L'INCHIESTA

Casalesi nella ricostruzione aquilana, Gizzi: «ho chiarito tutto»

I Serpetti non rispondono al gip

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

3307

FINANZA CANTIERI


L’AQUILA. «Ho spiegato quello che c'era da spiegare».
Così, all'uscita dal tribunale dell'Aquila, Elio Gizzi, uno dei tre imprenditori aquilani finiti agli arresti domiciliari (gli altri sono Marino e Dino Serpetti), nell'ambito dell'inchiesta 'Dirty job', coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia dell'Abruzzo, su presunte infiltrazioni del clan camorristico dei Casalesi nella ricostruzione privata post sisma.
Inchiesta che ha portato all'arresto di quattro imprenditori, i tre componenti della famiglia Di Tella, il padre Alfonso e i figli Cipriano e Domenico, tutti e tre di origini campane ritenuti vicini alla camorra, e l'avezzanese Michele Bianchini, collaboratore degli stessi campani.
Secondo l’agenzia Ansa per una misura decisa dal Gip, Gizzi, ex presidente dell'Aquila Calcio, non avrebbe potuto usufruire della presenza dell'avvocato e non avrebbe nemmeno potuto verificare le carte che contengono le accuse.
Se confermata si tratterebbe di una vera e propria anomalia dal momento che nel corso dell’interrogatorio di persona indagata (in questo caso addirittura arrestata) la presenza dell’avvocato è richiesta dalla legge a pena di nullità.
Gizzi ha risposto per oltre mezz'ora alle domande del Gip, Giuseppe Grieco alla presenza del pm David Mancini, che insieme all'altro pm Antonietta Picardi, coordinano le indagini portato avanti da polizia e guardia di finanza.
Il legale di Gizzi, Raffaele Picariello, ha confermato il fatto che il proprio assistito ha risposto alle domande chiarendo la sua posizione. Picariello ha presentato al gip una istanza con la quale si chiede l'attenuazione della misura cautelare dei domiciliari; secondo fonti della procura della repubblica, la istanza verrà considerata con attenzione visto il comportamento in controtendenza degli altri indagati, che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, e soprattutto se le dichiarazioni dell'imprenditore aquilano dovessero avere dei riscontri.

I SERPETTI INVECE NON PARLANO
Si sono invece avvalsi della facoltà di non rispondere i fratelli Dino e Marino Serpetti, due dei tre imprenditori aquilani finiti ai domiciliari nell'ambito dell'inchiesta 'Dirty job', coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia dell'Abruzzo, su presunte infiltrazioni del clan camorristico dei Casalesi nella ricostruzione privata nel cratere del terremoto.
Per Dino l'interrogatorio di garanzia davanti al Gip è avvenuto ieri, mentre per il fratello Marino ricoverato in un ospedale romano, è avvenuto mercoledì. Molto agguerriti sono apparsi i legali dei due imprenditori, Antonio Milo e Vincenzo Salvi, i quali hanno annunciato il ricorso al tribunale della Libertà sia per la misura decisa dal Gip che non permette ancora contatti con l'avvocato sia per la stessa misura cautelare.
Questo dopo che la prima istanza è stata respinta direttamente dal Gip. «Non c’è nessun elemento di prova per i Serpetti - hanno spiegato -, che non sapevano nulla della restituzione delle somme da parte dei dipendenti ai Di Tella. Siamo convinti dell'assoluta estraneità dei nostri assistiti e la cosa emerge dagli stessi atti che abbiamo a disposizione, e faremo valere queste valutazioni nel processo».
In riferimento alla decisione di non rispondere al giudice, i due legali hanno sottolineato che «abbiamo eccepito la nullità provvedimento del gip con il quale si è differito il colloquio dei difensori con l'indagato. Doveva essere secondo noi motivato in modo più approfondito, ma la nostra istanza è stata respinta dal gip, e la riproporremo al Tribunale della libertà. Di conseguenza il nostro assistito si è avvalso della facoltà di non rispondere».
«Dalle intercettazioni telefoniche emerge che i Serpetti non hanno alcun legame con presunte consorterie criminali, e la convinzione di Marino e Dino, della perfetta estraneità dei Di Tella da illecite attività. Non sapevano dell'asserita condotta di sfruttamento dei lavoratori, non c'è nessuna intercettazione e dichiarazione testimoniali, che provano che i Di Tella si facevano restituire delle somme». Milo in particolare "assolve" anche i Di Tella. «Personalmente - aggiunge Milo - sono convinto che di Tella non possa essere ritenuto organico, contiguo all'associazione cosiddetta dei casalesi».