6 APRILE 2009

Terremoto e bagni chimici, il processo stenta e la prescrizione si avvicina

Tra rinvii encate notifiche scorrono gli anni

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Terremoto e bagni chimici, il processo stenta e la prescrizione si avvicina

Terremoto e bagni chimici, il processo stenta e la prescrizione si avvicna
Tra rinvii encate notifiche scorrono gli anni
Terremoto, bagni chimici, l’aquila, angelo venti, inchiesta, libera, tendopoli
L’AQUILA. «Sono passati 5 anni e al Tribunale dell’Aquila non è ancora partito il processo sulla “Truffa dei cessi”. Intanto si avvicina, inesorabile, la prescrizione: per gli sfollati – e  per l’opinione pubblica – non ci sarà nessuna verità giudiziaria su come sono stati spesi, dal Dipartimento di protezione civile, circa 33 milioni di euro per la gestione del servizio dei bagni chimici Sebach nelle tendopoli del cratere».
Il giornalista Angelo Venti, che con le sue inchieste aveva fatto scoppiare il caso, prende nota dell’ennesimo rinvio e sospira. «L’inchiesta sui bagni chimici merita di essere raccontata bene e dall’inizio», racconta. «E’ una storia che la dice lunga sulla fine che rischiano di fare molti dei processi legati alla gestione dell’emergenza post terremoto e alla ricostruzione».
Le indagini partirono nelle prime settimane del post terremoto su segnalazioni raccolte dal presidio aquilano di Libera di vui Venti fa parte. Nel 2012 la conclusione delle indagini e la divisione in due tronconi dell’inchiesta: a Roma si procede per falso e a L’Aquila per truffa in pubbliche forniture. «Nel tribunale del capoluogo abruzzese si sono tenute finora 5 udienze», ricostruisce Venti: «le prime quattro sono state tutte rinviate o per difetti di notifica o perché il Pm non si è presentato in aula. La quinta, venerdì scorso, si è conclusa, dopo le eccezioni procedurali sollevate dalla difesa, con il rinvio degli atti alla procura per riformulare i capi d’imputazione.
Come nel gioco dell’oca si torna così, dopo 5 anni, alla casella iniziale: tutto da rifare. Forte lo sconcerto per il pubblico presente nell’aula giudiziaria, rabbia e avvilimento per chi questa inchiesta l’ha seguita sin dall’inizio, uomini delle forze dell’ordine in primis che vedono il loro lavoro andare in fumo».
 Il legale del Comitato 3e32, Lorenzo Cappa, non è riuscito ancora a presentare la richiesta di costituzione di parte civile.
Eppure lo scandalo è enorme: «l’affare è di dimensioni colossali», ricorda Venti. Il costo preventivato dal Dipartimento di protezione civile per i bagni chimici è una parte consistente delle spese della prima emergenza: 33 milioni di euro, quasi un quarto dei fondi per il mantenimento delle tendopoli. Arriva a 4mila il numero dei bagni presenti nelle tendopoli del cratere, al prezzo di noleggio di 23,40 euro ciascuno, comprensivo di una pulizia giornaliera. 
Il Dipartimento decide però di strafare, e richiede altre 3 pulizie aggiuntive giornaliere, facendo lievitare il costo a quasi 80 euro per ogni singolo bagno: cioè una spesa totale di quasi 320mila euro al giorno per i soli bagni chimici (l’emergenza aquilana è durata circa sei mesi). «Un servizio decisamente eccessivo, quello richiesto dal Dipartimento di Bertolaso: ogni ospite delle tendopoli poteva produrre fino a 100 litri al giorno di pipì e popò», calcola il giornalista marsicano.
Il presidio aquilano di Libera si mette subito al lavoro. Le segnalazioni che raccoglie nelle primissime settimane del post sisma sono allarmanti. «Raccontano di liquami smaltiti illegalmente nei fiumi e nei canali e di bolle di trasporto falsificate», continua Venti, «di ditte che si sabotano a vicenda le pompe dei mezzi di espurgo per contendersi la gestione del servizio in più campi possibili; di contatti tra ditte che gestiscono il servizio e funzionari della Protezione civile per gonfiare le fatture, di pulizie non eseguite secondo contratto. Tra le ditte, diverse imprese che da anni collaboravano con la Protezione civile per la gestione dei rifiuti in Campania».
Libera segnala quanto sta avvenendo a diverse forze dell’ordine, a mettersi al lavoro è la squadra mobile guidata da Salvatore Gava, che acquisisce tutte le notizie.
Chissà se si arriverà mai alla verità in un’aula di tribunale.  

L’AQUILA. «Sono passati 5 anni e al Tribunale dell’Aquila non è ancora partito il processo sulla “Truffa dei cessi”. Intanto si avvicina, inesorabile, la prescrizione: per gli sfollati – e  per l’opinione pubblica – non ci sarà nessuna verità giudiziaria su come sono stati spesi, dal Dipartimento di protezione civile, circa 33 milioni di euro per la gestione del servizio dei bagni chimici Sebach nelle tendopoli del cratere».Il giornalista Angelo Venti, che con le sue inchieste aveva fatto scoppiare il caso, prende nota dell’ennesimo rinvio e sospira. «L’inchiesta sui bagni chimici merita di essere raccontata bene e dall’inizio», racconta. «E’ una storia che la dice lunga sulla fine che rischiano di fare molti dei processi legati alla gestione dell’emergenza post terremoto e alla ricostruzione».Le indagini partirono nelle prime settimane del post terremoto su segnalazioni raccolte dal presidio aquilano di Libera di vui Venti fa parte. Nel 2012 la conclusione delle indagini e la divisione in due tronconi dell’inchiesta: a Roma si procede per falso e a L’Aquila per truffa in pubbliche forniture. 

«Nel tribunale del capoluogo abruzzese si sono tenute finora 5 udienze», ricostruisce Venti: «le prime quattro sono state tutte rinviate o per difetti di notifica o perché il Pm non si è presentato in aula. La quinta, venerdì scorso, si è conclusa, dopo le eccezioni procedurali sollevate dalla difesa, con il rinvio degli atti alla procura per riformulare i capi d’imputazione.Come nel gioco dell’oca si torna così, dopo 5 anni, alla casella iniziale: tutto da rifare. Forte lo sconcerto per il pubblico presente nell’aula giudiziaria, rabbia e avvilimento per chi questa inchiesta l’ha seguita sin dall’inizio, uomini delle forze dell’ordine in primis che vedono il loro lavoro andare in fumo». 

Il legale del Comitato 3e32, Lorenzo Cappa, non è riuscito ancora a presentare la richiesta di costituzione di parte civile.Eppure lo scandalo è enorme: «l’affare è di dimensioni colossali», ricorda Venti. Il costo preventivato dal Dipartimento di protezione civile per i bagni chimici è una parte consistente delle spese della prima emergenza: 33 milioni di euro, quasi un quarto dei fondi per il mantenimento delle tendopoli. Arriva a 4mila il numero dei bagni presenti nelle tendopoli del cratere, al prezzo di noleggio di 23,40 euro ciascuno, comprensivo di una pulizia giornaliera. Il Dipartimento decide però di strafare, e richiede altre 3 pulizie aggiuntive giornaliere, facendo lievitare il costo a quasi 80 euro per ogni singolo bagno: cioè una spesa totale di quasi 320mila euro al giorno per i soli bagni chimici (l’emergenza aquilana è durata circa sei mesi). «Un servizio decisamente eccessivo, quello richiesto dal Dipartimento di Bertolaso: ogni ospite delle tendopoli poteva produrre fino a 100 litri al giorno di pipì e popò», calcola il giornalista marsicano.Il presidio aquilano di Libera si mette subito al lavoro. Le segnalazioni che raccoglie nelle primissime settimane del post sisma sono allarmanti. «Raccontano di liquami smaltiti illegalmente nei fiumi e nei canali e di bolle di trasporto falsificate», continua Venti, «di ditte che si sabotano a vicenda le pompe dei mezzi di espurgo per contendersi la gestione del servizio in più campi possibili; di contatti tra ditte che gestiscono il servizio e funzionari della Protezione civile per gonfiare le fatture, di pulizie non eseguite secondo contratto. Tra le ditte, diverse imprese che da anni collaboravano con la Protezione civile per la gestione dei rifiuti in Campania».Libera segnala quanto sta avvenendo a diverse forze dell’ordine, a mettersi al lavoro è la squadra mobile guidata da Salvatore Gava, che acquisisce tutte le notizie.Chissà se si arriverà mai alla verità in un’aula di tribunale.