro ciascuno).
La segnalazione alla Corte dei Conti era stata fatta dal pm teramano Stefano Giovagnoni, titolare dell’inchiesta bis, parallela a quella del crollo, aperta proprio sui lavori di messa in sicurezza della discarica.
Ad ottobre 2013 venne condannato Matani. Quattro mesi prima, invece, per il crollo vennero condannati a un anno e quattro mesi, con pena sospesa, l'ex assessore all'ambiente del Comune di Teramo, Berardo Rabbuffo, e il dirigente dello stesso settore comunale, Nicola Di Antonio. Il pm Stefano Giovagnoni aveva chiesto una condanna anche per l’allora sindaco Gianni Chiodi, assolto «perché il fatto non costituisce reato».

L’EMERGENZA E I LAVORI
Dopo il crollo della discarica venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidenza del Consiglio stanziò 2 milioni di euro per i lavori di messa in sicurezza: 1,5 mln a carico del bilancio della Protezione civile e 500mila a carico del bilancio del Ministero dell’Ambiente.
Come ricostruito nel corso del procedimento, però, i lavori affidati alla prefettura come stazione appaltante, non sarebbero stati eseguiti come stabilito nel progetto esecutivo.
Come emerge dalla memoria depositata da dirigente comunale del Settore pro tempore è emersa la «realizzazione di molte opere non conformi ed in quantità diminuita rispetto al progetto approvato».
Nel procedimento penale il perito tecnico aveva evidenziato «difformità rispetto al progetto esecutivo iniziale, nonostante che dall’atto di collaudo tecnico amministrativo risulti che i lavori sono stati eseguiti secondo il progetto esecutivo e nel rispetto delle prescrizioni contrattuali e anche la Provincia di Teramo certifichi che i lavori di realizzazione delle opere risultano conformi al progetto autorizzato, salvo lievi varianti ammissibili».
Gli imputati si sono difesi respingendo tutte le accuse. Ma per i giudici non ci sono dubbi: «i riscontri tecnici ed i sopralluoghi effettuati, fondati su dati fattuali obiettivi, risultano assolutamente convergenti».
I giudici sposano la tesi del pm che aveva puntato il dito contro l’inefficienza del sistema di raccolta e convogliamento del percolato, le modalità di realizzazione dei pozzi dualie dello stesso impianto per il biogas, la palese inconsistenza ed inadeguatezza del sistema di copertura provvisoria dei rifiuti.
«Non appare superfluo precisare», sottolineano i giudici, «che nei lavori pubblici è necessario che sussista sempre la corrispondenza tra le prescrizioni progettuali (di massima ed esecutive, integrate con le successive perizie e modifiche) e quanto realizzato e certificato escludendo difformità tra opera realizzata e progetto originario ». Secondo il collegio l’ex prefetto al quale erano stati  conferendogli delicati compiti da adempiere «con scrupolo e rigore», «non esercitò gli ampi poteri che l’o.p.c.m. n. 3542 del 2006 gli aveva intestato, ma emise il decreto in data 16 dicembre 2008 di approvazione del certificato di collaudo».
a.l.