VERITA' GIUDIZIARIA

Abruzzo. Sanitopoli, «la sanità avvelenata dalla corruzione e dai rimborsi gonfiati»

Le motivazioni della sentenza di condanna

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Del Turco e Quarta in aula

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ABRUZZO. Se alla base di ogni atto c’è il “vizio” della corruzione tutto quello che ne discende è un risultato profondamente viziato.
Il racconto che i guidici di Pescara fanno della vita amministrativa della Regione nella sentenza Sanitopoli è desolante in ogni sua parte ed è una pugnalata al cuore per chi vuole capire le ragioni delle tasse di oggi, dell’indebitamento senza scrupoli andato avanti per anni e dei sacrifici ineludibili che i cittadini devono sostenere oggi.
I giudici di primo grado scrivono pagine e pagine, per esempio, solo per dimostrare che questo o quell’imputato-politico-corruttore e amministratore gestiva la cosa pubblica come fosse sua e piegandola ai propri interessi, producendo atti amministrativi che creavano difficoltà o vantaggi al nemico o all’amico per finalità diverse dall’interesse pubblico.
Pagine e pagine per dimostrare che questo e quell’imputato aveva sistemato nei posti chiave dell’amministrazione regionale uomini di propria fiducia che rispondevano soltanto a chi li aveva nominati piuttosto che alla legge o ai cittadini. Un esercito di yesman che i giudici chiamano associazione a delinquere instaurata con la salita al potere di Ottaviano Del Turco.
Pagine e pagine per raccontare di amministratori della cosa pubblica che senza troppi problemi sarebbero stati pronti a commettere “innocenti abusi” pur di estorcere denaro all’imprenditore di turno. Come nel caso di Conga che dice ad Angelini che se non lo pagherà profumatamente (oltre 4 milioni) l’ex manager gli avrebbe creato problemi nei pagamenti della Asl dovuti a Villa Pini per le prestazioni sanitarie. Come se un direttore della Asl potesse ritardare pagamenti a proprio piacimento.
Di cose che non vanno sono zeppe le pagine scritte dal collegio pescarese che in realtà dipinge la decadenza della politica negli ultimi decenni, decadenza che non fa più scalpore se un deputato della Repubblica accusato di corruzione è costretto a difendersi dicendo di aver “soltanto” evaso il fisco…

IL RISANAMENTO DELLA SANITA’ PROPAGANDA FALSA
Alcuni passaggi delle motivazioni riguardano anche il ritornello che in anni abbiamo ascoltato centinaia di volte: quello del risanamento dei conti della sanità. Del Turco e l’allora assessore alla Sanità Bernardo Mazzocca prima durante e dopo lo scandalo hanno continuato a sostenere che il loro merito era quello di voler ridurre il debito della sanità.
Un passaggio sottolinea che se «uno dei punti principali del programma di governo della giunta regionale diretta da Del Turco era il risanamento della sanità regionale, all'esito del quale sarebbe finito il 'far west' prima imperante, come il Del Turco amava ripetere», poi si chiarisce che «il far west doveva effettivamente cessare, anche se non per autonoma iniziativa dell'imputato, bensì per obbligo di legge, conseguente ai richiamati accordi Stato Regione del marzo 2005 (e marzo 2007), e quindi preesistente all'elezione di Del Turco. Nonostante ciò l'atto con cui la nuova Giunta esordisce in materia di sanità», ossia la delibera 831/05 «già del tutto contrariamente al proclama di risanamento permise alle case di cura private di continuare tranquillamente ad erogare una quota di prestazioni inappropriate e ad operare extra budget, e ciò a vedersi remunerato l'intero budget».
Come si conciliava questo atto con le intenzioni disattese del programma elettorale? Come si può risanare se si aumentano le spese e si chiudono tutti e due gli occhi?
«Ancora qualche mese dopo, in contrasto con gli accordi Stato-Regione - continua la sentenza - la Giunta adotta una delibera (786/06) che sostanzialmente intendeva stabilizzare il sistema di cartolarizzazione attraverso la qualificazione di certezza, liquidità ed esigibilità di pretese creditorie soggette a controllo contabile e senza i controlli di merito».

«LA TANGENTE DELLE MELE PIENAMENTE PROVATA: MELE CONSEGNATE DA DEL TURCO»
Altro punto importante del processo è stato quello della dazione delle mele, la tangente fotografata (malamente) da Angelini. Per i giudici tutto coincide con il racconto ed anche le foto sfuocate testimoniano che il racconto di Angelini è genuino. Quelle foto (e le informazioni che contengono) supportano la confessione dell’ex patron di Villa Pini
La dazione all'ex governatore abruzzese è del 2 novembre 2007 a Collelongo (L'Aquila). Si tratta della vicenda in cui Angelini, dopo la consegna della presunta tangente, esce da casa di Del Turco con una busta piena di mele che inizialmente avrebbe contenuto fascette di denaro. Dazione immortalata anche da alcune fotografie scattate dall'autista dell'epoca dell'ex imprenditore della sanita'.
«Va osservato in primo luogo - scrivono i giudici - che la fotografia n.95 ritraente le mele e' stata scattata qualche minuto dopo la 94, cioe' quando Angelini era appena uscito da casa dell'imputato, sicche', non risultando che le abbia portate con se' da casa, ne' tenute in clinica e da li' portate in auto a Collelongo, ne' risultando che si sia fermato durante il viaggio per acquistarle, deve ritenersi che le mele gli siano state effettivamente consegnate dall'imputato».

«LA MONTAGNA DI PROVE C’E’»
Il racconto dei giudici è lineare, non ci sono salti ostici o di difficile comprensione, ad una prima lettura sembra che non abbiano dimenticato nulla della montagna di prove messa sul piatto durane tutto il dibattimento.
In primo luogo c’è la confessione di Angelini che in oltre 30 pagine i giudici quasi psicoanalizzano per capire le motivazioni del suo gesto, arrivando però alla conclusione che l’ex patron di Villa Pini non aveva calcolato tutte le ripercussioni della sua confessione. Angelini credeva «erroneamente», scrivono i giudici, di essere stato danneggiato dalla politica ma in realtà era sempre più vincolato, incatenato e dipendente dalla politica fino a quando ha voluto liberarsi dall’abbraccio mortale. Secondo i giudici però proprio il racconto delle tangenti e della distrazione del denaro ha aperto la strada al fallimento della clinica.
«Non si è trattata di una scelta utilitaristica ma di effettiva volontà di porre fine al sistema di rapporti che lo avevano, fino ad allora, legato alla classe politica», scrivono i giudici.
«Quanto alle testimonianze non vi è alcun elemento da cui potersi evincere che le deposizioni rese siano frutto di concertazione o collusione o condizionamenti o reciproche influenze trattandosi di persone disinteressate anche quanto agli ex dipendenti dell’Angelini non avendo essi alcun rapporto diretto».
«I testimoni delle difese ,invece, sono stati inattendibili e per altri versi hanno fornito riscontro accusatorio».
In definitiva la montagna di prove è costituita dalle testimonianze di Angelini, dai riscontri alle sue parole attraverso telepass, prelievi bancari, testimonianze degli ex dipendenti che imbustavano i soldi, dall’autista, dalle foto, dalla perizia svolta sulle foto e dalla «singolare coincidenza cronologica tra le dazioni di denaro descritte e l’adozione di atti amministrativi e legislativi emessi o proposti dagli imputati, provvedimenti contenti previsioni di favore per le case di cure gestite da Angelini».

LA PROVA REGINA: LA PERSEVERANTE ILLEGITTIMITA’ DI VILLA PINI
Cavilli, prove a discarico, testimoni, foto e telepass devono però cedere il passo ad una prova “logica” che per i giudici e schiacciante. Questa prova è la perseverante, gigantesca, prolungata e intoccata illegittimità in cui ha vissuto per oltre un ventennio la casa di cura Villa Pini.
Dal 2004 al 2008 il periodo che ha interessato il processo la situazione non è stata diversa e sia la giunta di centrodestra che quella successiva hanno di fatto non visto e dunque avallato le gigantesche illegittimità che hanno permesso al gruppo Villa Pini di lucrare centinaia di milioni di euro dal sistema sanitario pubblico.
I giudici ricordano le pratiche illecite della clinica dai ricoveri inappropriati, al taroccamento delle Sdo (schede di dimissioni ospedalieri), all’auto accreditamento e alle altre pratiche che hanno permesso ad Angelini di richiedere senza alcun controllo un fiume di soldi pubblici. Mente accadeva tutto questo i controllori alla Regione non controllavano e la sentenza spiega il perché.
C’è poi l’incredibile vicenda dei rimborsi e dunque dei crediti vantati da Villa Pini che pur essendo oggetto di un contenzioso nel 2005 davanti al tribunale furono inseriti anche nella prima cartolarizzazione (di fatto duplicandoli) grazie alle tangenti a Conga, Domenici, Aracu.

«UNA TRUFFA ISTANTANEA»
I giudici tuttavia scrivono: «l’inserimento fraudolento dei crediti di Villa Pini nella prima cartolarizzazione Cartesio non può essere imputata alla srl Cartesio visto che non è emerso il suo coinvolgimento. Il vizio della cessione dei crediti non può essere contestata nemmeno ad Angelini poiché non risulta un suo ruolo attivo».
La Regione però nonostante gli atti viziati e la corruzione «non potrà più sottrarsi alla cartolarizzazione».
Per i giudici tuttavia non si può parlare di «truffa prolungata» come ipotizzata dalla procura di Pescara ma di «truffa istantanea». La differenza? La prima essendo prolungata non si prescrive a breve la seconda essendo riferita a fatti del 2004 è fatto troppo vecchio per generare condanne per via della prescrizione.

Alessandro Biancardi