L'INCHIESTA

Tangenti L’Aquila, D’Ercole: «non sono un intrallazzatore ma un pastore che cura le pecore»

Lunedì cominceranno gli interrogatori

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Mons. Giovanni D'Ercole

 

 



L’AQUILA. Sono stati fissati per lunedì prossimo alle ore 11 gli interrogatori di garanzia davanti al Gip, Giuseppe Romano Gargarella, per il funzionario, sospeso, della direzione regionale dei beni Culturali Alessandra Mancinelli e l'imprenditore Massimo Vinci, finiti in carcere nell'ambito dell'inchiesta della Procura della Repubblica dell'Aquila denominata "Betrayal" su presunte tangenti nella ricostruzione di beni culturali ed ecclesiastici del capoluogo abruzzese.
Per le altre tre persone finite ai domiciliari, tra cui l'ex vice commissario per i beni culturali Luciano Marchetti, gli interrogatori devono ancora essere fissati. Tutti gli indagati, per ora ne sono stati resi noti 20, sono accusati a vario titolo di corruzione aggravata per un atto contrario ai doveri d'ufficio; falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico; distruzione e occultamento di atti veri; uso di atto falso; turbativa d'asta; millantato credito; emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.
Intanto in queste ore torna a parlare monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, non indagato in questa inchiesta ma comunque ‘tirato dentro’ da alcuni articoli di stampa nazionali.
«Ritengo fortemente lesivo della mia dignità, oltre che falso e talora incompleto e tendenzioso quanto pubblicato in questi giorni sul mio conto». Il prelato si riferisce in particolare ad un articolo del settimane L’Espresso che gli ha dedicato un articolo dal titolo “Così il Monsignore premeva per mettere le mani sulla ricostruzione”, ripreso anche da altri siti. 

Spiega D'Ercole: «Innanzitutto il sottoscritto non è mai stato indagato e poi assolto “per favoreggiamento e truffa per i cosiddetti fondi Giovanardi”. Si tratta d’una notizia falsa e del tutto destituita di ogni fondamento. Per la verità dei fatti, il sottoscritto fu indagato per aver rivelato notizie apprese nel corso dell’interrogatorio come persona informata dei fatti. E cioè che qualcuno, tra quanti collaboravano con me, avrebbe avuto l’intenzione di fare una truffa. Io dissi al pm che non potevo tacere se c’era questo pericolo e il pm mi pregò di non farlo, senza impormi il silenzio a termini di legge. Rinviato a giudizio con rito abbreviato sono stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”».
L’assoluzione è arrivata ad ottobre scorso e in quella occasione il prelato disse: «ho sofferto molto ma ora sono rinato».
Oggi commenta: «ho patito questo calvario per aver detto a una persona di non rubare».
Quanto alla vicenda della lettera all’ex premier Enrico Letta, circostanza emersa nel corso del nuovo filone di indagine che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di 5 persone, D’Ercole (che non è indagato) racconta: «si tratta di una iniziativa di tutti i vescovi dell’Abruzzo perché nella Legge Barca manca un chiaro riferimento alla ricostruzione degli edifici ecclesiastici vincolati e non. Tutti i vescovi, compreso l’Arcivescovo di l’Aquila hanno firmato incaricandomi di seguire la pratica, consultando vari esperti in materia tra i quali Luciano Marchetti, fino a poco prima vice commissario per la ricostruzione dei beni ecclesiastici. I vescovi dell’Aquila (dove insiste la gran parte del patrimonio artistico) hanno voluto che nella norma fosse espressamente detto – e così recita il testo – “che per i finanziamenti e le gare di appalto potevano ( e avrebbero così voluto fare) delegare la Direzione Regionale dei Beni Ambientali e Culturali, il Provveditorato alle Opere Pubbliche e i Comun”».
Questo perché, sottolinea D’Ercole, «non è interesse dei Vescovi gestire i soldi e gli appalti, ma fare tutto il possibile perché le Chiese possano essere ricostruite il più rapidamente possibile. Se questo è “mettere le mani sulla ricostruzione”, lascio giudicare a chi non vede le cose con occhio preconcetto e malanimo. Se poi altri avevano intenzioni diverse, e sarà compito della magistratura approfondire, non si può imputare ai Vescovi, e a me in particolare. Presentando i fatti in maniera incompleta si rischia di trasformare un gesto di amore per la gente in qualcosa di losco e poco pulito. Ed io sono personalmente stanco di essere così trattato, come cioè un intrallazzatore e non un pastore che prende a cura le sue pecore».