LE CARTE DELL'INCHIESTA

Abruzzo. Sisma L'Aquila: ecco come si muoveva la cricca delle Chiese

Lettere, richieste, pressioni per far diventare la Curia soggetto attuatore

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Abruzzo. Sisma L'Aquila: ecco come si muoveva la cricca delle Chiese

Luciano Marchetti




L'AQUILA. E già la chiamano la “cricca delle Chiese”. Emergono scenari molto preoccupanti dalle carte dell’inchiesta “Betrayal” (tradimento).
 Ieri cinque arresti e un nuovo ciclone giudiziario si è abbattuto sulla città terremotata che dal 6 aprile del 2009 non trova pace.
E se un tradimento c’è stato bisogna ora capire se sia stata ai danni della Curia, ai danni dei fedeli o delle istituzioni della Repubblica.
Sta di fatto che ieri hanno campeggiato le parole del procuratore Fausto Cardella che più volte ha parlato di «estraneità della Curia» ai fatti contestati e di «curia quasi ingenua» il che tecnicamente è vero visto che non figurano prelati indagati.
Ma i fatti accertati attraverso una serie di prove acquisite, tra le quali intercettazioni telefoniche, dimostrano in maniera netta lo scopo finale, l’obiettivo e la tensione costante verso la possibilità di gestire “in proprio” le centinaia di milioni di euro destinati alle ricostruzioni delle Chiese. 
Così tre dei cinque arrestati ieri per reati di corruzione negli appalti per il recupero di beni culturali e ecclesiastici all'Aquila nel post-sisma, hanno partecipato al tentativo, mai riuscito, di far diventare la Curia arcivescovile del capoluogo abruzzese, soggetto attuatore, quindi ente abilitata a bandire gare per la ricostruzione dei beni danneggiati.
Questo, come ha sottolineato uno dei due pm titolari dell' inchiesta, David Mancini, non per fare lobby legale «ma per ottenere in cambio incarichi, regalie e commesse per loro», una volta centrato il risultato, sul quale era impegnata da tempo anche la stessa Curia, di modificare il decreto Abruzzo da parte dell'allora presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta.
 Dalle intercettazioni sembrerebbe che a innescare il meccanismo affinchè la Curia fosse stazione appaltante sia stato lo stesso Luciano Marchetti (arrestato ieri, ai domiciliari) che illustrava al prelato gli scenari derivanti dalla modifica di una norma a livello governativo.
L’idea era quella di trasferire attraverso il Cipe centinaia di milioni di euro alla Chiesa che poi avrebbe affidato direttamente i lavori alle ditte amiche o prescelte.
Secondo quanto emerge Massimo Vinci, uno degli imprenditori arrestati ieri mattina, aveva firmato un accordo con il parroco dell’epoca, don Renzo Narduzzi, grazie ai suoi buoni uffici con il vice, don Stefano Rizzo.
Mentre viene intercettato Vinci spiega come ha ottenuto l’incarico e cioè «accompagnando con la mano» il parroco «dissociato» che all’epoca secondo gli inquirenti non era capace di intendere e di volere. Purtroppo però quell’incarico valeva poco fino a quando non sarebbe cambiata la norma.

 «MANCINELLI AVVIA IL TENTATIVO»
Il tentativo, come si legge nell'ordinanza firmata dal Gip del tribunale dell'Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, sarebbe stato avviato formalmente e  Alessandra Mancinelli  (funzionario della direzione regionale dei Beni culturali da ieri in carcere)  che avrebbe preso «l'incarico dal vescovo ausiliario, monsignor Giovanni D'Ercole, di consegnare due buste contenenti la proposta di modifica: una diretta al presidente del Consiglio Letta, l'altra a Gianni Letta».
«Se la Curia gestisce gli appalti per noi è fatta», dice Mancinelli a Marchetti, «a te Luciano andranno tutti gli incarichi, vedrai»
Si delinea dunque un asse diretto e quantomeno un canale di comunicazioni con i più alti vertici istituzionali di governo.
Una asse importante: «letta firmerà… e se palazzo Chigi fa questa cosa abbiamo fatto bingo! Abbiamo vinto!», esultava in un’altra intercettazione il costruttore Vinci.
Della lettera diretta a Gianni Letta viene trovata una copia durante le perquisizioni negli uffici di uno degli indagati. La lettera è sottoscritta dai Vescovi della Conferenza Episcopale dell’Abruzzo e del Molise. Per l’Aquila, firma il vicario, monsignor d’Ercole appunto: «…Siamo persuasi che, riconoscendo alle Diocesi la piena titolarità della ricostruzione dei propri beni, si contribuirà ad armonizzare, nella chiarezza dei ruoli, l’iter stesso della ricostruzione, evitando confuzione di ruoli e snellendo le procedure… », prosegue la missiva.

LA PROPOSTA DI MODIFICA DI MARCHETTI
I Vescovi allegano pure una proposta di modifica della legge: quella approntata da Marchetti.
In seguito sarà  Vinci (uno dei due imprenditori arrestati) a consegnare le due lettere a Marchetti (ex vice commissario dei beni culturali finito ai domiciliari, ndr), non prima di aver fotocopiato il documento che contiene anche l'appello dei vescovi abruzzesi e molisani affinché «la Curia dell'Aquila come successo in altre diocesi colpite dal terremoto», sia abilitata a fare appalti.
«L'auspicata modifica normativa e il conseguente incarico che la Curia conferirebbe a Marchetti - secondo il gip - sono funzionali all'affidamento dei lavori della chiesa di Santa Maria Paganica, circostanza che consentirebbe a Mancinelli di ottenere dalla cordata Vinci-Cricchi la corresponsione della restante parte della tangente, ammontante a 180 mila euro».
Non è però chiaro se le lettere siano giunte a destinazione ma gli investigatori ascoltano al telefono che la modifica è già varata dall’ufficio legislativo che aspettava solo di essere ratificata dalla conseguente delibera del Cipe.

NESSUN INDAGATO NELLA CURIA
Nonostante la Curia compaia nelle carte, nessuno dei prelati è indagato. E nel corso della conferenza stampa per illustrare i dettagli dell'operazione l'argomento è stato tra quelli più discussi.
Secondo l'altro pm, Antonietta Picardi, «si voleva considerare la Chiesa come una pertinenza della casa privata anche se la legge lo impedisce, di qui la necessità di modifica del decreto».
Secondo quanto emerge dalla ricostruzione della Polizia e della finanza de L’Aquila il vescovo Giuseppe Petrocchi riteneva che la Curia non fosse in grado di gestire l’enorme emergenza generata dal terremoto o forse voleva starne lontano. Una posizione diversa sembra emergere invece da parte di monsignor Giovanni D’Ercole, da poco arrivato nella diocesi di Ascoli Piceno, già indagato e poi prosciolto nell’ambito di un’altra inchiesta sulla ricostruzione quella relativa ai “fondi Giovanardi”.

 QUELLE NOTIZIE TRAPELATE CHE ANTICIPARONO IL TERREMOTO
«Il Comune de L’Aquila ha resistito ad alcuni tentativi di attacco», ha detto ieri il procuratore Fausto Cardelli riferendosi evidentemente ad alcuni tentativi di “contaminazione”.
In effetti fu proprio il sindaco Massimo Cialente, quando ormai l’inchiesta della procura aveva già seminato diverse tracce, che scrisse addirittura al presidente Napolitano adombrando strane forze occulte che si muovevano intorno proprio alla ricostruzione delle Chiese.
A dicembre pubblicammo la lettera integrale che innescò di fatto un braccio di ferro ed uno scontro senza precedenti tra Comune e Curia.
Erano i mesi in cui Cialente all’improvviso puntò i piedi e si dimise e iniziò a lanciare accuse pesanti poi rientrate una volta ritrovato l’equilibrio interno alla sua maggioranza e rientrato in municipio.
La lettera di Cialente era datata 11 dicembre 2013 ed aveva l’obiettivo di chiedere una intercessione affinchè con l’ennesima «rimozione» non si infliggesse un «ulteriore colpo mortale alla ricostruzione aquilana».
Cialente si riferiva alla vicenda del direttore regionale del Mibac, Fabrizio Magani che era stato designato dal ministro Bray ad altra sede come Pompei. Nelle settimane precedenti il Pd locale si era mobilitato  a favore di Magani e la senatrice Stefania Pezzopane aveva anche depositato una interrogazione.

«Qui a L’Aquila siamo convinti che il dottor Magani venga rimosso in quanto ostacolo ad un disegno che si è tentato di inserire come norma di Legge, che vorrebbe la Curia, la più grande immobiliarista della città, diventare soggetto attuatore per la ricostruzione di tutti i suoi edifici, compresi i luoghi di culto».
D’un tratto dunque viene confermata l’ipotesi secondo la quale una lettera della Curia aquilana inviata al governo chiedeva di diventare soggetto attuatore per gestire in totale libertà e senza effettuare appalti per la ricostruzione. Il governo tuttavia non ha mai recepito tale istanza e tali appalti sono poi stati gestisti dallo stesso Mibac.

LA POLEMICA COSTRINSE LA CURIA A SMENTIRE ALMENO DUE VOLTE
Qualche giorno dopo intervenne anche  monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne e presidente della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana.
«In Conferenza Episcopale», spiegò Valentinetti, «abbiamo ritenuto giusto che le diocesi fossero riconosciute come soggetti attuatori. Ci è sembrato necessario – continua il presidente della Ceam – far sentire la nostra voce, e chiedere di poter avere il ruolo che ci spetta nella ricostruzione degli immobili ecclesiastici. Del resto, in situazioni analoghe, ovvero nella ricostruzione delle zone terremotate di Umbria e Marche e, più recentemente, dell'Emilia-Romagna, le diocesi sono state riconosciute come "soggetti attuatori, così come è già accaduto per gli enti religiosi dello stesso territorio aquilano e non solo».

Nulla di strano, dunque, secondo l'Arcivescovo che, d'accordo con gli altri Presuli della Ceam, dice di essersi limitato a segnalare al Governo questa anomalia nel processo di ricostruzione degli edifici ecclesiastici delle zone terremotate abruzzesi, chiedendo che anche alla nostra regione venisse riconosciuto lo stesso statuto normativo concesso ad altre zone d'Italia. «Il fine è solo quello di poter disporre di regole chiare e condivise – ribadisce monsignor Valentinetti - che consentano un lavoro di ricostruzione rapido e trasparente».
Certo, gestire in maniera diretta appalti e fondi costituisce un impegno gravoso e complesso, per questo la Curia aquilana intende avvalersi della collaborazione di altri enti istituzionali. «A questo fine – conclude il presidente Ceam - negli incontri avuti presso la Presidenza del Consiglio, e il Ministero per la Coesione territoriale, l’arcivescovo di L’Aquila ha chiesto a più riprese che venisse introdotta una nota alla legge per prevedere la possibilità di una specifica convenzione con altri enti (Provveditorato alle opere pubbliche, Direzione regionale beni artistici e ambientali, Comune) per assegnare loro la gestione dei fondi erogati e degli appalti».