DENTRO L'INCHIESTA

Tangenti L’Aquila, «120 pezzi da 500 euro nella valigetta in pelle»

L’imprenditore racconta la consegna dei soldi

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Tangenti L’Aquila, «120 pezzi da 500 euro nella valigetta in pelle»

Map de L'Aquila



L’AQUILA. Dovranno restare ai domiciliari almeno per 15 giorni le quattro persone che sono state arrestati ieri nell’ambito dell’inchiesta aquilana Do Ut Des.
E’ così che ha disposto il gip Romano Gargarella nell’ordinanza di custodia cautelare di 70 pagine.
Un arresto necessario per «il concreto pericolo» di contaminare la «genuina acquisizione delle prove» e vista la «dedizione costante ad attività predatoria» degli indagati. Ma la misura cautelare preventiva ‘scadrà’ tra due settimane se non dovessero intervenire nuove necessità.
Nel documento il gip ricostruisce i movimenti dei quattro indagati grazie alle dichiarazioni di Daniele Lago, 40 anni, imprenditore di Bassano del Grappa, Ad della Steda Spa, aggiudicataria di alcuni appalti. E’ lui che decide di vuotare il sacco e raccontare come vengono gestite le ‘macerie’ del post sisma.
La città è ancora avvolta nell’odore acre di morte ma ci sarebbero stati individui pronti a guadagnare soldi, ad arricchirsi e generare profitti illeciti.
E’ proprio Lago che racconta di essere diventato, con la sua società «il bancomat» di quelli che gli potevano aprire le porte. La sua non è una confessione spontanea, gli inquirenti arrivano a lui perché stanno analizzando presunte irregolarità e si trovano davanti ad uno scenario che probabilmente nemmeno immaginavano.
E l’imprenditore era ben contento di pagare perché aveva intuito che era l’unico modo per lavorare. Il primo abboccamento avviene quando la sua società viene esclusa temporaneamente da un appalto (per i Map della Protezione Civile di Bertolaso) al quale aveva partecipato in Ati con altre imprese, tra cui la Mercatone Uno Service Spa di cui Pasqualino Macera era rappresentante per l'Abruzzo. L’imprenditore svela agli inquirenti: «Macera mi disse che con lo 0,2% si poteva risolvere il problema».
Quella era a tutti gli effetti la richiesta di una tangente e Lago accettò. Macera disse che quei soldi servivano per fare pressione su Bernardo De Bernardinis della Protezione civile. Era millantato credito, dicono gli inquirenti, perché De Bernardinis era all’oscuro di tutto. 

Lago forse lo intuì pure perché spiega «chiesi di poter ricevere un segnale sul fatto che quella somma di 60 mila euro fosse andata a buon fine ma non è mai arrivato». E ancora: «temevo di essere raggirato» e Macera decise di firmargli «un assegno bancario a sua firma, del controvalore della somma data in contanti» a garanzia. E l’imprenditore sganciò «120 pezzi da 500 euro» poi consegnati in una valigetta di pelle.
I soldi portano i loro frutti e la riserva che aveva bloccato l’affidamento dell’appalto viene superata, ma secondo la Procura i soldi non sono serviti a questo scopo. Secondo gli inquirenti quei contanti sarebbero stati versati dalla moglie di Macera, Giovanna Presutti, per un totale di 35 mila euro «nel periodo che va dal 17 luglio 2009 al 19 novembre».
Con il resto dei soldi Macera avrebbe acquistato una moto e una automobile, circostanza che viene confermata anche da Lago che agli inquirenti racconta: «viaggiava a bordo di un Range Rover nero mentre prima viaggiava su una Fiat Bravo».