LE MOTIVAZIONI

Condanna Bernardini. Il giudice: «serie di atti illegittimi e difesa non credibile»

Ecco le motivazioni della condanna ad un anno del segretario della Provincia Di Pescara

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Condanna Bernardini. Il giudice: «serie di atti illegittimi e difesa non credibile»



PESCARA. Noto come “il partito dell’Acqua” è finito nelle cronache giudiziarie perché la procura di Pescara ha indagato su una serie di segnalazioni di illeciti compiuti fino al 2007 all’Ato pescarese, l’ente d’ambito del servizio idrico.
L’inchiesta approdata all’udienza preliminare ha visto a febbraio la condanna dell’attuale segretario generale della Provincia di Pescara e segretario Ato, Fabrizio Bernardini. Condanna ad un anno e un anno di interdizione dai pubblici uffici comminata con il rito abbreviato.
Nelle motivazioni il giudice Gianluca Sarandrea elenca una serie di ragioni e fatti che delineano e confermano il quadro a tinte più che fosche della gestone dell’acqua.

I FATTI CONTESTATI
Fabrizio Bernardini era accusato insieme a Giorgio D’Ambrosio, Roberto Angelucci, Pasquale Cordoma, Gabriele Pasqualone, Nino Pagano, Alessandro Antonacci e Sergio Franci di aver formato un atto falso e precisamente la delibera numero 62, solo in apparenza emessa il 29 ottobre 2007 (in realtà successiva di almeno un mese) dal Consiglio di amministrazione dell’ente d’ambito. Il suo oggetto era: «provvedimenti di natura amministrativa». In realtà la delibera numero 62 originale aveva un altro oggetto e un altro testo e riguardava l’affidamento di una fornitura del servizio di telefonia.
La ‘nuova’ delibera 62 in sostanza, facendo riferimento a decisioni precedenti, prolungava di fatto la scadenza degli incarichi conferiti a Nino Pagano, già nominato dirigente del servizio amministrativo, Alessandro Antonacci, dirigente dell’area tecnica dell’Ato, Sergio Franci, consulente dell’ente, Fabrizio Bernardini, segretario dell’Ato.
Bernardini giudicato con il rito abbreviato è stato riconosciuto colpevole anche per il fatto di non essersi astenuto e per aver procurato intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale ai soggetti i cui incarichi erano stati prorogati, tutti legati da rapporti di amicizia e di militanza politica e vicini ai componenti del consiglio di amministrazione dello stesso ente d’abito.

Altro fatto contestato a Bernardini in concorso con Silvia Robusto (autrice materiale della delibera e che sarà invece assolta) è quello di aver alterato il registro delle delibere dell’Ato. Secondo la ricostruzione sarebbe stato lo stesso Bernardini a cancellare il brogliaccio con specifico riferimento alla delibera numero 62 indicando, a penna, accanto tale numero un oggetto diverso da quello scritto in precedenza.
Silvia Robusto, poi, su indicazione dei soggetti autori della forza delibera avrebbe materialmente redatto il documento amministrativo.
Il terzo capo di imputazione riguarda invece la materiale soppressione della delibera 62 sull’affidamento della fornitura del servizio di telefonia mobile. Su questo capo il giudice assolve Bernardini e gli altri perché l’accusa non sembra adeguatamente provata.
Il capo N delle imputazioni invece riguarda gli imputati Bernardini, D’Ambrosio, Franco Feliciani, Nino Pagano e Ercole Cauti accusati di aver favorito la ditta Metron srl con un affidamento diretto. L’incarico da 25.000 euro affidato alla ditta prevedeva la gestione di risorse previste dal budget di un progetto europeo e attività di supporto dello stesso progetto il cui importo totale era di 88.936 euro.
D’Ambrosio avrebbe permesso la rimodulazione degli importi elevandolo fino a euro 53.000.
Secondo l’accusa poi gli indagati avrebbero anche falsificato la rendicontazione finale del progetto traendo in errore i controllori del progetto stesso.
Il capo P delle imputazioni elevate a carico di Bernardini riguarda inoltre l’aver affidato «collaborazioni esterne senza alcuna forma di pubblicità in assenza di procedura di selezione comparativa e in mancanza dei presupposti di legge».

«CATENA DI ATTI ILLEGITTIMI»
L’inchiesta sull’ente d’ambito nasce il 24 giugno del 2010 quando l’ex collaboratore Ato, Alessio Di Giulio, presenta un esposto in procura denunciando una serie di fatti che poi la Digos di Pescara sarà chiamata a verificare puntualmente.
Molti dei fatti inseriti nell’esposto hanno trovato conferma anche grazie ad una consulenza affidata dalla procura al professore Giampiero Di Plinio, ordinario di istituzioni di diritto pubblico dell’Università di Chieti e Pescara.
E’ lui -senza mezzi termini- ad affermare che dai documenti esaminati emerge «una catena di atti e contratti illegittima nel suo complesso», «atti tra loro collegati in un contesto complessivo a prima vista del tutto irrazionale e denso di assurde implicazioni», la cui spiegazione potrebbe essere «la supposizione di specifiche motivazioni e specifici interessi di coloro che hanno agito nel suddetto contesto, sicuramente non collegate all’interesse pubblico».

«LA DENUNCIA DI DI GIULIO»
Nella sua denuncia l’ex addetto alle relazioni esterne dell’Ato scriveva di essere venuto a conoscenza di numerose delibere del consiglio di amministrazione poi modificate sostanzialmente nei contenuti anche a distanza di anni e dopo essere state esposte all’albo pretorio. «Il caso più eclatante era quello della delibera 62 del 2007 con la quale venivano prolungati di un anno gli incarichi dei dirigenti e del segretario generale dello stesso ente».
I successivi riscontri della Digos confermano pienamente la circostanza.
La vicenda nasce nel 2007 quando la Regione decise di commissariare gli Ato con il rischio di decadenza di tutti gli incarichi. Per questo –secondo quanto emerso- gli imputati avrebbero falsificato una delibera retrodatando così la proroga dei loro incarichi per impedire al commissario di interrompere i rapporti di lavoro in essere.
L’atto secondo la ricostruzione presentava numerose incongruenze anche nella data, oltre a diverse cancellazioni. Cancellazioni che sono state riscontrate anche sul registro sul quale vengono annotate le delibere dell’ente cancellate con righe orizzontali con inchiostro di colore nero. Attraverso l’esame della scrittura e l’incrocio delle testimonianze si è potuto appurare che ad apporre quelle stesse correzioni era stato Fabrizio Bernardini.
Altra prova giudicata schiacciante è stata trovata all’interno dei computer dove sono state rinvenute le due versioni della delibera 62.

LE RAGIONI TECNICHE DELLA DIFESA E L’INTERPRETAZIONE DELLE LEGGI
La difesa di Bernardini, dal canto suo, ha sostenuto che la vicenda costituirebbe frutto di un mero equivoco e che la delibera relativa all’affidamento di telefonia mobile originariamente destinata alla numero 62 in realtà non è stata mai approvata e che non doveva essere considerata come documento ufficiale ma semplice bozza.
La difesa ha sostenuto, inoltre, affrontando il merito della vicenda della proroga degli incarichi, che la delibera fosse comunque legittima, poiché la legge in realtà non avrebbe richiesto la procedura dell’evidenza pubblica ritenuta «meramente facoltativa» perché le medesime mansioni erano già svolte dai beneficiari nei rispettivi comuni consorziati e visto che tali incarichi «consentivano un notevole risparmio di spesa per l’ente».
La difesa poi ha asserito che il consiglio di amministrazione non era affatto a conoscenza del fatto che di lì ad un mese si sarebbe provveduto a liquidare gli enti d’ambito commissariandoli. La difesa di Bernardini ha inoltre sostenuto anche che non vi sarebbe alcuna violazione nella mancata astensione di Bernardini poiché tali obblighi, quando si verifica una sorta di conflitto di interessi, cadrebbero solo in capo agli amministratori pubblici e non al segretario comunale.
Altre argomentazioni assunta dalla difesa per dimostrare l’innocenza di Bernardini riguarda l’asserita inutilità della delibera che non avrebbe avuto effetti nei confronti del commissario straordinario. Insomma secondo la difesa tutto legittimo ma inutile.

«DIFESA NON CONVINCENTE»
«Tali considerazioni difensive ad avviso di questo giudice», scrive però Sarandrea, «non appaiono convincenti dovendo al contrario condividere l’assunto accusatorio con riguardo alla ricorrenza delle condotte ascritte a Fabrizio Bernardini».
Le parole del giudice appaiono oltre che particolarmente dure nei confronti delle argomentazioni addotte anche importanti e rilevanti nel caso specifico proprio perché mettono bene in luce il modus operandi della gestione dell’Ato almeno fino al 2007 con le regole applicate e la loro interpretazione oggi sanzionata.
Argomentazioni che per ora sono cadute in primo grado e che pesano sul curriculum del segretario Bernardini sospeso dal giudice per un anno ma supportato dall’attuale giunta di centrodestra della Provincia di Pescara che non ha lesinato parole di elogio.

a.b.

Sentenza Condanna Bernardini by PrimaDaNoi.it