IL FATTO

Danneggiò cella del carcere, «non era in grado di intendere dunque non è imputabile»

Dopo l’arresto per l’uccisione del figlio diede in escandescenza

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Danneggiò cella del carcere, «non era in grado di intendere dunque non è imputabile»




MACERATA. Katia Reginella non era in grado di intendere e di volere quando nel luglio del 2011, poco dopo l'arresto, diede in esandescenze nel carcere di Teramo devastando mobili e suppellettili.
La giovane mamma abruzzese sotto processo, insieme al marito Denny Pruscino, davanti alla Corte d'assise di Macerata per l'uccisione del figlioletto Jason, era stata chiamata a rispondere del reato di danneggiamento, ma non può ritenersi imputabile.
Lo ha stabilito il gup di Teramo Giovanni De Renzis, che si era avvalso della consulenza del perito Gianferruccio Canfora.


Il gup ha pertanto dichiarato il non luogo a procedere perché il reato è stato commesso «da persona non imputabile al momento dei fatti perché in stato di mente tale da escludere la capacità di intendere e di volere».
Il giudice ha anche escluso la pericolosità sociale di Reginella, la quale, secondo quanto sostiene anche il suo difensore, l'avvocato Vincenzo Di Nanna, ha sostanzialmente bisogno soltanto di essere curata.
L'avvocato Di Nanna, alla ripresa delle udienze dinanzi alla Corte d'assise di Macerata, ovviamente chiederà di allegare la sentenza del gup teramano agli atti processuali per avvalorare la tesi che la donna non era in grado di intendere e di volere all'epoca dei fatti, cosa che peraltro dovrà accertare anche il perito che sarà nominato dalla Corte d'assise di Macerata il prossimo 15 luglio