IL PROCESSO

Omicidio piccolo Jason, «l'ergastolo per la mamma sarebbe una condanna a morte»

Nelle prossime ore è atteso il verdetto a Macerata

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Omicidio piccolo Jason, «l'ergastolo per la mamma sarebbe una condanna a morte»




MACERATA. La pena dell'ergastolo con isolamento diurno chiesta dal pm per Katia Reginella «equivarrebbe ad una condanna a 'morte per pena', considerate le precarie condizioni di salute dell'accusata».
Ne è certo il difensore, l'avvocato Vincenzo di Nanna che spiega: «è certificato che la detenuta non è in grado di sopportare l'isolamento in cella».
Un'affermazione che il difensore basa sulla lettura del diario clinico penitenziario in cui è certificato (5 agosto 2011) che «la detenuta Reginella Katia, stante le precarie condizioni psichiche attuali, non è in grado di sopportare il regime di esclusione dalle attività in comune per la durata di giorni quindici (sanzione disciplinare comminata dalla direzione del carcere a seguito del danneggiamento dei mobili della cella)».
Il difensore si domanda: «come potrebbe mai esser eseguita la pena dell'isolamento diurno per tre mesi se le condizioni di salute dell'accusata non le hanno consentito neppure di sopportare l'esclusione dalle attività in comune" per 15 giorni? La spettacolarizzata richiesta di pena equivale dunque ad una condanna a "morte per pena"?»
Il difensore paragona «la grottesca vicenda processuale» di Katia Reginella a quella di James Campbell, condannato a morte da un Tribunale del Texas, la cui esecuzione è stata tuttavia sospesa (13 maggio 2014) "in extremis" a seguito dell'accertamento del ritardo mentale da cui è affetto.

MERCOLEDI’ LA SENTENZA
La donna teramana è a processo insieme al marito Denny Pruscino per l'omicidio del piccolo Jason. Domani è prevista l’udienza decisiva e sarà il giorno in cui verrà emesso il giudizio di primo grado sulla morte del piccolo.
Jason è nato il 9 maggio del 2011, la donna partorì all’ospedale di Teramo. A luglio la sparizione, conseguente all’uccisione. Da allora, nonostante le vaste ricerche, il corpicino del bambino non si è mai trovato. Nelle scorse settimane Di Nanna ha deciso di ricorrere alla Corte Europea dei diritti e ha presentato un ricorso sostenendo che la donna sia stata sottoposta nel 2011 ad un «interrogatorio-tortura».
Per l’avvocato «non ci sono elementi che provino sue responsabilità nel delitto del figlioletto», e anche se i fatti contestati fossero fondati, «da parte della madre del piccolo non c’è stato alcun dolo né alcuna condotta materiale nell’omicidio». Secondo Di Nanna, inoltre, nei confronti della donna andrebbero applicate le attenuanti generiche, «visto che le perizie su di lei hanno confermato un ritardo mentale» compatibile con l’incapacità di intendere e di volere.