L'INCHIESTA

Tangenti L'Aquila, Vescovo: «ci interessano le decisioni non gli appalti»

«Aspettiamo risposta Governo per contare su nostro patrimonio»

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Giuseppe Petrocchi

Giuseppe Petrocchi




 
L’AQUILA. «Stiamo aspettando una risposta dal Governo nazionale che da mesi ha sul tavolo una nostra proposta; a noi non interessa avere la gestione degli appalti bensì partecipare al tavolo di concertazione sulla ricostruzione del nostro patrimonio per poter dire ufficialmente la nostra sulle nostre proprietà».
Così ha risposto ai giornalisti, a margine della cerimonia di celebrazione del 240/o anniversario della fondazione della Guardia di Finanza, l'Arcivescovo dell' Aquila, Giuseppe Petrocchi, nella sua prima uscita pubblica dopo la bufera giudiziaria che ha come oggetto anche gli appalti per la ricostruzione delle chiese danneggiate dal terremoto del 6 aprile 2009.
La procura della Repubblica dell'Aquila  indaga su presunte tangenti nella ricostruzione di beni culturali ed ecclesiastici del capoluogo abruzzese che ha portato all'arresto di 5 persone e all'iscrizione sul registro degli indagati di altre 15, nessuno appartenente al clero aquilano.
In relazione all'inchiesta, Petrocchi ha sottolineato che in Curia c'è un clima tranquillo e fiducioso sul fatto che la Chiesa aquilana non sia coinvolta.

«NON CERCHIAMO PRIVILEGI»
«Non cerchiamo privilegi - ha detto ancora - ma la rappresentazione ufficiale di un diritto, non siamo interessati all'aspetto finanziario. Vogliamo essere soggetti che possano concorrere a maturare le decisioni sulla ricostruzione del nostro patrimonio, non possiamo tollerare di essere esclusi. Qualora dovessimo essere autorizzati al ruolo di soggetti attuatori, saremmo disposti a delegare gli enti pubblici per i bandi, considerando che noi non abbiamo né interesse né struttura».
«Insomma - ha concluso l'Arcivescovo dell'Aquila - a noi preme che si varino regole idonee che riconoscano la nostra presenza sui tavoli decisionali, che ci siano norme snelle per una ricostruzione veloce ed efficace». La proposta alla quale si riferisce la Curia aquilana (all' epoca presentata all'allora presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta) - avallata dagli altri vescovi abruzzesi e da quelli molisani - riguarda il riconoscimento della Curia stessa come soggetto attuatore e quindi autorizzato a fare appalti per la ricostruzione del suo patrimonio.

CONDANNIAMO LA CORRUZIONE INSIEME A PAPA FRANCESCO
«Insieme a papa Francesco condanniamo ogni forma di corruzione e affermiamo la volontà alla trasparenza e alla dedizione che non ammette complicità con il male», scrivono invece in una lettera Tommaso Valentinetti, Presidente della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana e gli arcivescovi e vescovi della Ceam.
I prelati assicurano la massima collaborazione con gli inquirenti e confermano la loro fiducia nella magistratura. Oggi spiegano dal loro punto di vista quello che è accaduto nei mesi scorsi. «La nostra richiesta di vedere riconosciute le Diocesi abruzzesi come “soggetti attuatori”, indirizzata alcuni mesi fa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri», si legge nella missiva, «è giuridicamente legittima e operativamente corretta, come è dimostrato dal fatto che questa stessa titolarità è stata pacificamente attribuita alle chiese delle Marche, dell’Umbria e dell’Emilia Romagna, colpite da analoghe calamità naturali. Da subito abbiamo pubblicamente e a più riprese chiarito che tale richiesta era unicamente diretta a garantire alla comunità ecclesiale la possibilità di partecipare - come è suo diritto - ai tavoli di concertazione, dove vengono elaborate e prese le decisioni che riguardano il patrimonio ecclesiastico, di proprietà delle Diocesi. In tale prospettiva, abbiamo precisato che l’intento essenziale della nostra iniziativa ‘è quello di poter disporre di regole meglio definite e più certe – recitano i comunicati di monsignor Petrocchi e della Ceam il 13 e il 14 gennaio scorsi - in grado di determinare con chiarezza modalità, entità e tempi dei finanziamenti erogati per la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico, sapendo di contribuire così alla rinascita spirituale, culturale e sociale  delle nostre città’. 
«Abbiamo, inoltre, rimarcato, in tutte le sedi», si legge ancora, «che, se la nostra domanda fosse stata accolta, avremmo, volentieri, rinunciato all’assegnazione degli incarichi e alla gestione diretta dei finanziamenti stanziati come anche delle successive cantierizzazioni. Per questo abbiamo esplicitamente chiesto l’introduzione di una nota che prevedesse la possibilità di attivare specifiche convenzioni con altri enti (es. Provveditorato alle opere pubbliche, Direzione regionale beni artistici e ambientali, Comune) per assegnare loro la gestione dei fondi erogati e degli appalti». 
«STRUMENTALIZZAZIONI A NOSTRA INSAPUTA»
            «Il fatto che, a nostra insaputa, siano stati messi in atto - come sembra - tentativi di strumentalizzare a fini disonesti la nostra richiesta, costituisce un atto grave che ci offende profondamente e suscita la nostra indignata riprovazione. È doveroso manifestare, altresì, la nostra persuasione che monsignor D’Ercole, da noi incaricato a seguire l’iter procedurale della pratica, ha sempre operato in buona fede e animato da spirito di servizio: siamo certi, pertanto, che egli risulti del tutto estraneo ad ogni manovra criminosa che potrebbe essere stata architettata alle sue spalle e contro ogni sua aspettativa».
CONDANNIAMO LA CORRUZIONE INSIEME A PAPA FRANCESCO

«Insieme a papa Francesco condanniamo ogni forma di corruzione e affermiamo la volontà alla trasparenza e alla dedizione che non ammette complicità con il male», scrivono invece in una lettera Tommaso Valentinetti, Presidente della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana e gli arcivescovi e vescovi della Ceam.I prelati assicurano la massima collaborazione con gli inquirenti e confermano la loro fiducia nella magistratura. Oggi spiegano dal loro punto di vista quello che è accaduto nei mesi scorsi. «La nostra richiesta di vedere riconosciute le Diocesi abruzzesi come “soggetti attuatori”, indirizzata alcuni mesi fa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri», si legge nella missiva, «è giuridicamente legittima e operativamente corretta, come è dimostrato dal fatto che questa stessa titolarità è stata pacificamente attribuita alle chiese delle Marche, dell’Umbria e dell’Emilia Romagna, colpite da analoghe calamità naturali. Da subito abbiamo pubblicamente e a più riprese chiarito che tale richiesta era unicamente diretta a garantire alla comunità ecclesiale la possibilità di partecipare - come è suo diritto - ai tavoli di concertazione, dove vengono elaborate e prese le decisioni che riguardano il patrimonio ecclesiastico, di proprietà delle Diocesi. In tale prospettiva, abbiamo precisato che l’intento essenziale della nostra iniziativa ‘è quello di poter disporre di regole meglio definite e più certe – recitano i comunicati di monsignor Petrocchi e della Ceam il 13 e il 14 gennaio scorsi - in grado di determinare con chiarezza modalità, entità e tempi dei finanziamenti erogati per la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico, sapendo di contribuire così alla rinascita spirituale, culturale e sociale  delle nostre città’. «Abbiamo, inoltre, rimarcato, in tutte le sedi», si legge ancora, «che, se la nostra domanda fosse stata accolta, avremmo, volentieri, rinunciato all’assegnazione degli incarichi e alla gestione diretta dei finanziamenti stanziati come anche delle successive cantierizzazioni. Per questo abbiamo esplicitamente chiesto l’introduzione di una nota che prevedesse la possibilità di attivare specifiche convenzioni con altri enti (es. Provveditorato alle opere pubbliche, Direzione regionale beni artistici e ambientali, Comune) per assegnare loro la gestione dei fondi erogati e degli appalti». 

«STRUMENTALIZZAZIONI A NOSTRA INSAPUTA»         

   «Il fatto che, a nostra insaputa, siano stati messi in atto - come sembra - tentativi di strumentalizzare a fini disonesti la nostra richiesta, costituisce un atto grave che ci offende profondamente e suscita la nostra indignata riprovazione. È doveroso manifestare, altresì, la nostra persuasione che monsignor D’Ercole, da noi incaricato a seguire l’iter procedurale della pratica, ha sempre operato in buona fede e animato da spirito di servizio: siamo certi, pertanto, che egli risulti del tutto estraneo ad ogni manovra criminosa che potrebbe essere stata architettata alle sue spalle e contro ogni sua aspettativa».

L’INDAGINE VA AVANTI
Intanto l’indagine della procura va avanti. Una settimana fa la Mobile di L’Aquila diretta da Maurilio Grasso ha effettuato oltre 25 perquisizioni. Al vaglio degli investigatori nuovo materiale probatorio.
Intanto lunedì scorso hanno fatto scena muta dinanzi al gip l'imprenditore Nunzio Massimo Vinci e la dirigente regionale del Mibac Alessandra Mancinelli, entrambi finiti in un video che secondo gli investigatori rappresenta la prova della consegna di una mazzetta da 10 mila euro quale anticipo di una tangente da 190 mila euro, l'1 per cento dei 19 milioni di euro dell'appalto per il recupero e il consolidamento della chiesa di Santa Maria Paganica. L'appalto sarebbe dovuto andare a due imprenditori finiti agli arresti: lo stesso Vinci e Patrizio Cricchi.
E sono stati fissati per il prossimo 26 giugno gli interrogatori di garanzia, davanti al Gip dell'Aquila, delle tre persone agli arresti domiciliari - l'ex vice commissario per i Beni culturali, Luciano Marchetti, gli imprenditori Patrizio Cricchi e Graziano Rosone.
 Sempre giovedì, 26 giugno, i pm titolari dell'inchiesta, Antonietta Picardi e David Mancini, interrogheranno l' imprenditore Massimo Vinci e la funzionaria della Direzione regionale dei Beni Culturali Alessandra Mancinelli, gli unici al momento in carcere, che ieri, nell'interrogatorio di garanzia davanti al Gip, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, poiché i loro legali ritenevano di avere bisogno di più di tempo per esaminare le carte del fascicolo.
Inquirenti e investigatori attendono gli interrogatori per confrontare le diverse posizioni, anche alla luce delle perquisizioni dei cinque raggiunti dalle misure cautelari e degli altri 15 indagati, tra cui professionisti, imprenditori e funzionari pubblici: secondo quanto si è appreso, non sono esclusi nuovi sviluppi con l'iscrizione sul registro degli indagati di altre persone.