INCHIESTA BIS

Abruzzo. Bussi, sequestro bis per il sito ex Montedison: ora anche Solvay nei guai

Mancata messa in sicurezza dopo 13 anni di trattativa… Aveva ragione il Wwf

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Abruzzo. Bussi, sequestro bis per il sito ex Montedison: ora anche Solvay nei guai




BUSSI. Dopo 13 anni di contatti, tavoli e riunioni c’erano state anche precise direttive  e linee guida da seguire. L’obiettivo era mettere subito (?) in sicurezza l’area contaminata dell’ex sito industriale Montedison poi passato alla Solvay. Nulla (o quasi) però è stato fatto ed ora una nuova inchiesta rischia di segnare ancora di più una vicenda scandalosa che in queste settimane sta avviando il suo iter giudiziario faticosamente dopo i sequestri del 2007.
Così alcuni giorni fa (5 febbraio scorso) i militari della Stazione Navale appartenenti al Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Pescara, e del Corpo Forestale dello Stato di Pescara e Tocco da Casauria, hanno eseguito il sequestro autorizzato dal gip Maria Michela di Fine.
Si tratta di una vasta area a due passi dal fiume Tirino dove insistono tre discariche di rifiuti pericolosi ubicate a monte del polo chimico di Bussi sul Tirino.
I terreni interessati dal provvedimento di sequestro hanno un’estensione di circa 55.000 mq.

Le tre discariche sono proprio quelle già sequestrate nel 2007 a seguito dell’inchiesta che fece venire alla luce il grande scandalo di Bussi e dell’acqua avvelenata (oggi il processo è in Corte d’Assise a Chieti) ed i reati contestati sono disastro ambientale e avvelenamento delle acque destinate ad uso potabile.
L’indagine bis, quella che ha portato ad un nuovo sequestro è coordinata dai pm, Giuseppe Bellelli e  Annarita Mantini,  conta 8 indagati tra i vertici delle due società che fanno capo alla Solvay e mira a far luce sulla mancata messa in sicurezza delle tre discariche imposta dal Ministero dell’Ambiente e volta ad impedire il contatto fra le discariche inquinanti con le falde freatiche e le acque fluviali.
Tale omissione potrebbe comportare, come specificato nell’ordinanza del gip, «il perseverare degli effetti di precipitazione e di percolamento dei rifiuti già interrati nelle suddette discariche con conseguente pericolo per l’ambiente e la salute pubblica». 

Per questo motivo oltre al reato ambientale è contestato anche il reato di disastro ambientale colposo.
Come richiesto dalla Procura, le aree poste sotto sequestro sono state ora affidate in giudiziale custodia al Ministero dell’Ambiente già direttamente interessato a seguito dell’istituzione del Sito di Interesse Nazionale di Bussi sul Tirino poiché assuma le determinazioni più adeguate secondo la normativa di settore.
Insomma dopo dieci anni di incontri e tavoli sull’inquinamento sempre più preoccupante di Bussi chi doveva evitare lo scempio non lo ha fatto, inoltre dopo la “scoperta” delle discariche esisteva un preciso obbligo di messa in sicurezza che non è stato ottemperato così come aveva scoperto proprio il Wwf alcuni mesi fa denunciando livelli di inquinamento preoccupanti e la mancata messa in sicurezza.
Ora la patata bollente passa al ministero che dovrà per forza di cose azionarsi e mettere fine all’inquinamento delle falde che continua… da sempre.

SOLVAY:«NOI SIAMO ESTRANEI»
Intanto dalla sede di Bollate (Mi) arrivano le prime reazioni di Solvay che pur confermando il coinvolgimento dei propri maganer si dice «estranea ai fatti imputati».
«Come attuale proprietaria del sito Solvay», dice la ditta, «ha iniziato e sta implementando, in accordo con le autorità, un progetto di Messa in Sicurezza Permanente che è stato richiesto dal Ministero dell’Ambiente.  Alcune azioni sono già state intraprese, ad altre sono in fase di attuazione, con un progressivo miglioramento dell’impatto ambientale. Solvay non è minimamente responsabile dell’inquinamento pregresso, e da quando è partita l’emergenza ambientale nel 2007 nell’area di Bussi sul Tirino, ha da subito collaborato con gli Enti e le forze di investigazione. Solvay è stata riconosciuta parte civile e non è imputata nel processo ambientale in corso presso la Corte di Assise di Chieti, che cita invece in giudizio (Mont) Edison come unico responsabile».

GLI AMBIENTALISTI  L’INERZIA CHE UCCIDE
«A Bussi e in Val Pescara basta temporeggiare, serve avviare la bonifica senza se e senza ma» così il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua.
I comitati intervengono per ribadire che l’inchiesta è nata da un esposto di Augusto De Sanctis che da anni segue il triste destino del Sito industriale di Bussi.
«Bastava leggere le carte depositate da anni presso il Ministero dell’Ambiente, l’ARTA e gli altri enti pubblici interessati per verificare che il sito, a ben 6 anni dalla perimetrazione come Sito di Interesse Nazionale per le Bonifiche (avvenuta nel 2008) e a 9 anni dalle prime denunce sulla situazione di inquinamento (nel 2004!), non era stato messo in sicurezza come prescrive la legge», commenta oggi De Sanctis che grazie ad un semplice accesso agli atti è riuscito ad avere le prove documentali della pericolosa inerzia della Solvay.
«I dati della stessa Solvay sul funzionamento della barriera idraulica (un sistema di pompaggio delle acque inquinate per procedere alla rimozione degli inquinanti)  realizzata dalla stessa azienda indicavano che la stessa non era del tutto efficace, visto che non bloccava i contaminanti all’interno delle aree inquinate. Pertanto», aggiunge De Sanctis, «una parte di questi inquinanti andava  nella falda verso valle. Sostanze pericolose come il monocloroetilene raggiungevano, a valle della barriera idraulica, valori anche di 200 volte i limiti di legge. Ricordiamo che la messa in sicurezza è l’operazione da svolgere “in emergenza” (la legge prevede che debbano essere realizzati “ad horas”!) in attesa della caratterizzazione del sito e della successiva bonifica. Questo intervento è (era) necessario per impedire l’ulteriore fuoriuscita verso valle degli inquinanti».
Secondo i comitati è «allucinante» che in questi anni invece di procedere alla bonifica si sia perso tempo dietro ad ipotesi come quella del gruppo Toto (la megacava di 400 ettari con un cementificio) «del tutto insostenibili in un’area già martoriata».
Ora bisognerebbe recuperare il tempo perduto senza se e senza ma e questo spetta solo al ministero a cui la magistratura ha consegnato l’area sequestrata oggi.
Sul tavolo vi sono anche i 50mln già stanziati dal governo che dovrebbero servire per bonificare subito l’area e «senza che tale spesa sia influenzata da altre vicende, recuperando poi le somme dai proprietari inadempienti secondo quanto prevede il principio “chi inquina paga”».
Nella val Pescara abitano 500.000 persone che devono vivere in totale sicurezza.