MISTERI E CARTE

Arresto De Fanis, la segretaria (con tessera del Pd): «a giugno Chiodi avvertì l’assessore dell’inchiesta»

Zingariello scarica l’ex amministratore, anzi no

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Lucia Zingariello

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PESCARA. Chissà che bisogno c’è di dire all’inizio della sua verbalizzazione “spontanea” che lei l’ex segretaria dell’assessore Luigi De Fanis ha la tessera del Pd.
Ma così è andata, Lucia Zingariello agli obblighi di dimora in seguito all’arresto dell’ex assessore accusato di aver concusso un imprenditore ed incassato mazzette, ha voluto farsi interrogare nuovamente dal pm Giuseppe Bellelli per vuotare il sacco. Sta di fatto che l’interrogatorio è durato poco, come dire che il sacco era già vuoto.
Poi all’uscita del tribunale la donna ha ripetuto tutto a ‘Il Centro’, rivelazioni importanti che scatenano un putiferio politico ma che non spostano molto l’obiettivo della procura che invece si attendeva molto di più.
Nei giorni scorsi -e durante il suo precedete interrogatorio- la Zingariello aveva già messo le cose in chiaro: lei soldi non ne ha presi ma sa molto perché dell’assessore era anche la confidente più stretta. Ma i tempi non sarebbero ancora maturi altrimenti non si spiegano i silenzi alle domande degli inquirenti che pure le hanno fatto domande precise e anche semplici su argomenti che già sono rientrati nel fascicolo di indagine e che dunque ben presto potrebbe riservare altre sorprese.
Non trapela molto del lavoro degli inquirenti ma i computer come sempre stanno parlando anche se il lavoro è lungo e meticoloso. E’ probabile che altri filoni possano emergere e magari coinvolgere altre persone.
La Zingariello però dopo aver lanciato messaggi è voluta ritornare in procura per «tirarsi fuori dall’inchiesta» ma le cose che ha detto sono per l’inchiesta irrilevanti e almeno ad oggi l’obiettivo pare fallito

CHIODI SAPEVA DA GIUGNO
Come anticipato alcune settimane fa da PrimaDaNoi.it l’inchiesta è stata caratterizzata e depotenziata da una fuga di notizie ancora tutta da decifrare che di fatto ha permesso che l’inchiesta fosse nota ben prima degli arresti eclatanti.
Su questo fatto Chiodi non si è voluto esprimere anche perché proprio il presidente ha deciso che le prossime elezioni si terranno a maggio e non a dicembre 2013. Si fossero tenute alla scadenza naturale del mandato la campagna elettorale sarebbe stata indubbiamente avvelenata dagli arresti “eclatanti”.
Ora però la Zingariello aggiunge un tassello molto importante: De Fanis disse alla donna che era stato avvertito da Chiodi verso giugno dell’inchiesta.
Insieme a Chiodi c’erano anche Fabrizio Di Stefano e Lanfranco Venturoni del rottamato Pdl che dunque erano a conoscenza dell’indagine allora iniziata da pochissimi mesi e coperta dal più totale segreto.
Sono allora molti gli elementi che si possono evincere da questa affermazione che deve essere confermata ma appare compatibile con una serie di altri riscontri indiretti proprio sulla fuga di notizie.
Chiodi a giugno già sapeva. Chi ha fatto uscire la notizia ha voluto avvantaggiare Chiodi e non De Fanis, come dire che il “messaggero” ha voluto rivendersi la notizia per acquisire lustro nei confronti del “capo” e non del gregario prossimo alla fine.
Ora la partita è diventata politica a tutti gli effetti perché con le sue affermazioni la donna sta offrendo un grande assist al Pd che guarda caso appare essere il suo partito di appartenenza e guarda caso dopo l’intervista all’uscita dell’interrogatorio sul giornale (di solito ci si attiene al riserbo) il primo a commentare è proprio il vertice del partito di Renzi.

Silvio Paolucci dice che Chiodi «ha lasciato che il settore cultura precipitasse nel caos, che l’Abruzzo perdesse un evento internazionale come il Festival del teatro di Gioia promosso da Dacia Maraini, ha lasciato che il sistema bibliotecario perdesse altri colpi e lasciato solo pochi spiccioli a decine di associazioni culturali. Chiodi a questo punto deve spiegare tante cose agli abruzzesi, e per prima cosa chiedere scusa a Dacia Maraini».
Evidentemente lo sgarbo alla Maraini è un aspetto prioritario per il Pd ma poi aggiunge: «A questo punto viene da chiedersi», aggiunge poi Paolucci, «se Chiodi abbia deciso di far votare gli abruzzesi nel 2014 proprio ad Atri, nel meeting di giugno nel quale avrebbe rivelato a De Fanis dell’imminente arresto – sottolinea Paolucci – per provare a far dimenticare agli abruzzesi gli effetti di questa ennesima inchiesta che ha colpito la giunta Chiodi. Questa scelta, dettata da interessi esclusivamente elettorali, costa agli abruzzesi sei mesi di stipendi a consiglieri, assessori, dirigenti, consulenti: Chiodi ne risponderà di fronte agli abruzzesi».
L’assist va a segno ma nemmeno questa volta Chiodi ha inteso rispondere ritenendo più utile e produttivo il silenzio.
Nelle ultime settimane critico e duro era intervenuto un altro esponente del Pd, il consigliere regionale Camillo D’Alessandro, che pure incalzava Chiodi a parlare e a dare risposte.
In questo momento è vero che Chiodi abbia un obbligo non solo morale di spiegare il come e il perché, ma è anche vero che di questa storia sono in molti a sapere e non parlano. Nella stessa situazione sono Di Stefano e Venturoni se è vero quanto racconta la segretaria Zingariello.
D’altronde Chiodi non è l’unico ad avere notizie riservate e su questo si sta combattendo questo braccio di ferro all’approssimarsi delle elezioni regionali.