LE MOTIVAZIONI

Abruzzo/Processo Housework. I giudici: «su D’Alfonso nessuna prova e salti logici ingiustificabili»

«I mancati prelievi non sono sufficienti per accertare illeciti e corruzione»

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Varone di Carlo

Pm e giudice




PESCARA. La sentenza abruzzese “del secolo”, la più importante (almeno fino a quando non sarà scritta quella del processo Sanitopoli) è stata resa pubblica ieri.
Le motivazioni che disintegrano l’inchiesta Housework del pm Gennaro Varone sono contenute in 314 pagine limpide, chiare, precise, senza sbavature che parrebbero almeno ad una prima lettura inappuntabili.
Sarà un lavoro duro per la squadra del pm approntare l’appello, che comunque ci sarà, proprio perché sembra che ogni minimo aspetto sia stato affrontato nei particolari e sviscerato con una logica più che blindata, quella che è mancata invece all’accusa così come più volte ribadito nella sentenza.
Insomma riassumendo dalle 314 pagine emergono due fatti: la mancanza assoluta di prove utili a certificare la responsabilità penale dell’ex sindaco Luciano D’Alfonso (che sarebbe stato tirato dentro solo per il suo ruolo apicale). Insomma di prove portate dell’accusa ce ne sono una montagna ma tutte insieme per il collegio non bastano per provare le accuse mosse. Secondo fatto contestato: salti logici «ingiustificabili» per legare persone e fatti. Non vi sono prove, dicono i giudici, nemmeno del concorso morale di D’Alfonso.
Ha sbagliato il pm che si è fatto un film peccando di logica e non portando prove sufficienti, questo dicono i giudici.

CONCORSO MORALE DI D’ALFONSO
Nel processo dunque «non vi è prova del concorso morale di D'Alfonso» nelle varie vicende.
E' una tra le prime cose che il Tribunale collegiale di Pescara, presieduto da Antonella Di Carlo con Nicola Colantonio e Paolo Di Geronimo, scrive nelle pagine di motivazioni alla sentenza, con cui l'11 febbraio ha assolto l'ex sindaco e altre 23 persone. Nel dicembre 2008, D'Alfonso è finito agli arresti domiciliari. Per l’accusa lui era il concorrente morale; gli esecutori materiali erano, in alcuni casi, gli altri imputati. In altri casi inspiegabilmente non esistevano neppure.
Sia l’apporto morale che quello materiale devono però essere rigorosamente dimostrati, dicono i giudici.
Chiamare D’Alfonso nel processo solo perché al vertice della piramide amministrativa «collide con il principio costituzionale di non colpevolezza e con le regole che disciplinano l’onere della prova». Dunque lo si accusa in quanto sindaco senza apportare prove specifiche.
Si parte –secondo la visione dei giudici- da una congettura che è quella secondo la quale «chi gestisce con metodi di forte accentramento non può non essere consapevole e partecipe, quanto meno moralmente, di quanto di illecito si realizzi nel partito oppure al Comune»
Per il Collegio, «i ruoli verticistici e preminenti di D'Alfonso, di certo, non possono essere obliterati, ma da soli non sono risolutivi a dimostrazione del concorso nei reati per i quali i detti ruoli devono necessariamente essere integrati da altri elementi specifici e concreti che, per la rilevanza dell'insieme, valgano a superare la soglia di significanza generica dei ruoli».
In pratica, le prove mancano.

NIENTE SPESE E TANTI VIAGGI
E’ accertato che D’Alfonso dai Toto ha ottenuto molto in moltissimi anni come viaggi, benefit, cene, contributi vari e voli e auto gratis per girare anche fuori dall’Abruzzo.
I giudici hanno creduto all’imputato e ritengono che queste cose non abbiano influito nell’agire amministrativo dell’ex pubblico ufficiale. Anche le spese ed i prelievi rarissimi sui conti di famiglia non sono prova sufficiente per accertare illeciti e corruzione.
Dall’analisi dei conti correnti per gli anni 2004 – 2008 è emerso che le spese per le prime esigenze della famiglia sono state «estremamente contenute» e che in alcuni mesi D’Alfonso non aveva effettuato prelievi per spese ordinarie di sostentamento.
Nel 2004 ha prelevato circa 23mila euro, nel 2005 9.500, nel 2006 24mila nel 2007 nel 2008 circa 22mila euro. La moglie invece nello stesso periodo (2004-2008) ha prelevato in totale 9mila euro.
Per alcuni mesi è accertato che l’ex sindaco non avesse mai prelevato così come è accertato che certi versamenti non sono riconducibili a fonti di reddito così come un versamento di 5mila euro della moglie a carico del marito.

L’AREA DI RISULTA: UN PASTICCIO
Riguardo alla vicenda inerente all'area di risulta ed in particolare i rapporti tra l'ex sindaco e l'imprenditore Carlo Toto, i giudici sottolineano che «non è sostenibile» l'ipotesi di corruzione propria o impropria, e cioé che nella prospettiva di aggiudicazione dell'appalto dell'area di risulta «Toto abbia elargito a D'Alfonso, pubblico ufficiale, e questi abbia ricevuto».
Nelle motivazioni si fa presente che, come emerso nel corso del processo, i rapporti tra i due «erano datati e non è a dire - si evidenzia - che D'Alfonso fosse appiattito sui ritorni economici del gruppo Toto perché almeno in due episodi l'Amministrazione ha assunto decisione contrarie ai Toto, come in occasione dell'apertura del nuovo Palazzo di Giustizia» o «quando furono respinte le osservazioni di Toto al Piano regolatore per le aree portuali nell'ambito dell'approvazione del Prusst».
La vicenda di Fabrizio Paolini (autista di D’Alfonso pagato da Toto) «rientra nei vantaggi degli amici di Toto per D’Alfonso» se invece il fatto si considera isolatamente è questione che riguarda Toto (che paga) e Paolini (che riceve).
Riguardo alla gara d'appalto, il Collegio mette in evidenza l'inesistenza di un «conciliabolo tra i soggetti pubblici e il privato». Prova ne sarebbe il fatto che, «dopo la conclusione della gara, l'Amministrazione inviò una missiva a quelle ditte che non avevano partecipato per chiedere il motivo della mancata offerta».

LA LISTA DEZIO: FONDI IN NERO AL PARTITO (NON A D’ALFONSO)
La lista Dezio è per i giudici una lista di versamenti al partito, versamenti in bianco e in nero, cioè non tracciabili (dunque potrebbero essere non regolari) ma sempre al partito mentre non è provato che i soldi siano andati a D’Alfonso. Sono 11 i nominativi con la lettera “N”, 5 sono finiti a processo per corruzione in concorso con D’Alfonso e Dezio. Taraborrelli, invece, in veste di persona offesa di concussione per induzione ascritta a D’Alfonso.
Nel processo però pur essendo nella lista non sono finiti Buono Nicandro, Lorenzo di Properzio, Dino Di Vincenzo che pure figurano ai capi I, L, N delle imputazioni dell’ordinanza emessa il 15/12/2008.
Dunque soldi per il partito e la motivazione dei giudici è dovuta al fatto che la lista era contenuta in un faldone riferibile alla contabilità del partito “La Margherita”. Il ragionamento logico che Dezio fosse il diretto percettore dei soldi perché mandato da D’Alfonso che era il vero centro di potere («Dezio manca di vis persuasiva») e dunque per questi incassava, non regge per i giudici.
Anche i testi in aula hanno confermato che “N” sta per versamenti in nero ma non hanno confermato mai che questi soldi siano stati dati a D’Alfonso o che a questi siano serviti mentre è logico pensare che siano serviti al partito.
Le prove non permettono di affermare dunque che i soldi dati a Dezio siano stati lucrati da D’Alfonso: «il salto logico è ingiustificato e ingiustificabile», scrivono i giudici.

I SUBAPPALTI DI TOTO CONCESSI ALLA DITTA EREDI CARDINALE
Nel processo è emerso come la stessa ditta che avrebbe costruito a prezzi ‘di favore’ la costosa villa del sindaco di Lettomanoppello avesse da anni rapporti consolidati con le imprese dei Toto soprattutto ricevendo numerosi subappalti.
Nel corso delle perquisizioni eseguite il 17 febbraio 2009 la squadra Mobile sequestrò due fascicoli denominati “Imp. Toto gallerie Le Piane e San Silvestro Francavilla al mare (Ch) e “Imp. Toto Viadotto Alento Francavilla al mare”, lavori eseguiti per costi 11.302,57 e ricavi di 81.600 e per il viadotto costi per 245 euro e ricavi di 66.134,88 euro.
Eredi Cardinale ha lavorato anche altre volte per le ditte dei Toto incassando e ottenendo ricavi di 26mila euro, 58mila euro. Anche nel 2004 la ditta ha svolto molti altri lavoro per i Toto anche sulla Autostrada dei parchi (a questi ultimi data in concessione).
Anche queste vicende, secondo il collegio giudicante, non possono avere alcun legame con i capi di imputazione né nella vicenda area di risulta né in quello della casa di Lettomanoppello.

PROGETTO DI FINANZA DEI CIMITERI
Riguardo al project financing dei cimiteri cittadini, «il Collegio ritiene che per tutte le imputazioni vada emessa pronuncia liberatoria per insussistenza del fatto: non si riscontrano - scrive - violazioni o profili sintomatici di illegittimità né i termini dell'accordo corruttivo, proprio ed anche improprio». La procedura è stata giudicata regolare così come le consulenze a Ferragina e Mariani.

LA CASA DI LETTOMANOPPELLO
Nessuna irregolarità neanche per quanto concerne i lavori di realizzazione della villa di Lettomanoppello, realizzati dalla ditta Cardinale. Al riguardo, nelle motivazioni si sottolinea che «il Collegio non riscontra i termini dell'imputazione di corruzione propria perché le determine che hanno interessato la ditta Cardinale non sono affette da illegittimità». I giudici aggiungono anche che «Cardinale non ha corrisposto utilità economiche a D'Alfonso costruendogli l'immobile a Lettomanoppello». «Il collegio ritiene - scrivono - che tutti i calcoli nei quali si sono profuse le parti in modo encomiabile nel corso dell'istruzione a sconfessare le opposte ricostruzioni siano destinati a cedere il passo di fronte alla versione resa da Cardinale di non aver conseguito ricavi esorbitanti, ma neanche di essere andato in perdita».
A tal proposito, i giudici fanno riferimento ad una conversazione intercettata all'interno dell'automobile di Cardinale due mesi dopo l'arresto di D'Alfonso.

NESSUNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Al Comune di Pescara non esisteva nessuna «squadra d'azione» e, dunque, nessuna associazione per delinquere, come invece contestato all'ex sindaco D'Alfonso e ad altre otto persone (e pure certificato da gip e gup).
A tal proposito, i giudici nelle motivazioni alla sentenza di assoluzione osservano che, «oltre al dato indubitabile che gli imputati si conoscevano tra loro, già solo per il fatto che lavoravano tutti al Comune di Pescara, non è dato cogliere il quid pluris di comune appartenenza delinquenziale all'interno dell'organigramma comunale che non sia il concorso nella commissione dei reati fine, utile per i reati fine, ma insufficiente per il reato autonomo associativo».
Fanno anche presente, fra le altre cose, che il reato così come contestato avrebbe avuto «un ritorno di utili concreti solo per D'Alfonso» e non, dunque, per gli altri.

LA RISTRUTTURAZIONE DELLA CASA DI VIA SALITA ZANNI
La ristrutturazione della casa di salita Zanni è durata 7 giorni per la rilevigatura del pavimento parquet e tinteggiatura. La società Angelo De Cesaris pagò alla ditta “Solo Parquet” 3.600 euro , i lavori furono necessariamente eseguiti tra novembre 2003 e gennaio 2004, la famiglia D’Alfonso traslocò a gennaio 2004. Anche questo fatto non può essere ritenuto illecito.
Anche la ristrutturazione della sede della Margherita di Manoppelo è stata pagata per conto di D’Alfonso da De Cesaris circa 709 euro.

LA SENTENZA “STORICA”
La sentenza appare “storica” perché racconta giudiziariamente la storia amministrativa recente e perché è destinata ad influire in maniera profonda sulla “storia” futura. Ci racconta fatti che o per mancanza di prove o perché non sono di per sé illeciti sono tuttavia accaduti.
Altra vicenda è giudicare l’opportunità politica di un amministratore pubblico su cui gravitano ombre o che per sua stessa ammissione è stato sostenuto economicamente da parenti, amici, imprenditori pur avendo un reddito altissimo e possedendo numerosi immobili. Così come altra cosa è il giudizio politico su un uomo che per capacità e competenze ha potuto più di ogni altro suo predecessore (e successore) diventando di fatto il politico più potente d'Abruzzo.
E’ una sentenza che di sicuro muterà la storia anche giudiziaria del Pescarese e che è probabile abbia insegnato e segnato tutti: sia parti in causa che cittadini.
Si tratta ora di vedere ancora una volta l’incidenza nel futuro di questo atto giudiziario di riabilitazione penale.

Alessandro Biancardi

LUCIANO D'ALFONSO SENTENZA PROCESSO HOUSEWORK