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Appello Sanitopoli. Difensore Del Turco: «Angelini bugiardo seriale, versione preordinata e tribunale illogico»

Nel lungo documento tutt ele incongruenze della sentenza di primo grado

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Appello Sanitopoli. Difensore Del Turco: «Angelini bugiardo seriale, versione preordinata e tribunale illogico»

Del Turco e Caiazza


ABRUZZO. Troppe incongruenze, troppi documenti non valutati o sottovalutati, qualche errore materiale, qualche dimenticanza ma soprattutto alcuni procedimenti logici errati che hanno poi scaturito una ricostruzione falsata.
Sono in sintesi le ragioni dell’appello del difensore dell’ex presidente della Regione, Ottaviano Del Turco, Giandomenico Caiazza.
La sentenza di primo grado ha sancito una condanna per Del Turco di 9 anni e sei mesi di reclusione per reati come corruzione e associazione a delinquere.
Nelle 180 pagine del ricorso l’avvocato, che si è battuto con forza, chiarezza e astuzia in tutte le snervanti e spossanti udienze del lunghissimo processo, riprova a mettere nero su bianco elementi di prova già forniti avendo ora dalla sua una articolatissima ricostruzione dei fatti nella sentenza di primo grado.
E con una mole così preponderante di documenti e testimonianze, attendersi che non vi siano sbavature nel giudizio è utopia. Così le argomentazioni di Caiazza e Milia provano ad insinuarsi nelle percettibili crepe della sentenza provando ad allargarle sempre più fino a far crollare il muro di certezze.
Un dato è chiaro e riportato più volte: Angelini per la difesa è un impostore, un menzognero che avrebbe, tra l’altro, preordinato e previsto nei dettagli le accuse, adattandole man mano con le emergenze probatorie che saltavano fuori.
Tra i motivi di contestazione anche l’errore, secondo la difesa, di aver accomunato la giunta Pace a quella di Del Turco mentre di fatto anche nel processo sono emerse attività del tutto differenti di approccio nei confronti della sanità (favoritismi ad Angelini da una parte, e giro di vite dall’altra).

LA TELEFONATA DI ANGELINI PRIMA DEGLI ARRESTI
La differenza di relazioni tra la vecchia giunta di centrodestra e quella successiva di centrosinistra è lampante secondo la difesa anche perché lo stesso Angelini ha detto di essere stato «distrutto» dalla giunta Del Turco. Secondo Caiazza però una intercettazione, riportata pure nella sentenza, la dice lunga sull’agire del grande accusatore. È il 20 aprile 2008, 3 mesi prima degli arresti e Angelini dice al suo interlocutore, tale Maccione «di andare da Aracu, dirgli che la sinistra aveva massacrato Villa Pini e chiedergli : “voi cosa volete fare?”, e promettergli, in caso di appoggio, visibilità mediatica tramite l’emittente televisiva Rete 8 (che evidentemente l’Angelini considerava controllabile». Tanto si legge a pagina 146 della sentenza.
«La conversazione», scrive Caiazza, «avviene il 20 aprile 2008 quando Angelini è stato una prima volta interrogato (12 aprile) negando ogni dazione ma apprendendo dalla procura che ha già acquisito conoscenza di sue attività distrattive di patrimonio per oltre 60mln di euro. Pochi giorni dopo, dopo aver meditato sul tema della concussione ambientale suggeritogli dall’allora procuratore capo Nicola Trifuoggi, Angelini formulerà le sue accuse appunto contro chi “aveva massacrato Villa Pini”».
Secondo Caiazza il tribunale non avrebbe «preso in considerazione volutamente le vere ragioni» che avrebbero indotto Angelini a confessare. Ragioni che sarebbero rinvenibili proprio nel verbale di quel 12 aprile quando di fatto l’ex patron di Villa Pini apprese che la procura era a conoscenza della sua attività distrattiva dei denari del gruppo.
«È un fatto tuttavia che Angelini fino a quel momento», ricostruisce l’avvocato di Del Turco, «aveva negato di aver corrisposto denaro a chicchessia e si noti subito che quando apprende la tremenda notizia (per lui) di un'indagine sui flussi di denaro distratti dalle sue cliniche inizia a collegare fatti più lontani nel tempo e risalenti alla prima cartolarizzazione. E’ in questa occasione che il procuratore capo avrebbe prospettato all'Angelini la possibilità di raccontare episodi in veste di parte offesa, senza nessuna personale esposizione confessoria, così come si evince dagli interrogatori gli Angeli».
Pochi giorni dopo effettivamente Angelini tornerà e racconterà la sua verità e cioè che lui era stato una vittima di estorsione essendo stato concusso.

CHIAMATA IN REITA’
L’avvocato nel suo atto di appello fa notare che Angelini non ha mai inteso autoaccusarsi di nulla essendosi dipinto appunto come una vittima ed infatti anche per la procura le varie dazioni sono rubricate come “concussione” cioè una estorsione che prevede appunto una vittima. E’ il tribunale invece che in sentenza modifica l’imputazione e la trasforma in corruzione, reato per il quale sono previsti due soggetti: corrotto e corruttore.
«Il tribunale non confuta ma semplicemente ignora del tutto questa incontrovertibile rappresentazione delle effettive ragioni» che hanno fatto maturare ad Angelini la propria decisione, «ragioni che dunque sono di natura prettamente difensiva ed utilitaristica perché volte sia a giustificare le attività distrattive, sia a spostare il baricentro della indagine da se stesso come autore di probabili fatti di bancarotta e infine raccontandosi come vittima di una attività compulsiva della giunta che lo stava distruggendo»
La prova di tutto questo risiederebbe nel fatto che Angelini non ha mai confessato alcun tipo di atto distrattivo del patrimonio.
Eppure una delle più grandi incongruenze della sentenza - a detta di Caiazza- starebbe proprio in questo: nonostante Angelini abbia raccontato cose, in alcuni casi ritrattando o cambiando versione, ha dipinto comunque un quadro parziale e distorto, dipingendosi come vittima. Il collegio gli crede comunque anche se stabilisce che non è vittima ma corruttore. «Nonostante tutto», dice Caiazza, «il tribunale non nutre dubbi di sorta sulla intrinseca verità delle dichiarazioni rese da Angelini».

LA RICOSTRUZIONE DELLE DAZIONI E LA PRECISIONE DI ANGELINI
Secondo l'avvocato Caiazza è davvero singolare il fatto che Angelini nel 2008 sia riuscito a ricostruire ben 24 circostanze ed episodi di dazioni di denaro realizzatesi a partire dal 2006 al gennaio 2008 con il solo ausilio della propria memoria.
Angelini infatti ha sempre affermato di non aver mai annotato in nessun modo date e circostanze di quegli eventi.
Tali circostanze, però, le avrebbe ricostruite con l'ausilio della moglie la quale -sempre a dire di Angelini- avrebbe ignorato ogni accadimento fino al racconto fatto dal marito nell'ottobre 2007.
Durante il processo tuttavia è stato accertato che Angelini effettuava centinaia di operazioni bancarie per cassa anche nello stesso periodo e dunque il mistero su come sia riuscito precisamente ad individuare le tangenti rimane.
Angelini ha raccontato che la moglie riuscì a ricostruire le dazioni «per sottrazione» cioè individuando tutte quelle che… non erano tangenti.
Dunque ricorda l'avvocato «la donna a memoria avrebbe ricordato le causali di tutti i prelievi lasciandone fuori quelle di cui non ricordava e quelle sono state indicate come tangenti».
Nell'ambito dell'udienza in cui la donna raccontò queste cose -ricorda Caiazza- ci fu anche «un provvidenziale malessere e l'esame testimoniale fu interrotto».
«Poi esaminata nuovamente la moglie di Angelini, la donna smentisce quest'ultimo dicendo che il marito aveva annotato tutte le date».

AVVITAMENTO LOGICO
Una dura contestazione nell’atto di appello viene rivolto al processo logico adottato per spiegare quasi tutte le dazioni contestate a Del Turco, procedimento logico errato che giunge a conclusioni paradossali.
Caiazza sostiene infatti che il tribunale parte da un assunto incontestabile: «le dazioni sono certamente avvenute» per poi motivare che «la spiegazione deve per forza essere questa, perché altrimenti la dazione è incomprensibile».
«Nemmeno viene in mente al collegio», chiosa Caiazza, «di aver invece il dovere di desumere dalla inspiegabilità di una dazioni di denaro il riscontro della sua inesistenza».
Diverse decine di pagine poi vengono spese per spiegare tutte le incongruenze della ricostruzione nella sentenza che si appoggia alle famose fotografie delle mele e della più famosa tangente versata a Collelongo. La tesi difensiva è ancora una volta che Angelini abbia assolutamente precostituito la sua versione e le prove, fornendo in un primo momento alla procura solo le stampe delle foto e nemmeno tutte, sottraendo quella scattata alla busta contenente noci e mele che salterà fuori solo in un secondo momento e dopo che ad Angelini era stato detto di conservare la memoria della macchina fotografica. Proprio la foto delle mele dimostrerebbe ancora una volta l’inattendibilità delle dichiarazioni di Angelini.

«NON ESISTONO PROVE DIRETTE DELLE TANGENTI»
Sui fatti specifici poi, secondo la difesa, emergerebbero incongruenze, sottovalutate o non confutate dal tribunale come quella per esempio che le dazioni a Collelongo sarebbero avvenute, secondo una prima versione, arrivando al paese dell'ex-presidente con una propria autovettura non munita di Telepass e «solo un paio di volte» Angelini sarebbe andato con l'auto di Villa Pini, fornita invece di Telepass.
Questa dichiarazione poi rettificata nel tempo è per la difesa incompatibile con la produzione documentale dei Telepass prodotti che invece raccontano di molte dazioni effettuate con la macchina dell'azienda per un totale di 64 viaggi con l'autista
Dunque secondo la difesa «le calunniose affermazioni del Angelini sarebbero state costruite ad adattate sulla documentazione disponibile e progressivamente costruite intorno a queste carte».
Inoltre secondo l'avvocato ci sarebbe stata un'inversione pericolosa di logica nella datazione delle tangenti poiché Angelini non ha preventivamente specificato giorno e ora delle tangenti (che poi sono state confermate dalle carte) ma queste date sono state dedotte dai prelievi bancari e dai dati del Telepass. Dunque anche logicamente non si potrebbe dire che «le affermazioni di Angelini sono provate dalla documentazione bancaria e dei telepass».

«Angelini infatti», si legge nel ricorso, «non fa altro che individuare tutte le date di ingresso e di uscita di una qualsiasi delle autovetture della clinica al casello autostradale di Aielli-Celano ed in qualche modo prossime alle date dei prelievi e su tale base indica le date delle sue trasferte a Collelongo. Quando poi questo incrocio diventa davvero impossibile, cosa che accade ben otto volte e per altrettante dazioni, egli dichiarerà di essersi recato da solo guidando la macchina personale priva di telepass».
Con questo espediente Angelini si sarebbe posto nelle condizioni di poter modellare la ricostruzione temporale con le informazioni in suo possesso anche prima della sua collaborazione con la procura.
«Per tale ovvia ragione queste carte tutto possono essere fuorché un riscontro esterno delle sue dichiarazioni accusatorie».
A questo la difesa aggiunge anche una «macroscopica concertazione tra i testimoni», che avrebbero preordinato le dichiarazioni in aula.

«INAMMISSIBILE APPROSSIMAZIONE LOGICA»
Le conferme dei telepass cadrebbero anche per altre ragioni e cioè la presenza di viaggi frequenti, anche in epoca remota, che di sicuro non si giustificano le dazioni di denaro all’ex presidente. Il dato però è ignorato dal tribunale.
«Non si avvede il tribunale», scrive Caiazza, «vittima di una inammissibile approssimazione logico e argomentativa, che l'aver rinvenuto numerose altre uscite a quello stesso casello autostradale risalenti ad un arco temporale così remoto ed inconferente con l'assunzione di qualunque tipo di incarico regionale da parte di Del Turco, depone in modo esplicito proprio nel senso contrario a quello attribuito in sentenza e cioè l'uscita al castello di Aielli-Celano significa necessariamente la visita a Collelongo per consegnare dazioni di denaro».

IL TRIBUNALE COME LA CORTE COSTITUZIONALE
Altra questione sulla quale l'avvocato batte molto è l'ingerenza indebita –a suo avviso- del tribunale penale che giudica il procedimento legislativo della Regione «aperto, sezionato, analizzato e interpretato ed infine giudicato come illegittimo», compito che è demandato alla Corte Costituzionale e non al giudice penale.
Il riferimento è alle presunte dazioni di denaro in cambio di modifiche alla legge regionale sulla sanità della giunta Del Turco; infatti in più punti il tribunale scrive: «la norma si risolve in una revisione, illegittima perché contrastante con la legge-quadro statale, di estremo favoritismo nei confronti di Angelini che sostanzialmente gli ha permesso di proseguire nell'erogazione di prestazioni sanitarie non oggetto di accreditamento».
«In conclusione», scrive Caiazza, «Angelini avrebbe concordato di sborsare 6,5 milioni di euro a Del Turco e agli altri imputati per ottenere il nulla che sarebbe derivato dalla legislazione posta in essere dalla giunta di centro-sinistra a fronte di una complessiva attività amministrativa, legislativa e politica che di fatto è costata al gruppo Villa Pini 66,8 milioni oltre le decurtazione di prestazioni illegittime pari a14,5 mln più altre sanzioni e la decurtazione dei posti letto».

LE INDAGINI BANCARIE: «PROVA DI INNOCENZA»
«Le indagini bancarie patrimoniali svolte nei confronti di Ottaviano Del Turco costituiscono il più evidente ed inconfutabile riscontro negativo della chiamata in reità di Angelini».
L'avvocato fa notare inoltre alla Corte d'Appello che, oltre alla presunta contiguità temporale tra dazioni e operazioni bancarie non vi è alcuna evidenza o prova «che dia conto dell'utilizzo di quelle somme in contanti percepite, in altre parole non c'è alcuna evidenza che dimostri come Del Turco abbia in realtà speso oltre 6 milioni di euro».

VERSAMENTI IN CONTANTI DI ANGELINI IGNORATI
Tra le circostanze ignorate e che, invece, secondo l'avvocato difensore, hanno un'enorme importanza è «lo spudorato versamento da parte di Angelini di 3 milioni di euro in contanti sul proprio conto corrente pochi giorni dopo l'arresto di Ottaviano Del Turco ai quali deve aggiungersi il versamento di 600.000 euro effettuato dalla moglie Anna Maria Sollecito. Si tratta di enormi disponibilità in contanti, quasi interamente corrispondente alla somma della dazione che l'Angelini dichiara di avere corrisposto agli imputati nell'anno 2007 e che non trovano riscontro in nessun altro diverso prelievo di tale importo».
I dati sono già emersi nell'ambito del dibattimento e forniti dal colonnello della guardia di Finanzache poi dovette confermare in controinterrogatorio che non fu fatto alcun tipo di approfondimento investigativo né di iniziativa, né tantomeno su indicazione della procura di Pescara, su quei versamenti.


Alessandro Biancardi