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Abruzzo. La Sixty può tornare ad esportare i suoi prodotti

L’agenzia delle Dogane di Pescara aveva sospeso lo status di esportatore autorizzato

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CHIETI. Via libera del Tar: la Sixty potrà tornare a esportare capi di abbigliamento, calzature, borse e accessori nella comunità europea e in Croazia.
Lo stop era arrivato nel febbraio 2012 con un provvedimento della Agenzia delle Dogane di Pescara che aveva revocato alla società l’autorizzazione per l'esportazione all'estero dei propri prodotti . La Sixty, da parte sua, ha deciso di impugnare il documento e dopo due anni è arrivata la vittoria.
La questione ruotava intorno alla distinzione delle merci da inviare all’estero che si distinguono in "origine preferenziale" o "non preferenziale". Le prime, in virtù di specifici accordi di libero scambio sottoscritti fra il paese di esportazione e quello di destinazione della merce, godono di aliquote di favore rispetto a quelle generalmente applicabili a identici prodotti provenienti da altri paesi. L’ufficio doganale di Pescara aveva contestato la regolarità delle dichiarazioni riportate sulle fatture di cessione presentate al momento dell’esportazione.
Secondo l’Agenzia, infatti, sarebbe stata «falsamente attestata l’origine preferenziale di prodotti invece di origine non preferenziale».
La società ha sempre respinto gli addebiti e si è difesa sostenendo che il problema nasceva dal programma contabile in uso che stampava la dichiarazione di origine preferenziale su ogni fattura, «anche quando si riferiscono a merci che hanno scontato il dazio doganale all'esportazione».
Le contestazioni sarebbero state perciò infondate, «siccome grazie al contenuto dell'allegato (alla fattura, ndr), senza indugio, si riesce a distinguere le merci di origine preferenziale da quelle extra Cee che nel caso in questione sono state assoggettata dalla Sixty al pagamento del dazio».

La società ha contestato anche il fatto che l’Agenzia prima di procedere alla revoca della autorizzazione avrebbe potuto e dovuto richiamare la Sixty ad effettuare diversamente la dichiarazione in fattura ad eventualmente ordinarle di adeguarla al modello normativo.
I giudici sposano l’ipotesi difensiva: «si può ritenere», si legge nella sentenza, «che il sistema operativo della ditta sia in grado di generare confusione e rendere comunque laborioso il compito di verifica. L’obbligo che i prodotti eccettuati dalla dichiarazione di origine preferenziale siano “chiaramente indicati” deve ritenersi imponga formalità in grado di renderle immediatamente individuabili e che l’allegato di riferimento sia perciò redatto in modo da soddisfare le esigenze di controllo e da assicurare la funzione di servire principalmente ad integrare la dichiarazione su fattura».

«Gli atti del procedimento dimostrano», si legge ancora, «che il soggetto autorizzato continua ad essere in grado di garantire l’accertamento del carattere originario dei prodotti, unica condizione il cui rispetto è esplicitamente dettato dall’art. 90, co. 1, reg. CEE 2454 cit., ed il cui venir meno è indicato dal co. 5 quale presupposto del ritiro dell’autorizzazione».