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Abruzzo/Allevamenti, Marcelli: «politica agricola disastrosa, condanna per il territorio»

«Nobili intenti ma aziende a rischio»

Redazione Pdn

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NUNZIO MARCELLI

Nunzio Marcelli




ABRUZZO. «Finalmente qualcuno, dopo decenni di spesa pubblica improduttiva, si è accorto che in montagna da qualche secolo gravitavano una serie di attività, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che un’azione antropica può dare sul territorio».
A parlare, con una certa amarezza, è Nunzio Marcelli, presidente Arpo. La situazione che descrive Marcelli, che da oltre 30 anni conduce un’azienda con animali al pascolo, è a dir poco disastrosa. Ad una zootecnia locale già quasi azzerata dalla mancanza di servizi, di tutela del prodotto, dall’assenza di una politica nazionale, si aggiunge oggi un’ulteriore elemento di forte preoccupazione. 


«La nuova Politica agricola europea, dopo che già la precedente ha portato molte distorsioni e indebiti vantaggi, rischia di azzerare del tutto le aziende locali ancora attive», denuncia il presidente.
«Si sta consentendo un mercato vergognoso, nel quale si scambiano quote relative alla produzione di riso con quote dedicate all’estensivizzazione, favorendo di fatto società dedicate alla coltivazione dei contributi europei che tutti i cittadini finanziano».
I contributi, spiega Marcelli, finiscono così nei conti in banca di grandi società che arrivano a raccogliere fino a svariate decine di milioni di finanziamenti CEE, teoricamente destinati a favorire la conduzione degli animali al pascolo. 


«Solo che di animali su questi pascoli non se ne vedranno mai», denuncia, «perché tutto si esaurisce in uno scambio di carte a livello burocratico, dove è sufficiente presentare i contratti di affitto dei terreni. Contratti che a loro volta gli enti locali, strozzati dalla crisi e incapaci di una programmazione sul territorio, sono portati a cedere facilmente, estromettendo di fatto gli allevatori locali, con molto meno potere di acquisto e persuasivo. E tutto avviene», continua Marcelli, «con la complicità del silenzio assordante delle associazioni di categoria, senza che gli allevatori locali ne siano consapevoli, con manovre orchestrate a livello europeo da grandi gruppi: si vocifera di una società che avrebbe già acquisito 45mila ettari, al solo fine di finanziarsi con contributi europei».
E il cerchio si chiude: da una parte, la mancata tutela del prodotto fa proliferare la politica dei centri commerciali, che acquistando i prodotti all’estero e spesso senza controllo mettono fuori mercato le realtà locali; dall’altra, «queste aziende ormai ridotte al lastrico», analizza ancora Marcelli, «diventano terreno fertile di acquisizione da parte di società che, infischiandosene della produzione e ancor più di tenere gli animali al pascolo, ne fanno un cavallo di Troia per acquisire le credenziali necessarie a entrare nel mercato delle quote, accaparrandosi poi i pascoli e garantendosi un rientro finanziario consistente con i contributi europei». 


«E’ nobile che il Parco si muova per salvare queste attività», conclude Marcelli, «ma senza una politica di ampio respiro che difenda a tutti i livelli gli allevatori del territorio, non faremo che avvallare un sistema che svende il futuro delle prossime generazioni, condannando queste terre allo svuotamento e al degrado».