LA STORIA

Truffa ed estorsione, l’imprenditrice: «volevo lavorare onestamente a L’Aquila e sono finita in un giro poco pulito»

A maggio scorso l’arresto e oggi si difende

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L’AQUILA. Arrestata a maggio scorso con l’accusa di truffa e tentata estorsione nei confronti di un imprenditore, oggi si difende: «volevo un lavoro ma sono finita in un giro poco pulito».
Il suo nome è Marina Giardinelli, ha 42 anni ed è di Voghera. La donna, a quasi 5 mesi dall’arresto (finì ai domiciliari anche Giancarlo Francescon, 57 anni di Milano) scrive a PrimaDaNoi.it cercando di ricostruire quello che è accaduto nei mesi scorsi.
La Procura de L’Aquila sostiene che i due avrebbero raggirato un imprenditore aquilano in grave stato di difficoltà economiche. La vittima, dice sempre l’ipotesi accusatoria, avrebbe creduto alle promesse di una ingente immissione di liquidità nelle casse sociali una volta che essi avessero assunto il controllo dell’azienda. Ma per gli inquirenti il vero obiettivo di Giardinelli e Francescon era quello di «conseguire illecitamente denaro spendendone il nome presso banche e finanziarie e, in un secondo momento, indurre il malcapitato ex titolare a ricomprare le quote della società ad un prezzo molto più elevato del loro valore per togliere il “disturbo”».

CINQUE MESI DOPO
La donna adesso mostra alcuni documenti per dimostrare che anche lei aveva sporto denunce verso l'imprenditore che l’ha denunciata e fatta arrestare. Nelle denunce di Giardinelli le accuse sono gravi e si parla persino di sequestrato nell’ufficio aquilano e di averle ‘scippato’ l’azienda. Adesso gli inquirenti stanno lavorando per capire cosa sia accaduto.
Così racconta la sua versione dei fatti.
«Il mio compagno ed io abbiamo deciso, dopo aver vagliato diverse opportunità di aziende, tramite la conoscenza del nostro consulente Gianfranco Pisani, di investire in un'azienda Aquilana di costruzioni, sapendo che quel territorio, dopo il terremoto necessitava di ricostruzione, abbiamo accettato la proposta del nostro consulente».
A questo punto avviene l' incontro con il titolare dell’azienda, quello che nella inchiesta della Finanza è la presunta vittima dell’estorsione.
Nell’ultimo anno, la ditta aveva accumulato perdite per oltre 800 mila euro determinando la cassa integrazione per i dipendenti e ritardi nel pagamento degli stipendi.
«Siamo arrivati ad un accordo», racconta ancora la donna, «dove io avrei rilevato le quote per il 60% e il titolare dell’azienda sarebbe rimasto proprietario al 40% .L'azienda in quel momento era in sofferenza ma l' accordo era cercare di portarla al risanamento. Dal 20/02/2013 abbiamo cominciato a collaborare, purtroppo man mano che il tempo passava mi accorgevo di fatture false cioè notavo che le fatture cedute ad una banca venivano cedute contemporaneamente anche ad altre banche, chiedendo spiegazioni capivo che i rapporti col titolare andavano sempre più incrinandosi e le mie domande lo innervosivano molto. Successivamente scopro che all'interno dell' azienda erano state date tangenti per gli appalti ottenuti ma che successivamente non poteva iniziare i lavori perché non aveva liquidità».

«IL SEQUESTRO DI PERSONA»
L’8 marzo la donna racconta di essere andata insieme al suo consulente Pisani e al suo compagno nell’ufficio «e accadde una cosa sconvolgente»: «al nostro arrivo troviamo il titolare dell’azienda insieme a suo fratello i quali ci fanno accomodare in ufficio, chiudono la porta e da quel momento non possiamo più uscire dall' ufficio, fuori dalla porta si mettono in pianta stabile quattro uomini grossi. Da questo momento ci chiariscono che nessuno può uscire e che io ero obbligata a fare una scelta : o restituivo le quote o ero obbligata a dare ai due fratelli cinquecentomila euro. Inutile dirvi il nostro stupore, chiediamo di andare a mangiare qualcosa ma più che altro per schiarirci le idee di cosa ci stava accadendo, questa richiesta ci è stata negata con urla e violenza psicologica,a quel punto chiedo di raggiungere l'erogatore dell' acqua che si trovava appena fuori dalla porta ma me lo negano, urlano solo " di qui non si muove nessuno". Dopo tre ore di ingiurie sono costretta a chiedere di portare fuori nel parcheggio il mio cagnolino, me lo concedono ma mi fanno scortare da due di quei quattro uomini gorilla , mentre esco trovo la mia auto bloccata davanti e dietro dalle loro auto. A questo punto capisco tutta la situazione, ero entrata in un "giro " illegale ed io scoprendo tutte le loro "faccende" ero diventata scomoda. Chiedendo di andare in toilette, riesco a fare una chiamata d' emergenza alla Guardia di Finanza ed accenno il problema; compresa la faccenda delle fatture false, mi rispondono che arriveranno i carabinieri perché loro non possono intervenire. Dopo una ventina di minuti sono arrivati e ci trovano rinchiusi nell' ufficio, la nostra auto bloccata ed i quattro gorilla che sono stati tutti identificati ed alcuni riconosciuti........».
«I carabinieri dell' Aquila», racconta ancora la donna, «riconoscono e dichiarano a verbale che si è trattato di sequestro di persona ed estorsione. Si fanno le 19.00 e sotto shock, i carabinieri mi dicono che devo fare la denuncia dell' accaduto in caserma».

DENUNCE E CONTRODENUNCE

A questo punto, però, la donna decide di non sporgere la denuncia, convinta dall’avvocato dell’uomo. Oggi sostiene che quell’errore gli sia «costato tantissimo»: «è il titolare che è corso a farmi una denuncia per tentata estorsione, cosa mai avvenuta e cosa tra l' altro impossibile vista la condizione economica dell’imprenditore stesso. A distanza di un mese, tornando all'Aquila entro nel mio ufficio e vengo ricevuta dal titolare che prima mi butta fuori dall' ufficio e poi finge di essere stato minacciato da una persona che ci aveva accompagnato e che nulla ha detto anche perché non ve ne è stato neppure il tempo . Qui decido , in veste di proprietaria al 60% nonché amministratore unico, di chiamare nuovamente le forze dell' ordine i quali , arrivano e mettono a verbale l' accaduto. Stanca ed anche spaventata di questa "avventura", rendendomi sempre più conto che ero caduta in un "giro" dal quale intendevo uscirmene al più presto, mi reco in data 10/04/2013 alla stazione dei carabinieri dell' Aquila per sporgere due denunce (quella dell 'estorsione e sequestro di persone e quella riguardante l' impedimento di entrare nel mio ufficio). Rimanendo un paio di giorni all' Aquila , recandomi alla banca Tercas dell' Aquila, scopro un altro sconvolgente illecito: la banca mi comunica che non risulto più amministratore della società, rimanendo basita corro a fare una visura camerale alla camera di commercio dell' Aquila e scopro che il titolare in modo improprio si era autonominato amministratore unico, cosa che non poteva fare se non con il mio benestare (in qualità di socio di maggioranza). In data 12/04/ 2013 è stata presentata una denuncia anche per questo fatto».
«Sono purtroppo caduta in un "giro" poco pulito, la mia volontà era quella di voler lavorare in modo onesto ma evidentemente stavo venendo sempre più a conoscenza di cose illecite e questo mi è costato caro».