IL FATTO

Abruzzo. Morì in carcere: giudice accusato di omicidio colposo. La Procura vuole archiviare

Archiviazione anche per altri indagati: per il pm nessun errore

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Abruzzo. Morì in carcere: giudice accusato di omicidio colposo. La Procura vuole archiviare




TERAMO. Valentino Di Nunzio è morto nel carcere di Teramo il 5 agosto scorso.
Una morte atroce a seguito dei traumi riportati dopo una caduta del letto nella sua cella dove era rinchiuso per aver ucciso la mamma, Maria Teresa Di Giamberardino.
Dopo il decesso la Procura della Repubblica di Teramo ha aperto un fascicolo a carico del gip di Pescara, Gianluca Sarandrea ed altri (medici e responsabili del carcere), ipotizzando il reato di omicidio colposo.
La stessa Procura di Teramo, già nel mese di agosto 2012, ha trasferito il fascicolo per competenza alla Procura di Campobasso, essendo appunto nella vicenda coinvolti magistrati del Tribunale di Pescara.
Il pm di Campobasso, Nicola D’Angelo, lo scorso 8 maggio ha chiesto al Gip l’archiviazione del procedimento ritenendo che debba «escludersi la ricorrenza nella vicenda, di condotte di interesse penale». E scrive anche che «tutti i soggetti coinvolti si sono doverosamente attivati per individuare le soluzioni più idonee al trattamento penitenziario di un soggetto che aveva dimostrato un’estrema pericolosità estrinsecantesi nella barbara uccisione della madre».

IL PADRE SI OPPONE
Fernando Di Nunzio, padre del ragazzo e quindi parte offesa, si oppone con forza all’archiviazione.
«Ciò che emerge dagli atti», commenta l’avvocato Isidoro Malandra (che già in passato aveva parlato di «una serie di provvedimenti assurdi», «è una realtà completamente diversa da quella descritta dal pm: non solo ci sono stati gravi errori ed omissioni da parte di chi, Magistratura e Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, ha disposto in merito al trattamento penitenziario cui il Di Nunzio è stato sottoposto, ma si evidenziano precise responsabilità da parte di organi di direzione, personale sanitario ed agenti di custodia del carcere di Teramo».

«ALTO PERICOLO DI SUICIDIO»
Perché che Di Nunzio avesse l’intenzione di farla finita era già stato ampiamente annunciato.
Il 6 febbraio 2012 il medico di guardia chiese una visita psichiatrica urgente, effettuata poi l’8 febbraio. La psichiatra, che diagnosticò una “schizofrenia di tipo paranoide”, testualmente scrisse: «le condizioni del paziente sono peggiorate presentando un break-down psicotico… ha sospeso la terapia farmacologica … si evince un’altissima pericolosità con altissima predittività suicidiaria».
Il giorno seguente il responsabile sanitario del carcere chiese il trasferimento del giovane in un ospedale psichiatrico giudiziario o in un’altra struttura territoriale esterna e confermò che il break-down psicotico era dovuto a «mancata assunzione della prescritta terapia neurolettica».
«Ma se questa era la causa del break-down ed era altissima la “predittività suicidiaria”, andava immediatamente chiesto il Trattamento Sanitario Obbligatorio», denuncia l’avvocato Malandra. «Tale richiesta è arrivata dai sanitari solo il 14 febbraio, dopo il tentato suicidio e quando Valentino Di Nunzio era già completamente paralizzato».
Anche in quel caso, però, venne ritenuto dai magistrati «altamente pericoloso»  sebbene non riuscisse nemmeno a muoversi.

IL TRASFERIMENTO IN UN REPARTO PSICHIATRICO
Qualche giorno prima, il 9 febbraio, sulla base della relazione psichiatrica data 8 febbraio, il direttore del carcere chiese al Gip di Pescara l’autorizzazione al trasferimento del ragazzo presso il reparto psichiatrico dell’Ospedale di Teramo.
L’11 febbraio la direzione del carcere di Teramo ricevette il nulla osta del Gip di Pescara, datato 10 febbraio. «Tale trasferimento», ricorda Malandra, «che avrebbe consentito di prevenire il tentativo di suicidio di Di Nunzio, non è stato mai fatto e di tale omissione il responsabile o i responsabili devono rispondere».
Il 12 febbraio, però, venne però disposto il trasferimento nel reparto di osservazione. Il giovane venne rinchiuso in una cella dotata di letto a castello e con un altro detenuto. «Chi ha disposto il posizionamento del Di Nunzio nel letto in alto?», domanda Malandra che si risponde da solo: «semplice la risposta ufficiale: è stato lo stesso Di Nunzio, il pericoloso detenuto sottoposto a sorveglianza a vista, a “scegliere” di mettersi nella parte alta. Nessuno risponde di tale gravissima negligenza»

IL TENTATIVO DI SUICIDIO
Quando Valentino si getta a capo in giù dal letto a castello, l’addetto alla sorveglianza a vista (di cui non si conosce il nome non essendo stato mai sentito dalla Polizia Giudiziaria incaricata delle indagini) si era allontanato per “andare in bagno”.
Si trovava di fronte alla cella un ispettore, comandato al piano distributore e non alla sorveglianza a vista, che dice di aver visto la caduta del Di Nunzio e di essere intervenuto subito dopo aver “aperto” la cella.
«Ma non doveva essere aperta la cella, secondo l’ordine impartito l’8 febbraio?», fa notare ancora Malandra. «E’ evidente che la sorveglianza a vista, disposta proprio per prevenire atti di autolesioni o di violenza etero o auto diretta, è stata fatta in modo maldestro e gravemente omissivo e di tale condotta deve rispondere l’autore o gli autori».

LA «CHICCA ORRIDA»
L’avvocato racconta poi quella che definisce una «piccola ed orrida chicca»: dal tentato suicidio, avvenuto alle ore 10,30 circa, sono passate tre ore e mezza prima che fosse disposto il ricovero in ospedale. «Ciò perché i sanitari del carcere di Teramo», spiega Malandra, «compresi la psichiatra ed il responsabile sanitario che hanno chiesto il TSO dopo la caduta dal letto a castello, non avevano riscontrato “apparenti segni di lesione”, cioè non si erano accorti che il ragazzo era ormai completamente paralizzato. Deve o no il pm di Campobasso valutare se tale condotta abbia aggravato le condizioni del Di Nunzio?», chiede Malandra.
«Come mai Di Nunzio», chiede ancora l’avvocato, «era recluso presso il carcere di Teramo quando la psichiatra assegnata al carcere di Pescara, subito dopo il matricidio, aveva scritto e dichiarato che “l’instabilità dell’umore ed il contenuto del pensiero bizzarro con deliri di onnipotenza rendono la permanenza all’interno di un penitenziario rischiosa ed affatto riabilitativa e terapeutica”? Fu il Gip di Pescara», spiega Malandra, «che almeno tre volte ha rigettato la richiesta di perizia psichiatrica volta valutare la compatibilità del Di Nunzio col regime carcerario, a disporre il semplice trasferimento in altra “struttura carceraria diversa da quella ove è attualmente recluso”. Successivamente, fu sempre il Gip di Pescara a dichiarare, in sede di rigetto di revoca della detenzione in carcere, che “alcun elemento è sinora emerso dalle indagini da cui inferire una condizione di incompatibilità di Di Nunzio Valentino al trattamento carcerario”. Non vi è dubbio che l’aver ignorato quanto espressamente dichiarato dalla psichiatra del carcere di Pescara costituisce grave colpa del Magistrato; se tale colpa abbia consistenza penale è valutazione che gli attuali magistrati inquirenti devono assolutamente e specificamente fare e concludere a mezzo di adeguata motivazione».

Alessandra Lotti