ECONOMIA

Pescara. Consumi: automobili, gioielli e abbigliamento a picco

Confcommercio Pescara: «le famiglie non vogliono spendere meno ma hanno meno soldi»

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Pescara. Consumi: automobili, gioielli e abbigliamento a picco

Pescara. Consumi: automobili, gioielli e abbigliamento a picco
Confcommercio Pescara: «le famiglie non vogliono spendere meno ma hanno meno soldi»
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PESCARA. Da un’analisi svolta dal Centro Studi Confcommercio sulla ricchezza e sui consumi delle famiglie si conferma la drammatica situazione recessiva che ha ridotto notevolmente gli acquisti specie per alcuni comparti del commercio come abbigliamento e gioielleria.
«Purtroppo», commenta il direttore della Confcommercio Pescara, Walter Recinella, «sono dati che rispecchiano fedelmente anche la situazione a livello locale in quanto dopo il picco dei consumi raggiunto nel 2007 abbiamo assistito ad una progressiva perdita di poter di acquisto da parte delle famiglie che ha avuto pesanti ripercussioni sul comparto del commercio da noi rappresentato».
Un dato importante è quello relativo alla propensione al consumo delle famiglie che è passata da una media dell’80% del reddito disponibile registrata fino al 2007 a valori ben oltre il 90% negli ultimi anni; ciò vuol dire che le famiglie non risparmiano più e che il calo dei consumi è dovuto ad una drammatica riduzione dei redditi e non ad un atteggiamento rinunciatario da parte delle famiglie stesse.
Riguardo al comparto commerciale si evidenzia, come prevedibile, che in periodi di vacche magre le famiglie abbiano sacrificato le spese voluttuarie ed in tale ambito i segmenti che hanno registrato i cali più evidenti sono quelli relativi ad automobili e gioielli.
In netto calo anche la spesa per abbigliamento e calzature mentre il comparto alimentare contiene il segno negativo in termini di spesa in valore assoluto e guadagna in termini di percentuale sul volume totale dei consumi.
Tengono in particolare i consumi al bar tradizionale, quelli legati alla colazione, e quelli per la ristorazione di fascia medio-bassa (dai 15 ai 25 euro), segno che malgrado la crisi si tende a non rinunciare ai momenti di socialità che non comportano spese eccessive.
Un dato confortante nel segmento alimentare è legato alla riscoperta dei negozi di vicinato, soprattutto per quel che riguarda frutta e verdura e salumi e latticini; una riscoperta, quella della “piccola bottega sotto casa” che si conferma da alcuni anni perché il cittadino-consumatore apprezza nuovamente il servizio e la qualità di un offerta mirata rispetto al disorientamento di offerte, spesso solo quantitative, della grande distribuzione.
«In sintesi», spiega Recinella, «emerge un quadro ancora negativo a livello generale ma con alcuni spiragli di sole legati soprattutto alla volontà delle famiglie di sostenere comunque i consumi di base. In tale contesto un rilancio dei consumi può venire solo da una riduzione della pressione fiscale che dia nuovo ossigeno alle famiglie, liberando risorse per gli acquisti, ed alle imprese. La ricetta per raggiungere tale obiettivo è quella che portiamo avanti da sempre: razionalizzare la spesa a livello centrale, attraverso la soppressione degli enti inutili, la dismissione di parte del patrimonio pubblico e una lotta mirata ai grandi evasori, mentre a livello locale occorre evitare interventi pubblici inutili e costosi per utilizzare le risorse così risparmiate per la riduzione dei tributi locali che gravano su aziende e famiglie».
PESCARA. Da un’analisi svolta dal Centro Studi Confcommercio sulla ricchezza e sui consumi delle famiglie si conferma la drammatica situazione recessiva che ha ridotto notevolmente gli acquisti specie per alcuni comparti del commercio come abbigliamento e gioielleria.«Purtroppo», commenta il direttore della Confcommercio Pescara, Walter Recinella, «sono dati che rispecchiano fedelmente anche la situazione a livello locale in quanto dopo il picco dei consumi raggiunto nel 2007 abbiamo assistito ad una progressiva perdita di poter di acquisto da parte delle famiglie che ha avuto pesanti ripercussioni sul comparto del commercio da noi rappresentato».

Un dato importante è quello relativo alla propensione al consumo delle famiglie che è passata da una media dell’80% del reddito disponibile registrata fino al 2007 a valori ben oltre il 90% negli ultimi anni; ciò vuol dire che le famiglie non risparmiano più e che il calo dei consumi è dovuto ad una drammatica riduzione dei redditi e non ad un atteggiamento rinunciatario da parte delle famiglie stesse.Riguardo al comparto commerciale si evidenzia, come prevedibile, che in periodi di vacche magre le famiglie abbiano sacrificato le spese voluttuarie ed in tale ambito i segmenti che hanno registrato i cali più evidenti sono quelli relativi ad automobili e gioielli.In netto calo anche la spesa per abbigliamento e calzature mentre il comparto alimentare contiene il segno negativo in termini di spesa in valore assoluto e guadagna in termini di percentuale sul volume totale dei consumi.

Tengono in particolare i consumi al bar tradizionale, quelli legati alla colazione, e quelli per la ristorazione di fascia medio-bassa (dai 15 ai 25 euro), segno che malgrado la crisi si tende a non rinunciare ai momenti di socialità che non comportano spese eccessive. Un dato confortante nel segmento alimentare è legato alla riscoperta dei negozi di vicinato, soprattutto per quel che riguarda frutta e verdura e salumi e latticini; una riscoperta, quella della “piccola bottega sotto casa” che si conferma da alcuni anni perché il cittadino-consumatore apprezza nuovamente il servizio e la qualità di un offerta mirata rispetto al disorientamento di offerte, spesso solo quantitative, della grande distribuzione.«In sintesi», spiega Recinella, «emerge un quadro ancora negativo a livello generale ma con alcuni spiragli di sole legati soprattutto alla volontà delle famiglie di sostenere comunque i consumi di base. In tale contesto un rilancio dei consumi può venire solo da una riduzione della pressione fiscale che dia nuovo ossigeno alle famiglie, liberando risorse per gli acquisti, ed alle imprese. La ricetta per raggiungere tale obiettivo è quella che portiamo avanti da sempre: razionalizzare la spesa a livello centrale, attraverso la soppressione degli enti inutili, la dismissione di parte del patrimonio pubblico e una lotta mirata ai grandi evasori, mentre a livello locale occorre evitare interventi pubblici inutili e costosi per utilizzare le risorse così risparmiate per la riduzione dei tributi locali che gravano su aziende e famiglie».