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Abruzzo/Fracking davanti alle coste abruzzesi, «è il laboratorio Adriatico»

Lo rivela il giornalista Pietro Dommarco

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Abruzzo/Fracking davanti alle coste abruzzesi, «è il laboratorio Adriatico»

Fracking




ABRUZZO. Il giornalista Pietro Dommarco rivela che il Mare Adriatico, proprio di fronte alle coste abruzzesi, è stato nell’ultimo decennio un laboratorio dove si è portata avanti una particolare sperimentazione di fratturazione idraulica (chiamata fracking).
Il tutto, si spiega in un articolo di Altraeconomia, è avvenuto nel giacimento “Giovanna” a 23 miglia dalla costa nel tratto tra Montesilvano e Giulianova.
Un procedimento di estrazione del gas sicuramente conveniente per l’impresa ma che incide sulla qualità delle acque. La fratturazione idraulica è sotto monitoraggio a livello internazionale a causa di preoccupazioni per i rischi di contaminazione chimica delle acque sotterranee e dell'aria. In alcuni paesi l'uso di questa tecnica è stata sospesa o addirittura vietata. Le tecniche di microfratturazione idraulica del sedimento possono, in taluni casi, generare una micro-sismicità indotta e molto localizzata. L'intensità di questi micro-terremoti è di solito piuttosto limitata, ma ci possono essere problemi locali di stabilità del terreno proprio perché i sedimenti sono superficiali.
l giacimento di gas “Giovanna”, scrive Dommarco, «fu scoperto da Agip e Deutsche Shell nel 1988, dopo 6 anni dalla messa in produzione del giacimento “Emma”, con omonima piattaforma. Entrambe si trovano all’interno della concessione di coltivazione “B.C 10.AS”, conferita il 16 dicembre 1980 e per la quale alle due compagnie fu addebitato un canone annuo di 867.400 lire. 40 lire per ettaro. Nel 1993 la Edison Gas subentra alla Shell, nel 1998 l’Eni prende il posto dell’Agip e nel 2010 l’Adriatica idrocarburi spa rileva le quote di Eni, affiancandosi alla Edison. Secondo gli ultimi dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico negli ultimi dieci anni la produzione media è stata di quasi 255 milioni di metri cubi di gas ed i pozzi produttivi sono 12, anche se ne sono stati perforati almeno una quarantina».
Con la fratturazione idraulica davanti alla costa abruzzese «si è reso possibile», spiega ancora il giornalista, «il riprocessamento di pozzi ritenuti esauriti o a scarso rendimento, estraendone il più possibile il contenuto di idrocarburi (in questo caso gas), triplicazione dei volumi di materiale estratto e decisa contrazione del volume dei costi e dei tempi morti di produzione. Ed è proprio il caso dell’area “Giovanna”, caratterizzata da strati di scisto e contenente “formazioni più sporche e con minor permeabilità con contenuto di argilla elevato fino al 50%”. Una sperimentazione riuscita, tanto da essere ripetuta qualche anno più tardi, in più a nord, nel mare di fronte le coste di Falconara marittima, nel giacimento “Barbara”»


«Si tratta di una notizia davvero inquietante», commenta il consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, «anche perché la apprendiamo da un giornalista che l’ha trovata su una rivista scientifica in lingua inglese (leggi) non da una qualche comunicazione dell’impresa o istituzionale».
Pietro Dommarco sarà oggi a Pescara per presentare il suo libro “Trivelle d'Italia. Perché il nostro paese è un paradiso per petrolieri” alle ore 18 presso l’aula consiliare Comune di Pescara.
Si parlerà del nuovo rischio trivellazioni nel mare e nella terraferma abruzzese e su tutto il territorio italiano, alla luce della Strategia energetica nazionale varata dal Governo Monti. Un’occasione per fare il punto a poco più di un mese dalla immensa manifestazione “No Ombrina Si parco” del 13 aprile.
«Trivelle d'Italia», va avanti Acerbo, «spiega perché le mani dei petrolieri sono sporche di greggio, ma libere. Libere di perforare la terra e i fondali marini italiani, con bassi costi e con l’avallo di leggi “tolleranti”». Nel nostro Paese, infatti, le “percentuali di compensazione ambientale” sono tra le più basse al mondo: per questo oggi sono centinaia le concessioni e più di 1.000 i pozzi produttivi in Italia, tra terraferma e mare. “Trivelle d’Italia” racconta questo “buco” nel cuore, che ha portato pochi vantaggi al nostro territorio, scarsa occupazione e “infiniti lutti”, per i lavoratori e per l’ambiente.
Intanto il senatore del Movimento 5 Stelle, Gianluca Castaldi, ha firmato (insieme ad altri 24 cittadini senatori del M5S) una mozione al Senato per ripristinare il divieto di attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare entro le 12 miglia.
Sul pericolo Trivelle, spiega Castaldi, «solo il nostro partito ha presentato fino ad oggi 2 mozioni,3 interrogazioni parlamentari,2 disegni di legge, uno alla Camera ed uno al Senato.


«Auspichiamo un decreto legge, o una disposizione contenuta all’interno del Decreto ‘omnibus’», spiega Castaldi, «sul quale il Governo starebbe lavorando , che modifichi la norma inserita dal Governo Monti , da cui tutti si sono prontamente smarcati solo una volta emersa la notizia dello sblocco di Ombrina.
Siamo estremamente fiduciosi che il Governo accolga gli impegni richiesti nella mozione del M5S, anche alla luce del fatto che uno dei disegni di legge è stato depositato dall’attuale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giovanni Legnini del Pd , il quale ha ripetutamente manifestato la sua intenzione di adoperarsi per bloccare Ombrina mare e tutte le situazioni simili che mettono a repentaglio le nostre coste. Siamo certi che la voce unanime proveniente dall’ Abruzzo ora possa trovare concretezza all’ interno del Governo».