SANITA'

Abruzzo ospedaliero senza infamia e senza lode

Il Piano nazionale esiti fotografa una sanità mediocre

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OSPEDALE VUOTO

ABRUZZO. L’Abruzzo non c’è. E se c’è, appare solo negli elenchi degli ospedali le cui attività – nei settori analizzati - non sono tra quelle da prendere ad esempio. Questa è la prima impressione dopo le anticipazioni del Piano nazionale esiti (Pne) che riguardano la mortalità a 30 giorni per l’Infarto miocardico acuto, per gli interventi sul Tumore gastrico maligno, per il bypass aorto-coronarico e per la sostituzione di una valvola cardiaca. Seguono l’intervento entro 2 giorni per la frattura del femore, le dimissioni entro 3 giorni dopo la colecistectomia laparoscopica ed il numero dei parti cesarei.
In realtà, come viene ben spiegato nelle avvertenze alla lettura del Piano, questi dati non producono classifiche, graduatorie e giudizi: sono solo i risultati di un’analisi statistica a livello nazionale, che ha interessato circa 1500 ospedali e cliniche private di cui sono state analizzate le attività attraverso 114 indicatori.
Resta però il fatto che se il Piano indica una riduzione dei parti cesarei a livello nazionale o le dimissioni entro 3 giorni dopo una colecistectomia, questi indicatori servono a capire dove la sanità funziona meglio e dove invece c’è ancora molto da lavorare. 

E nei sette elenchi conosciuti, l’Abruzzo è presente solo nelle tabelle «con i dati aggiustati sfavorevoli che non presentano margini di errori statistici», mentre è completamente assente tra gli ospedali e le cliniche migliori in questi tipi di performance.
Infatti mentre l’Abruzzo non c’è nei due elenchi resi noti per l’intervento al femore entro 24 ore, il bypass aorto coronarico, il parto cesareo e la valvulopatia, ritroviamo gli ospedali abruzzesi citati solo nelle tabelle negative: il Mazzini di Teramo per l’intervento sul tumore gastrico maligno, il San Pio di Vasto ed il San Salvatore dell’Aquila per l’infarto miocardico acuto ed il San Liberatore di Atri per la colecistectomia con dimissioni al 3° giorno.
 Negli scorsi anni, proprio la presenza di alcuni ospedali abruzzesi nelle tabelle dei più bravi scatenò le solite polemiche strumentali, quando tutti sanno che le statistiche spesso si prestano ad interpretazioni molto differenti. Resta però il fatto che questo Pne ha una visione solo ospedaliera della sanità, da cui l’Abruzzo non esce bene, e nulla dice per l’assistenza sul territorio, che è l’altra faccia della medaglia con cui si scontrano quotidianamente i cittadini per i quali il diritto alla salute non si misura solo nel caso della frattura del femore. 

Semmai questi risultati del Pne dovrebbero servire ad una riflessione più ampia: e cioè che forse questa mediocrità delle performance è il risultato della politica sanitaria abruzzese a guida commissariale che ha privilegiato gli aspetti contabili piuttosto che quelli sostanziali dell’assistenza.
Operazione resa indispensabile ed improcrastinabile dallo stato comatoso dei bilanci Asl, ma nulla impediva che a fianco al risanamento dei conti ci fosse una politica di sviluppo delle eccellenze che c’erano o che potevano ancora nascere. Invece un interesse di questo tipo non risulta, addirittura è avvenuto esattamente il contrario dove, come a Chieti, la Cardiochirurgia è stata costretta a lavorare di meno invece che di più.
 O dove, come all’Aquila – ma anche a Chieti – esistono due facoltà universitarie di medicina che a quanto pare non incidono sulla qualità medica dell’assistenza ospedaliera e territoriale. E dove, come negli ospedali di Chieti o dell’Aquila, la politica ha impedito con tanto di decreto di realizzare le aziende autonome ospedaliere universitarie.
Addirittura si assiste all’espulsione silenziosa degli universitari dalle strutture delle due Asl. Ma se i risultati sono quelli del Pne, c’è qualcosa che non quadra sia nella politica sanitaria regionale sia nella capacità dei due Atenei di fare la differenza.

Sebastiano Calella