La mafia secondo Palagonia, il poliziotto senza volto costretto a nascondersi

Alessandro Biancardi

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      La mafia secondo Palagonia, il poliziotto senza volto costretto a nascondersi
I VIDEO. PESCARA. Una mattinata difficile da dimenticare per molti studenti passata a parlare di malavita organizzata con un poliziotto antimafia costretto a nascondersi dietro un paravento e uno pseudonimo.  *QUALCHE DOMANDA AL POLIZIOTTO ANTIMAFIA GIANNI PALAGONIA

Alla sua ventottesima presentazione aldilà di un paravento, ieri mattina, nell’aula magna del liceo Classico “G. D’Annunzio”, il poliziotto Gianni Palagonia, ha incantato, punzecchiato, risvegliato, scosso i ragazzi con il racconto delle sue esperienze lavorative e delle ripercussioni sulla sua vita privata. Quella vita annullata, calpestata, ridotta all’osso dalle minacce della mafia che lo hanno costretto a trasferirsi al nord dove ora conduce «una vita normale» (dice).

Un discreto dispiegamento di forze dell’ordine si percepiva già fuori dal liceo. In sala poi erano presenti le più alte cariche delle forze dell’ordine cittadine, nonché il vicesindaco Berardino Fiorilli e il presidente della Provincia, Guerino Testa.

Da una parte i relatori a viso scoperto: il capo della Procura di Pescara, Nicola Trifuoggi, il questore Paolo Passamonti, la dirigente scolastica Luciana Vecchi, il dirigente scolastico provinciale Massimiliano Nardocci e la giornalista Rai, Daniela Senepa nelle ruolo di moderatrice della tavola rotonda. Dall’altra lui, dietro un paravento in legno con  la voce rotta dall’emozione e dalla rabbia di dover stare lì dietro.

 «Questa è la cosa che più mi fa arrabbiare:io uscirei anche in questo momento», ha esordito Palagonia, «uscirei per vedere i vostri volti, per parlarvi apertamente, ma rimango qui solo per l’incolumità della mia famiglia. Non me lo perdonerei mai se venisse torto un capello a qualche mio parente». Dietro un paravento da 5 anni, mentre da molto prima, dal 1992, si è dovuto trasferire da quella Sicilia assediata dalla mafia per aver arrestato alcuni boss del clan dei Santa Paola. Ma non solo mafia, Palagonia si è occupato anche dell’omicidio Biagi e di tante altre inchieste scottanti.

Un poliziotto antimafia con il pallino della scrittura che ha messo nero su bianco le sue esperienze in due libri, editi da Piemme,  “Il silenzio” e “Nelle mani di nessuno”.

 

 

Non manca di aggiornare continuamente il suo sito (http://www.giannipalagonia.it/) con il quale comunica con tanti sostenitori sparsi per l’Italia.

Nessun preambolo, nessun convenevole, solo un video sulla storia di Palagonia e di Vito Schifani, agente di scorta del giudice Giovanni Flacone ucciso nella strage di Capaci del 23 maggio 1992.

Poi si va dritti al sodo con le domande della giornalista e dei ragazzi. Non prima di aver mostrato tre striscioni contro la mafia, realizzati dalla seconda I con l’ausilio della professoressa Fatima Leone, che andranno a Palermo per partecipare al concorso “Gianni Falcone”, già vinto in passato dal liceo pescarese.

 CHI E’ IL MAFIOSO?

Si inizia dall’ abc. Chi è il mafioso oggi?

«Essere mafiosi è un atteggiamento sociale e mentale», ha spiegato Palagonia, «per esempio possono esserlo tutti quelli che non controllano, quelli che prendono la via più facile, quelli che sono nelle istituzioni per un proprio tornaconto, quelli che impoveriscono il cemento e le case cadono, quelli omertosi».

 

 

«Ora il mafioso non ha la coppola e la lupara, è laureato, parla più lingue, gira in giacca e cravatta», ha sostenuto.

Con linguaggio semplice, con una comunicatività che trapassa quel paravento, ha delineato l’evoluzione del fenomeno mafioso che ora sta attraversando una fase di silenzio, di calma apparente, di sommersione. Si è detto molto preoccupato per la tranquillità della mafia che potrebbe essere l’anticamera di un colpo grandioso o della presenza di patti con le istituzioni. Una situazione in cui, di fatto, le organizzazioni malavitose fanno gli affari più liberamente senza destare sospetti. Ci sono ma non si vedono.

O meglio, secondo Palagonia, si vedono benissimo. Basta farsi un giro e vedere le attività che aprono in città. E poi porsi qualche domanda.

 «SAPEVO TUTTO DEI FIGLI DEI MAFIOSI MA NON DEI MIEI»

Non ha letto un pezzo del suo libro sulle tante coraggiose azioni contro la malavita organizzata, ma uno sulla sua famiglia. Dalla bontà di quella dipende tutto, ha ripetuto. Nessuna paura a parlare del sofferto abbandono da parte della moglie stanca di avere un marito «sposato con la polizia».

 Una situazione di scollamento dalla realtà di cui il poliziotto antimafia si accorgeva, soffriva logorandosi dentro.

«Conoscevo ogni movimento dei figli dei mafiosi, i nomi degli amichetti, i nomi delle bambole, la torta del compleanno, gli invitati alla festa», ha raccontato, «ed invece non sapevo nulla dei miei che si dovevano accontentare di una semplice telefonata per dire che non tornavo e delle volte nemmeno di quella». Particolari della vita privata confessati con determinazione allo scopo di risvegliare nei ragazzi la consapevolezza della legalità. Un imperativo categorico quello di combattere la mafia che ha portato il poliziotto a sacrificare tutto della sua vita privata, anche se ora si dice felicemente risposato con una «donna meravigliosa».

 La semplice visione di una famiglia a spasso al parco non faceva altro che acuire la frustrazione che l’uomo Palagonia viveva ogni giorno. «Se i delinquenti entrano ed escono dal carcere, un poliziotto è perennemente sotto sequestro», ha ironizzato.

Mai un passo indietro, anzi. «Queste persone devono sapere che c’è chi si alza ogni mattina per rendergli la vita un inferno», ha ripetuto più volte. Un messaggio chiaro e preciso per tutti i ragazzi presenti e prossimi al voto. «Un momento importante al quale bisogna arrivare preparati», ha spiegato, «dovete leggere i giornali, confrontarli, porre domande. Dovete essere curiosi, la prima caratteristica di un buon poliziotto».

 TRIFUOGGI: «IN ABRUZZO NON CRIMINALITA’ AUTOCTONA, MA…»

A proiettare i racconti dell’agente antimafia in Abruzzo ci ha pensato il Procuratore capo della Procura di Pescara, Nicola Trifuoggi, delineando il fenomeno malavitoso nella ormai defunta “isola felice”.

«Qui non c’è un’organizzazione criminale autoctona, ma comunque non si può dire che non ci sia criminalità», ha illustrato Trifuoggi, «anzi più forte è la criminalità sul territorio, minori sono le infiltrazioni. Qui c’è più possibilità di infiltrazioni per la mafia albanese che in un periodo aveva colonizzato la costa con il traffico di droga e la prostituzione. Ora c’è uno stato di calma apparente». «Una città leggermente anarchica, Pescara», ha sottolineato il questore Passamonti, «che stiamo cercando di ordinare».

«Dobbiamo far rispettare le regole», ha detto rivolgendosi al parterre di ragazzi, «non dobbiamo vergognarci di riprendere un amico, non fa niente se poi ci chiamano infami o spioni».

Un applauso in piedi di tutta la sala, invocato da Palagonia per tutti “gli invisibili” morti per mafia, ha chiuso l’intenso incontro.

 Manuela Rosa   09/04/2011 10.23

 



 

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 QUALCHE DOMANDA AL POLIZIOTTO ANTIMAFIA GIANNI PALAGONIA

 L’INTERVISTA.PESCARA. Un paravento copre il suo viso. Uno pseudonimo la sua vera identità. Un microfono amplifica la sua voce. Nessuna maschera riuscirebbe a smorzare quella rabbia con cui parla. 

 Costretto da 5 anni a parlare ai ragazzi da dietro un paravento dopo le minacce mafiose di quelli che lui chiama senza paura «mezze persone» che lo hanno costretto a vivere una vita diversa. Aveva dato del filo da torcere alla malavita organizzata negli anni in cui la mafia teneva sotto scacco tutta la regione e non esitava ad imbracciare le armi per far fuori i propri nemici.

Una vita privata azzerata per l’amore di giustizia e verità, un abbandono sofferto da parte della moglie lo ha segnato (e non ne fa mistero), una conoscenza capillare della vita dei figli dei mafiosi ma non dei suoi e poi dal 1992 il trasferimento al nord. Questa è stata la sintesi della sua vita, raccontata in due libri, che lui stesso ha definito, con un inconfondibile accento catanese, «una cittadella assediata». Tradito dal suo stesso compagno di pattuglia al soldo del clan Santa Paola (ora in carcere per associazione mafiosa), non ama però parlare della trattativa «perché ci sono procedimenti in corso».

Nonostante tutto non ha lasciato la strada anzi, adesso nella Digos, è  tornato, «come un pivello» (dice), a fare gli appostamenti. «Come è andata? Come è andata?», ha chiesto non appena la sala si era svuotata, «i ragazzi erano attenti o avevano la testa poggiata su un braccio? Avrei voluto vedere i loro volti. Ma erano attenti vero?»

 Preoccupato con un bambino alle prime armi dell’attenzione dei ragazzi, non come un poliziotto che ha fatto tremare i polsi dei boss del clan di Nitto Santa Paola.

Il suo peggior incubo è una sua foto su Facebook. Quelle che tutti gli utenti caricano continuamente per lui potrebbero essere fatali.

Con il sorriso e con una rara disponibilità si è concesso alle tante domande dei pochi cronisti presenti.

 Che cosa ha fatto per essere costretto a scappare?

«Semplicemente il mio lavoro, mi sono ritrovato in un gioco troppo grande. Ho ricevuto tante e diverse minacce finchè un giorno si sono presentati a casa di un mio parente armati e da lì sono andato via».

 Chi o cosa le dà la certezza che non sappiano dove trovarla?

«Nessuno. Anzi se volessero farmi del male, potrebbero in ogni ora e momento. Il caso di Falcone è esemplare».

 



 

Cosa teme di più: la violenza della mafia o l’indifferenza verso il fenomeno?

«Sicuramente l’indifferenza».

 Perché si rivolge proprio ai ragazzi?

«Perché i ragazzi sono il mio punto di riferimento. Sono attenti, pungenti, assorbono come le spugne. Speriamo che riescano ad aiutarci a cambiare qualcosa».

 



 

 E’stato detto che in Abruzzo non c’è una mafia autoctona, ma ci sono ganci e fiancheggiatori, come si ferma sul nascere un’infiltrazione?

«Bisogna essere attenti ai cambiamenti del territorio. Bisogna guardare i negozi, le attività, magari andare ogni tanto dal presidente della Camera di commercio e chiedere l’elenco delle nuove a ttività e verificare. Come dice un proverbio catanese “dove si mangia e dove si muore, si fanno i soldi”. A magiare mangiamo tutti e a morire pure. La mafia serve il territorio: qui cosa serve un supermercato? E quello fanno. Un bar? E quello realizzano».

 Se gira per una città che non conosce, ci sono dei segnali chiari che indicano la presenza della malavita organizzata?

«I negozi, guardate i negozi. Comunque è anche una questione di allenamento: “quello buono” (così indicato tra i poliziotti il mafioso o l’affiliato) io lo posso riconoscere anche da come fuma una sigaretta. Mi è successo proprio l’altro giorno al supermercato mentre stavo con mia moglie. Poi siamo tornati a casa, ho controllato ed era davvero un mafioso».

 Avverte la gratitudine della gente rispetto a questa sua scelta tanto coraggiosa quanto dolorosa?

«Sì sì, ricevo tantissime mail tramite il mio sito o tramite Facebook. E sicuramente una cosa gradevole».

 La sua famiglia la sostiene?

«Sì. I miei figli mi ascoltano tanto e sono orgogliosissimi. Uno mi dice sempre di andare a parlare nella sua scuola e che vorrebbe dire a tutti: “Gianni Palagonia è mio padre”. Ma poi gli devo spiegare che non si può».

A parte la sua nobile motivazione che anima la sua azione, ma la paga non è un po’ da fame?

«Assolutamente sì. Un poliziotto con trent’anni di servizio prende 1900 euro al mese, ma non lo si fa per soldi. Ma solo perché loro devono sapere che qualcuno la mattina si alza per rendergli la vita un inferno».

 A differenza di Roberto Saviano che teme l’oblio, lei ha detto che il suo obiettivo è essere dimenticato. Perché?

«E’ la differenza tra lo scrittore e il poliziotto. Io spero che nessuno si ricordi di me e decida di cercarmi».

 Anche lei come Saviano avrà delle cose per cui vale la pena vivere, quali?

«Perché la vita è bella», ha risposto con gli occhi lucidi, pieni, emozionati e emozionanti. «Per ogni sensazione, per il sole, per la natura, per il sorriso di qualcuno».

 Cosa pensa prima di andare a dormire?

«Cerco di pensare alle cose belle, ai miei figli per esempio».  E mentre se ne va, ci tiene a dirci: «Oggi ho visto il sole, poi domani chissà».

 Manuela Rosa   09/04/2011 10.23