L'INCHIESTA

Giudice de L’Aquila in manette: «sono più mafiosa dei mafiosi»

Giulia Schettini accusata di peculato, corruzione e minacce

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Giudice de L’Aquila in manette: «sono più mafiosa dei mafiosi»




ROMA. «Cioè di fronte a certi atteggiamenti io divento più mafiosa dei mafiosi».
E’ questa una delle frasi intercettate dalla Procura di Perugia nell’ambito dell’inchiesta che nei giorni scorsi ha portato all’arresto per peculato e corruzione il giudice del tribunale de L’Aquila Chiara Schettini.
La donna, in magistratura dal 1986, è indagata per vicende che riguardano il suo vecchio incarico come giudice fallimentare di Roma (è accusata anche di appropriazione di 893 mila euro sottratti dal fallimento della società Pasqualini) e nulla c’entra l’attività svolta nel capoluogo abruzzese, dove si trovava dallo scorso mese di marzo, trasferita fuori concorso dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Dopo l’arresto la Giunta Distrettuale abruzzese dell’Associazione Nazionale Magistrati ha preso atto «con disagio di quanto accaduto» , convinta che «il merito delle vicende venga affrontato nelle aule di giustizia con i dovuti strumenti processuali».
Sempre la giunta, «con riferimento alla copertura del già esiguo e insufficiente organico di giudici del Tribunale di L’Aquila, Ufficio presso cui pendono indagini e processi di natura complessa e delicata, conseguenti alle molteplici conseguenze sociali e giuridiche del sisma del 2009, auspica che le prossime scelte di Autogoverno avvengano con particolare attenzione».

«CHIAMO I MIEI AMICI CALABRI»
Ma in queste ore stanno trapelando alcune intercettazioni ‘imbarazzanti’ del giudice che per i pm di Perugia (competenti per indagini che riguardano i magistrati romani) «non ha mai modificato il suo modo di esercitare la giurisdizione, piegandola agli interessi propri e dei professionisti di cui si è di volta in volta servita con una non comune determinazione e scaltrezza e con capacità di determinare altri a delinquere, offrendo loro prospettive di crescita professionale e facile arricchimento».
Queste le parole scritte nell’ordinanza di custodia cautelare.
Come riporta il Corriere della Sera Schettini, nel corso di un colloquio telefonico con un curatore fallimentare, la Schettini si sarebbe definita addirittura «più mafiosa dei mafiosi». Per poi aggiungere: «Gli ho detto (riferendosi al suo compagno Piercarlo Rossi, ndr ) guarda, io ci metto un attimo a telefonare a dei miei amici calabri che prendono il treno, vengono, te danno una corcata de botte e se ne ripartono».

«IO LO AMMAZZO»
Nelle carte degli inquirenti anche una lettera della Schettini inviata via fax a tale Massimo Grisolia per chiedere ad un testimone di ritirare le accuse contro di lei: «caro professore mi deve togliere dalle palle il suo amico Massimo (l'avvocato Vita, ndr); ho saputo che ha richiesto la riapertura di due procedimenti ovviamente da lui stesso promossi e conclusi con conferma di archiviazione.... È veramente una rottura senza limiti... Lei deve far capire al suo amico che è meglio che non insista perché non domani, nè magari dopo domani ma anche fra dieci anni io lo ammazzo».
La Schettini, secondo l’ipotesi accusatoria, faceva parte della «cricca» di avvocati e commercialisti che imperversava alla Fallimentare di Roma che negli anni, con documenti falsi e scritture notarili avrebbero consentito a fiumi di denaro di finire in conti correnti bancari in Svizzera e a Cipro e poi nei paradisi fiscali.
I difensori del giudice Carlo Arnulfo e Giovanni Dean spiegano che la loro assistita respinge ogni addebito

LE VECCHIE VICENDE
Schettini, 52 anni, è la figlia di Italo Schettini, avvocato e consigliere provinciale della Dc che fu assassinato dai terroristi nel marzo del 1979. Il delitto venne rivendicato dalle Brigate rosse e da Azione rivoluzionaria anarchica.
Nel 2000 il suo nome finì sui giornali per la controversa e contestatissima sentenza che diede (momentaneamente) il via libera all'«utero in affitto» per una donna che non riusciva ad avere figli. «E' vero che la coscienza morale e sociale non può permettere la commercializzazione di una funzione così elevata e delicata come la maternità, comportando ciò una gravissima lesione della dignità della persona umana - diceva il giudice - ma tale affermazione deve essere messa in dubbio quando il consenso all' utilizzazione dell' utero sia determinato, come in questo caso, da ragioni di solidarietà e concesso per spirito di libertà».
Sempre lei qualche anno fa è stata portata in giudizio davanti alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura per presunte attività incompatibili con la funzione giudiziaria.
Le era stata contestata la partecipazione, nel 1991, alla costituzione di una società sportiva nonostante il divieto per i giudici di esercitare attività estranee alla attività giudiziaria. Alla fine, però, la procura generale della corte di cassazione aveva formulato la richiesta di non luogo a procedere per «estinzione dell’azione disciplinare» perché passati oltre 10 anni dai fatti contestati. 

Alessandra Lotti