LAVORO IN CRISI

Abruzzo. Italcementi, l’azienda non arretra: «nel 2014 stop alla produzione a Scafa»

Sindacati annunciano pacchetto di sciopero

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Abruzzo. Italcementi, l’azienda non arretra: «nel 2014 stop alla produzione a Scafa»

PESCARA. La Italcementi ha confermato ieri la volontà di chiudere lo stabilimento di Scafa, aperto nel 1974.
E' emerso nel corso dell'incontro con l'azienda avvenuto durante il coordinamento nazionale Italcementi, che ha visto riunite tutte le rappresentanze sindacali con i vertici dell'attività.
«E' stato annunciato», dice Gianni Panza della Feneal Uil al termine dell'incontro, «che la cessazione dell'attività avverrà nel 2015 ma già a febbraio 2014 cesserà la produzione. In questo modo», aggiunge il sindacalista, «l'azienda ritiene di mantenere in piedi l'accordo sottoscritto quest'anno sulla cassa integrazione guadagni, considerato che conferma la cassa integrazione, ma nei fatti non e' così».
La Italcementi non sembra disposta a tornare indietro, considerato che la decisione è stata già presa dal consiglio di amministrazione e con la attuale situazione di mercato gli stabilimenti del centro Italia sarebbero addirittura eccedenti, come produzione, rispetto alla necessità aziendale.
I sindacati hanno fissato un pacchetto di sedici ore di sciopero e per l'11 ottobre annunciano otto ore di sciopero con una manifestazione nazionale a Bergamo. A Scafa saranno promosse delle iniziative di protesta, come il blocco della Tiburtina già attuato di recente. 

Nei giorni scorsi, inoltre, un tavolo al Ministero e il pressing della politica avevano lasciato un margine di speranza tra i lavoratori che ieri, però, hanno dovuto fare i conti con la doccia fredda.
Non hanno sortito alcun effetto nemmeno le incertezze legate alla eventuale dismissione dello stabilimento di Scafa e in particolare la perdita di valore dell'azienda pubblica Sama, in concessione a Italcementi che, al contrario avrebbe dovuto essere rilanciata. Incertezze anche sulla bonifica del sito, delle strade e dei siti minerari, che la Italcementi dovrebbe assicurare lasciando il territorio.
A rischiare non sono solo i dipendenti, ma anche decine di imprese dell'indotto che lavorano nell'autotrasporto, nella manutenzione e nelle cave. Con il risultato che centinaia di famiglie potrebbero perdere il proprio reddito