SPESE E INCHIESTA

Abruzzo/C’è una gola profonda nell’inchiesta sulla Provincia di Chieti

Dall’esame del Bilancio spuntano le spese folli dei Gruppi politici

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POSTE CENTRALI CHIESTI - PROCURA DI CHIETI

Procura di Chieti

 

 

 

CHIETI. Capita spesso che ad un controllo antialcol con il palloncino la Polizia scopra altri reati: la patente scaduta, l’assicurazione non rinnovata, le gomme consumate.

E’ quello che è successo alla Provincia di Chieti, dove un esposto anonimo dettagliato – e riscontrato rapidamente dalla GdF – ha fatto scattare un’indagine che sulla sua strada ha trovato diverse “stranezze”, tutte legate al filo conduttore del Bilancio, vero e proprio cavallo di Troia per entrare nei segreti del Palazzo.

 Debiti fuori bilancio (di cui si stenta ancora oggi ad avere il quadro completo) riconosciuti e da riconoscere, Inpdap non pagata, Irap evasa, residui attivi scomparsi, rendiconti delle spese dei Gruppi introvabili (o inesistenti). Ci sono poi le mancate risposte all’Inps che preme per riscuotere i contributi previdenziali che in un primo tempo erano stati dilazionati in 176 rate mai versate e le preoccupazioni del segretario generale Rodolfo Rispoli che ad un controllo dei vari registri nota alcune difformità tra la documentazione in suo possesso e quello che trova scritto sul Bilancio.

E’ forse questo lo snodo più importante di un’inchiesta che riguarda una ventina di persone tra consiglieri e funzionari e che nell’immaginario dei lettori è diventata soprattutto uno scontro politico tra centrodestra e centrosinistra sulle spese dei gruppi politici o della carta di credito dell’ex presidente.

Non è questo il cuore del problema, anche se è l’aspetto che balza di più agli occhi: non lo è per i 40 mila euro sospetti spesi senza rendiconto dai Gruppi politici rispetto ai 5 mln di “buco” nei conti, non lo è per il coinvolgimento di tutti i partiti politici che dovrebbe evitare gli scontri tipo “ultras”, non lo è infine per l’importo dei soldi contestati ai singoli responsabili di questi gruppi (si va dai 600 euro come spesa totale in due anni ai 10 mila complessivi, sempre per più anni) o al presidente Coletti (circa 10 mila euro in quattro anni, motivati come spese improvvise di rappresentanza).

 E’ infatti di tutta evidenza che ha speso di più il gruppo con più consiglieri, ma solo perché il finanziamento era maggiore. Per cui è inutile accapigliarsi su chi è stato più spendaccione e se queste spese non rendicontate siano avvenute più sotto l’amministrazione Coletti o sotto Di Giuseppantonio (la cui carta di credito risulta immacolata).

Da quello che filtra dagli uffici provinciali questi rendiconti mancanti riguardano 11 capigruppo (i gruppi sono 10, ma i capigruppo sono 11 perché nel Pdl se ne sono succeduti due) e coprono un arco di tempo che va dal 2005 al 2012: le liste sub iudice sono l’Mpa, l’Udc, il Pd, il Pdl, il Gruppo Misto, la lista Theatina, il Centro costituente, Sel, Rifondazione comunista e Idv.

E rimane anche da chiarire la responsabilità di ogni singolo capogruppo che potrebbe aver firmato spese di altri consiglieri. Sarà la Procura della Repubblica a chiarire le responsabilità di ciascuno e a decidere se questo uso dei soldi pubblici configura qualche reato, cioè se i vari capigruppo debbono essere indagati e giudicati o prosciolti, come sanno bene tutti i consiglieri che sono stati chiamati a dare spiegazioni su queste spese e tutti i funzionari della ragioneria e dell’economato ai quali i Finanzieri hanno chiesto spiegazioni. Perché in effetti è da una richiesta di spiegazioni formulata da Rodolfo Rispoli all’assessore al bilancio Alessio Monaco (entrambi del tutto estranei all’inchiesta) che scatta l’inchiesta che via via si è ingrossata: «come mai – scrive Rispoli – dal Bilancio sono stati eliminati i residui, visto che non sono stati depositati i rendiconti delle spese dei gruppi politici?»

 Il sospetto è nato infatti perché a fronte di una dicitura «anticipazione rendicontata» non corrispondeva un rendiconto presentato proprio su queste spese dei Gruppi.

Una semplice dimenticanza o un giochetto per occultare spese “a rischio”? Non è dato sapere cosa hanno risposto l’assessore Monaco o il dirigente Umberto Peca, ai quali la Gdf ha chiesto chiarimenti, così come non si sa cosa hanno chiarito e se lo hanno fatto l’economo Fabio Di Crescenzo, sentito sulle spese delle carte di credito dell’ex presidente Coletti e di quattro suoi collaboratori, e Italo Marchetti ascoltato sul mancato versamento Inpdap.

Resta il fatto che la gola profonda che con il suo esposto ha fatto scattare l’indagine sembra pronta a colpire ancora. Però il vero nemico non è chi denuncia, semmai è chi fa un uso disinvolto, troppo disinvolto dei soldi pubblici sperando nell’impunità ed in qualche ritardo della Procura (un paio di anni di Irap sono ormai prescritti, salvo Corte dei Conti).

Sebastiano Calella