IL MISTERO

Caso Straccia, «un amico di Roberto tentò di violare profilo Facebook»

Depositate nuove perizie, la famiglia vuole la riapertura del caso

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Caso Straccia, «un amico di Roberto tentò di violare profilo Facebook»

Roberto Straccia

 



PESCARA. La speranza di sapere la verità su cosa sia realmente accaduto a Roberto Straccia si muove su un doppio binario.
Un percorso faticoso ma portato avanti con tenacia dalla famiglia dello studente di Moresco sparito da Pescara nel 2011 e morto in circostanze ancora misteriose. Lo scorso 23 aprile è stata depositata a L’Aquila dall’avvocato degli Straccia, Marilena Mecchi, una querela contro i carabinieri di Pescara per inquinamento delle prove e reati informatici. Secondo il legale non sarebbe stata rispettata la procedura di perquisizione informatica per salvaguardare l’integrità dei dati.
Lunedì scorso, invece, è stata depositata una istanza per far riaprire il caso archiviato esattamente un anno fa. In mano la famiglia avrebbe delle carte nuove ma anche elementi vecchi che secondo il legale non sarebbero stati analizzati a fondo.
«Bisogna scavare», spiega l’avvocato Mecchi a PrimaDaNoi.it. La famiglia si è rimessa in moto dopo aver visionato tutto l’incartamento dell’indagine: perizie, tabulati telefonici, testimonianze. Hanno notato quelli che definiscono «depistaggi» ma anche comportamenti non coerenti di almeno un amico di Roberto che studiava a Pescara con lui. Secondo quanto raccontato già in tv dal padre di Straccia il ragazzo avrebbe cambiato la versione dei fatti e questo, in una situazione di pesante incertezza dove non è stato ricostruito «il film» di quanto accaduto, ha gettato nuove ombre.

GLI ACCESSI A FACEBOOK
Quando la famiglia ha ottenuto il fascicolo dell’inchiesta ha per esempio scoperto che ci sono stati 3 tentativi di accesso al profilo Facebook di Roberto, due giorni prima del rinvenimento del cadavere sulle coste baresi.
Due tentativi sono stati effettuati, come rilevano le perizie sul pc di Roberto, da un suo amico di Pescara che avrebbe tentato di entrare nel profilo per ben due volte in orari diversi. Una volta ci ha provato invece un uomo «che in un secondo momento si è scoperto fosse un carabiniere».
Secondo quanto riferisce il legale queste due persone non sarebbero mai state interrogate. Nessuno ha chiesto loro il motivo per il quale volevano entrare nella pagina privata di Facebook. Una volta entrati avrebbero avuto accesso a tutti i messaggi di posta del ragazzo. Cercavano qualcosa in particolare? «E’ un reato penale internazionale», commenta Mecchi, «e ci stupisce che in quanto tale non sia stato perseguito».
Questo punto è oggetto della querela depositata a L’Aquila. Ma altre perplessità arrivano sempre da Facebook. Gli inquirenti, infatti, ricostruisce l’avvocato, «non hanno disposto alcuna rogatoria internazionale per ottenere tutto ‘lo storico’ del profilo Facebook del ragazzo e dunque si è analizzato esclusivamente quanto disponibile e visibile». Chattate vecchie e magari cancellate non sono state dunque vagliate. Troppo poco sostengono i familiari e l’avvocato che pensano che Roberto non si sia suicidato ma che la morte sia solo «l’epilogo di quanto accaduto nelle settimane precedenti».

LA SABBIA
Nella denuncia aquilana si chiede anche perché non sia mai stata analizzata la sabbia che venne ritrovata nel giubbino di Roberto. Secondo l’avvocato poteva essere importantissima per definire i particolari della morte «per capirne la compatibilità con quella del porto canale di Pescara», dove i carabinieri dicono che il giovane sia caduto. E’ stata denunciata anche la scomparsa dei tabulati telefonici. «Quando a dicembre ho assunto l’incarico», racconta Mecchi, «ci accorgiamo di questa mancanza. A gennaio ho fatto una richiesta ai carabinieri che mi hanno risposto che era stato tutto consegnato al perito. Abbiamo tentato di contattarlo con email e raccomandate ma non ci ha mai risposto mentre la Procura ci ha confermato che i tabulati non ci sono ma non è suo compito provvedere».
Il legale ricorda che è diritto della parte offesa avere a disposizione tutto il materiale di indagine: «i tabulati potevano dire a quale cella attaccava il cellulare di Roberto e se lui era da solo o con gli amici». E la famiglia è convinta che quel pomeriggio della scomparsa il ragazzo non fosse solo.

LE NUOVE PERIZIA
Ma il vero asso nella manica per la riapertura del caso sarebbero nuove perizie che la famiglia si augura siano determinanti per continuare ad indagare sulla scomparsa di Roberto. C’è sicuramente una nuova perizie medica legale che sostiene che il giovane non sia morto per annegamento. Inoltre il legale Mecchi si è avvalso della consulenza di un ingegnere nautico e della direzione marittima che avrebbero confermato che il giorno della scomparsa non c’era nessuna corrente marina particolare, come sostiene la procura, «ma solo una leggera brezza». Questo elemento metterebbe dunque in dubbio la possibilità che il cadavere di Roberto, caduto dal porto canale, sia riuscito ad attraversare la diga foranea.
«Siamo assolutamente tranquilli», chiude Mecchi, «tutto quello che diciamo è supportato da documentazione. Spero ci sia la giusta attenzione e si vada a scavare a fondo».

Alessandra Lotti