AZIENDE IN CRISI

Abruzzo/Sixty, Alimonti, Cocea e prima Villa Pini: il fallimento può aspettare

Tribunale di Chieti, i giudici in campo per salvare le aziende

Redazione Pdn

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Romandini e Valletta

Romandini e Valletta




CHIETI. Stavolta è toccato alla Cocea evitare il fallimento. Ma è solo l’ultimo “salvataggio” effettuato dal Tribunale di Chieti, sezione civile e fallimentare.
Basti ricordare che il percorso “virtuoso” dei giudici teatini parte dalla scelta di attivare l’esercizio provvisorio per Villa Pini e passa per molte altre aziende, tra le quali il Molino Alimonti e la Sixty per parlare dei casi più importanti. E così, mentre prima di fronte ad un’azienda in crisi e ad una richiesta di fallimento l’attività veniva chiusa e basta (con tutto quello ne seguiva, soprattutto per i dipendenti che rimanevano senza lavoro), oggi si privilegia il tentativo di salvare l’attività ed i posti di lavoro, anche per merito della nuova legge fallimentare.
«Il criterio che seguiamo – spiega Camillo Romandini, presidente della sezione civile del Tribunale – è quello di salvare le aziende, di tutelare i creditori e di difendere i lavoratori. E’ indubbio che la grave situazione economica ha fatto concentrare più procedure, anche di grandi aziende del territorio chietino. Non è facile gestire queste crisi, anche se ci viene in soccorso la nuova legge fallimentare che prevede meccanismi e strumenti per congelare la situazione del debitore e per restituire fiducia all’azienda. Così, tra l’altro, si evita anche di disperdere le competenze acquisite dai dipendenti e dagli imprenditori».


«L’impegno della sezione fallimentare è notevole in questi ultimi tempi - aggiunge Nicola Valletta, attuale giudice delegato - stiamo gestendo debiti per oltre un miliardo di euro e cerchiamo di tutelare oltre 2000 dipendenti. Con il presidente Romandini abbiamo ereditato dal giudice Adolfo Ceccarini la vicenda Villa Pini che a fine giugno va all’asta, e aggiungendo Alimonti, Sixty e Cocea abbiamo superato il miliardo e migliaia di lavoratori da tutelare. Sarebbe stato un disastro immane per l’Abruzzo e non solo, se la legge non ci avesse permesso di intervenire con il guanto di velluto».
 Tradotto, significa in pratica che oggi si possono usare i nuovi strumenti salva-imprese, come ad esempio il concordato “prenotativo”: si inoltra domanda al Tribunale per prendere tempo e poi si propone un piano di rilancio dell’attività. Poi ci sono il concordato in continuità, gli accordi di ristrutturazione e altri strumenti nei quali è decisivo anche il ruolo del commissario giudiziale e dei creditori, chiamati ad affrontare responsabilmente la crisi.
Si tratta infatti di un estremo tentativo di salvare l’azienda decotta, i creditori ed i dipendenti, attraverso un piano economico ed industriale che deve essere oggetto di asseverazione. Come dire che la salvezza dal baratro del fallimento ci può essere se c’è la collaborazione di tutti. 


«Per spiegare meglio cosa significa evitare il fallimento, quando possibile – aggiunge il giudice Valletta – basti pensare a Villa Pini: tra esercizio provvisorio e vendita si recuperano soldi per i creditori e per i dipendenti, che intanto hanno lavorato. Immaginiamo se tre anni fa il Tribunale avesse chiuso la clinica e buttato la chiave. Ora, passando alle altre aziende interessate oggi, con il concordato si tenta di regolare certe poste: a fronte di un debito di cento, si può contrattare di pagarne 70-80, cioè si mette in moto un meccanismo di natura negoziale. Se va in porto, l’operazione fa ripartire l’imprenditore, fa respirare i dipendenti e salva l’azienda. E’ un meccanismo che coinvolge anche i sindacati, chiamati a nuove responsabilità, soprattutto ora che la cig non ha più soldi».
«In pratica – chiosa il presidente Romandini – il Tribunale opera in garanzia di tutti: se la barca va, va per tutti. Si tratta di garantire una mediazione tra i diversi interessi. Importante è il contraddittorio tra le parti, ma il Tribunale non è passivo e collabora per trovare le soluzioni. Che non sono facili, ma che vengono tentate a tutti i livelli, come capita per la cassa integrazione della Sixty, dove i commissari si sono attivati per cercare soluzioni alternative».
 Stesso discorso per il consorzio delle cooperative Cocea o per la Cocea stessa, come conferma l’avvocato Rodolfo Giungi, appena nominato dal Tribunale per la Cocea srl: «la ditta ha presentato domanda di concordato, come prevede la legge fallimentare del 2007 – spiega al telefono – i commissari giudiziali debbono controllare la regolarità della pratica, poi il Tribunale valuta. Sì, è un nuovo percorso».
Sebastiano Calella