INTERVISTA ESCLUSIVA

«Villa Pini ora è salva, ma è stata dura»

Il bilancio del curatore Giuseppina Ivone

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«Villa Pini ora è salva, ma è stata dura»

 

Intervista esclusiva
«Villa Pini ora è salva, ma è stata dura»
Il bilancio del curatore Giuseppina Ivone 
Giuseppina Ivone, Villa Pini, angelini, curatela, giudici, fallimento
CHIETI. «Villa Pini è stata un’esperienza umana più che una qualsiasi pratica professionale».
C’è un momento di pausa nella voce di Giuseppina Ivone, l’avvocato romano che da quasi quattro anni veste i panni del curatore fallimentare della galassia Angelini, ormai in default dal febbraio 2010. Ad un mese dalla vendita di quest’ultima clinica che dava il nome a tutto il gruppo fallito, era prevedibile una domanda su come ha vissuto questi anni molto intensi, pieni di colpi di scena e di trappole burocratiche, di tensioni con le Istituzioni e di impegno a tutelare le speranze di lavoro di oltre mille addetti. Ed era anche una domanda pò scontata. Eppure lo sguardo del curatore per un attimo si è perso nei ricordi: in un rapido flahback sono passati i malati, i dipendenti a rischio licenziamento, le preoccupazioni dei sindacati, la scommessa del Tribunale di Chieti di riuscire a non far chiudere le società di Angelini – e non solo la clinica di Chieti – scongiurando così una catastrofe occupazionale. E poi il lavoro «forsennato» (così lo definisce il curatore) dei suoi coadiutori Roberto Falcone e Francesco Cancelli, del suo staff ristretto di Villa Pini e del suo studio romano, dei giudici e dei cancellieri, dei legali e dei tecnici che l’hanno supportata a Chieti. «Dicevamo?» 
La domanda era: come ha vissuto questi anni, adesso che il fallimento si avvia alla conclusione? 
«Abbiamo venduto la clinica, ma la storia non finisce qui. Ormai conosco a memoria tutte le uscite dell’autostrada e tra un pò ricorderò anche le distanze tra un casello e l’altro. Infatti ora è il tempo di completare il recupero dei crediti e di sviluppare le azioni giudiziarie nei confronti dei responsabili del dissesto, oltre che di contrastare i reclami seriali dell’ex patron di Villa Pini che non perde occasione di diffidare, reclamare e presentare esposti». 
Come è andato l’esercizio provvisorio che ha portato alla vendita della clinica? 
«Villa Pini ha incontrato numerose criticità per fortuna alla fine è stata venduta al doppio dei soldi offerti e ben oltre le previsioni. Dico “per fortuna” in quanto questo attivo insperato è molto importante: servirà a pagare le spese ingenti che abbiamo dovuto affrontare per salvare la casa di cura e tutelare i posti di lavoro, mettendola in grado di funzionare nel rispetto della legalità». 
A che si riferisce? 
«Al rischio concreto di chiusura della casa di cura per un imprevisto molto grosso e cioè la mancanza della certificazione antincendio. L’esercizio provvisorio ha dovuto spendere 2 mln per riportare l’azienda nella legalità. Prima invece si operava nell’illegalità assoluta, imputabile alla complicità delle strutture pubbliche che avevano certificato che in clinica era tutto conforme alla legge. Nessuno dovrebbe dubitare dei documenti “pubblici” e noi non avevamo dubitato. Ed invece no. Però i Vigili del Fuoco, invece di prendersela con chi aveva certificato quello che non c’era, se la sono presa con il curatore e mi hanno tartassato, come se fossi io la causa di quella situazione. A quel punto io avrei potuto chiudere la clinica e mandare tutti a casa di fronte a questa inutile persecuzione di “un curatore che violava le norme sulla sicurezza. E’ stato questo il momento di maggiore crisi. Per fortuna siamo riusciti a completare le prescrizioni ed ora la clinica è una clinica. Ma è stata dura». 
Il merito di aver salvato Villa Pini a chi va? 
«Sicuramente va poco alle istituzioni locali e molto di più ai dipendenti ed al Policlinico Abano Terme che hanno lavorato con passione. Soprattutto va al Tribunale di Chieti che attraverso vari giudici “illuminati” ha salvato centinaia e centinaia di posti di lavoro e gli interessi economici del territorio. Mi sarei aspettata un maggiore interessamento del Comune e della Regione». 
La sua maggiore soddisfazione? 
«Aver scongiurato la disoccupazione di tante famiglie e aver venduto in meno di due anni sei cliniche ad un prezzo maggiore della stima: questa per me è una soddisfazione professionale oltre che umana ma è anche la dimostrazione che il fallimento può essere un’occasione di ripartenza, se la squadra funziona e se il progetto di rilancio - come in questo caso - è condiviso dall’ultimo dei dipendenti fino al Comitato dei creditori che mi ha sempre affiancato. Si raggiungono risultati insperati». 
Torna ancora in clinica? 
«Certo. Ci sono ancora tante cose da fare e sul mio navigatore via dei Frentani è l’indirizzo preferito. Mi sento quasi a casa». 
Qui la voce si spezza per la seconda volta. Quasi per esorcizzare il momento di crisi l’avvocato Ivone – sorridendo - si rifugia in una battuta: «spero di tornarci, ma non da utente….» 
Una telefonata in arrivo proprio dalla clinica cancella l’emozione dei ricordi: «Devi portare tutto in cancelleria e depositare una copia. Poi mi chiami. Adesso sto per partire». Con Villa Pini nel cuore.
Sebastiano Calella 
 
CHIETI. «Villa Pini è stata un’esperienza umana più che una qualsiasi pratica professionale».C’è un momento di pausa nella voce di Giuseppina Ivone, l’avvocato romano che da quasi quattro anni veste i panni del curatore fallimentare della galassia Angelini, ormai in default dal febbraio 2010. Ad un mese dalla vendita di quest’ultima clinica che dava il nome a tutto il gruppo fallito, era prevedibile una domanda su come ha vissuto questi anni molto intensi, pieni di colpi di scena e di trappole burocratiche, di tensioni con le Istituzioni e di impegno a tutelare le speranze di lavoro di oltre mille addetti. Ed era anche una domanda pò scontata. Eppure lo sguardo del curatore per un attimo si è perso nei ricordi: in un rapido flahback sono passati i malati, i dipendenti a rischio licenziamento, le preoccupazioni dei sindacati, la scommessa del Tribunale di Chieti di riuscire a non far chiudere le società di Angelini – e non solo la clinica di Chieti – scongiurando così una catastrofe occupazionale. E poi il lavoro «forsennato» (così lo definisce il curatore) dei suoi coadiutori Roberto Falcone e Francesco Cancelli, del suo staff ristretto di Villa Pini e del suo studio romano, dei giudici e dei cancellieri, dei legali e dei tecnici che l’hanno supportata a Chieti. «Dicevamo?» 

La domanda era: come ha vissuto questi anni, adesso che il fallimento si avvia alla conclusione? 

«Abbiamo venduto la clinica, ma la storia non finisce qui. Ormai conosco a memoria tutte le uscite dell’autostrada e tra un pò ricorderò anche le distanze tra un casello e l’altro. Infatti ora è il tempo di completare il recupero dei crediti e di sviluppare le azioni giudiziarie nei confronti dei responsabili del dissesto, oltre che di contrastare i reclami seriali dell’ex patron di Villa Pini che non perde occasione di diffidare, reclamare e presentare esposti». 

Come è andato l’esercizio provvisorio che ha portato alla vendita della clinica?

«Villa Pini ha incontrato numerose criticità per fortuna alla fine è stata venduta al doppio dei soldi offerti e ben oltre le previsioni. Dico “per fortuna” in quanto questo attivo insperato è molto importante: servirà a pagare le spese ingenti che abbiamo dovuto affrontare per salvare la casa di cura e tutelare i posti di lavoro, mettendola in grado di funzionare nel rispetto della legalità». 

A che si riferisce? 

«Al rischio concreto di chiusura della casa di cura per un imprevisto molto grosso e cioè la mancanza della certificazione antincendio. L’esercizio provvisorio ha dovuto spendere 2 mln per riportare l’azienda nella legalità. Prima invece si operava nell’illegalità assoluta, imputabile alla complicità delle strutture pubbliche che avevano certificato che in clinica era tutto conforme alla legge. Nessuno dovrebbe dubitare dei documenti “pubblici” e noi non avevamo dubitato. Ed invece no. Però i Vigili del Fuoco, invece di prendersela con chi aveva certificato quello che non c’era, se la sono presa con il curatore e mi hanno tartassato, come se fossi io la causa di quella situazione. A quel punto io avrei potuto chiudere la clinica e mandare tutti a casa di fronte a questa inutile persecuzione di “un curatore che violava le norme sulla sicurezza. E’ stato questo il momento di maggiore crisi. Per fortuna siamo riusciti a completare le prescrizioni ed ora la clinica è una clinica. Ma è stata dura». 

Il merito di aver salvato Villa Pini a chi va? 

«Sicuramente va poco alle istituzioni locali e molto di più ai dipendenti ed al Policlinico Abano Terme che hanno lavorato con passione. Soprattutto va al Tribunale di Chieti che attraverso vari giudici “illuminati” ha salvato centinaia e centinaia di posti di lavoro e gli interessi economici del territorio. Mi sarei aspettata un maggiore interessamento del Comune e della Regione». 

La sua maggiore soddisfazione? 

«Aver scongiurato la disoccupazione di tante famiglie e aver venduto in meno di due anni sei cliniche ad un prezzo maggiore della stima: questa per me è una soddisfazione professionale oltre che umana ma è anche la dimostrazione che il fallimento può essere un’occasione di ripartenza, se la squadra funziona e se il progetto di rilancio - come in questo caso - è condiviso dall’ultimo dei dipendenti fino al Comitato dei creditori che mi ha sempre affiancato. Si raggiungono risultati insperati». 

Torna ancora in clinica? 

«Certo. Ci sono ancora tante cose da fare e sul mio navigatore via dei Frentani è l’indirizzo preferito. Mi sento quasi a casa». 

Qui la voce si spezza per la seconda volta. Quasi per esorcizzare il momento di crisi l’avvocato Ivone – sorridendo - si rifugia in una battuta: «spero di tornarci, ma non da utente….» Una telefonata in arrivo proprio dalla clinica cancella l’emozione dei ricordi: «Devi portare tutto in cancelleria e depositare una copia. Poi mi chiami. Adesso sto per partire». Con Villa Pini nel cuore.


Sebastiano Calella