SANITA'

Abruzzo. Ospedale di Atessa: chiudere o non chiudere chirurgia per ferie?

Olivieri (Abruzzo civico) contro la Asl, ma ci sono pochi interventi

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Ospeale di Atessa

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ATESSA. Mario Olivieri, consigliere regionale di Abruzzo civico, difende il ruolo e la funzione dell’ospedale di Atessa visto che la Asl - per consentire le ferie a medici ed infermieri - vuole chiuderne qualche reparto, accorpandolo a Lanciano.
In realtà il problema vero per Atessa e per tutti gli ospedali è il personale ridotto per i tagli e per il mancato turnover, tanto che negli scorsi anni dappertutto molti reparti di varie specialità sono stati chiusi o accorpati.
Ma forse il consigliere Olivieri è sceso in campo per difendere il San Camillo di Atessa, da diversi anni nel mirino dei tagli minacciati ai piccoli presidi ospedalieri e rimasto ancora aperto per le battaglie solitarie del sindaco Nicola Cicchitti, prima contro Michele Caporossi, manager della Asl di Lanciano (ed ospite anche di un rovente consiglio comunale ad Atessa) e poi contro Francesco Zavattaro, dg della Asl Chieti.
Dice Olivieri: questa delle ferie «è una decisione intempestiva ed inopportuna che poteva essere rinviata visto l’insediamento della nuova Giunta regionale». Inoltre «questa giustificazione è debole, perché in una Asl provinciale ci sono tanti modi per organizzare turni e ferie. La cosa che colpisce di più è che tutto ciò accade mentre nei presidi più grandi, che rappresentano la vera voragine della spesa sanitaria, non si ha il coraggio di intervenire contro i poteri “forti” mentre la Asl è “debolissima” nell’erogazione sia delle prestazioni routinarie che di quelle innovative e di avanguardia, con grande responsabilità per le spese della mobilità passiva. Al contrario si potrebbero recuperare quelle risorse necessarie per potenziare, anziché, indebolire le aree interne. Come sempre pagano i più deboli».

IL VERO PROBLEMA: L’ASSISTENZA SANITARIA NELLE ZONE INTERNE
In sostanza, mentre le ferie sono un problema organizzativo dell’ufficio personale, il problema politico sollevato da Olivieri è quello della chiusura dell’ospedale di Atessa (ma anche di Guardiagrele, Tagliacozzo ecc.) che però andrebbe sollevato alla luce dello slogan elettorale di Abruzzo civico (“adesso facciamo i conti”) e dell’esortazione dello stesso Olivieri alla sobrietà della politica, quando ha inaugurato come consigliere anziano la nuova legislatura regionale.
Secondo i dati riferiti al 2013, nel mese di agosto dello scorso anno la chirurgia di Atessa ha effettuato 35 interventi per i ricoverati e 16 in day hospital, per un totale di 51 casi. Cioè circa 2 prestazioni al giorno, la maggior parte di ortopedia. Nello stesso mese dello scorso anno, Vasto ha erogato 94 interventi e Lanciano 92.
Se si dividono i 51 interventi di Atessa (ma anche quelli di Vasto e Lanciano) per il numero dei chirurghi e degli infermieri in servizio, si vedrebbe che la produttività in questi reparti è piuttosto bassa.
Allora avevano ragione i tagliatori dei piccoli ospedali, chiusi perché costavano e costano troppo?
Non proprio, perché la sanità pubblica serve a concretizzare il diritto costituzionale alla salute e quindi deve solo evitare gli sprechi, non le spese e senza rifiutare l’assistenza a nessuno. Altrimenti – se a guidare chi gestisce la sanità fosse solo il dato economico – così si rischierebbe di negare ai malati le medicine troppo costose. Dunque difendere i piccoli ospedali è importante per offrire servizi ai cittadini (che infatti contro le chiusure si sono mobilitati coralmente in tutto l’Abruzzo) e non per coprire situazioni di scarsa produttività. “Fare i conti” significa anche questo, mentre l’appello di Olivieri ad essere “sobri” potrebbe significare battersi per una sanità quali-quantitativa diversa.
Cioè si tratta di evitare la chiusura dei piccoli ospedali (ma anche delle Guardie mediche delle zone interne) attivando un complesso processo di riconversione: si tratta di offrire la sicurezza del primo intervento ai residenti delle zone interne e i reparti di eccellenza negli ospedali più grandi, dove c’è eccellenza quando c’è una casistica con numeri importanti).
Perché l’ospedale di oggi non è il “refugium miserorum” (com’era ai tempi di San Camillo) o un’oasi sanitaria dove si lavora di meno: è invece un concentrato di tecnologie costosissime che vanno centralizzate per non continuare negli sprechi e che per ripagarsi debbono funzionare a ciclo continuo, come peraltro avviene nella sanità privata.

Sebastiano Calella