ESCLUSIVO. LE CARTE

Abruzzo/I veleni di Bussi: email e fax per minimizzare l’inquinamento. «Ecco come si pilotavano gli studi»

Le carte dell’inchiesta sulla discarica più grande d’Europa

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AREA INDUSTRIALE DI BUSSI

Area industriale di Bussi




ESCLUSIVO. PESCARA. L’inquinamento di Bussi si conosceva  ma Ausimont (gruppo Montedison) cercò di minimizzare.
Gli studi e le analisi anche commissionate all’esterno però erano note ad una cerchia molto ampia di persone delle istituzioni. C’era la certezza che anche le falde acquifere erano contaminate e la gravità della cosa era nota all’Arta, all’Aca, all’Asl e a molti altri che parteciparono anche a riunioni e tavoli. La notizia però non fu mai divulgata all’esterno.
E’ questo che emerge dalle carte dell’inchiesta di Bussi che  il 25 settembre prossimo approderà in Corte d'Assise di Chieti per l’inizio del dibattimento. Diciannove sono in tutto gli indagati  .
La Forestale nel corso delle indagini ha trovato un documento del novembre 1992 nel quale si certificava la consapevolezza della società della presenza di inquinati.
Si chiese anche di prendere provvedimenti, di bonificare, di risolvere una questione che poteva degenerare e creare danni. Fu fatto? Secondo gli inquirenti no. Anzi, la scelta operata fu quella di andare in direzione totalmente opposta. Ovvero, si legge nel rapporto della Forestale, si cercò di minimizzare quanto registrato durante le verifiche. Elementi gravissimi addirittura scomparvero dalle analisi da un anno all’altro.
Inquinanti che erano stati trovati la prima volta non vennero ricercati la seconda o la terza volta. La tecnica utilizzata è quella già illustrata più volte dal 2007: non cerco il veleno nell’acqua ed il veleno così sparisce dai risultati delle analisi. Chi non cerca non trova.
 Ma in mano agli inquirenti finiscono anche email e fax tra i dirigenti e i tecnici in cui si chiede di tenere un profilo basso, di non fare uscire le notizie all’esterno. E poi ci sono documenti che l’accusa ritiene ‘taroccati’ con addirittura la dicitura a penna ‘vero’ e ‘falso’ per distinguere gli originali da quelli ritoccati per nascondere la reale situazione.

1994 LA PRIMA RETOMARCIA
Il 20 ottobre del 1994 la Ausimont, d’intesa con la casa madre Montecatini di Milano, secondo la Forestale «inizia a porre in essere una strategia mirata a minimizzare drasticamente lo stato di inquinamento delle matrici ambientali delle aree esterne ed interne dello stabilimento».
Si compie una nuova indagine ma rispetto allo studio precedente vengono apportate lievi modifiche nella parte conclusiva: sparisce il riferimento alla contaminazione dei pozzi per l’approvvigionamento di acqua potabile, pur evidenziando il reato di avvelenamento di pozzi.
«L’unico rischio potrebbe risultare dalla presenza di piombo, mercurio e clorumetani, presenti nel corpo idrico superficiale in prossimità dello stabilimento tramite la falda freatica». Tuttavia, anche in questo caso il punteggio di rischio risulta essere molto basso per ognuna delle tre sostanze (valori compresi tra 5 e 7 in una scala da 0 a 100), diversamente da quanto dichiaravano nell’audit 1992.
«Quindi, l’Ausimont nel 1994», insistono gli inquirenti, «inizia a pilotare gli studi ambientali con l’unico obiettivo di rappresentare l’inquinamento, solo in prossimità dei reparti produttivi maggiormente inquinati».
I risultati da raggiungere erano molteplici anche legati al piano di bonifica a cui la ditta era tenuta: meno veleni sarebbero stati trovati nei terreni e meno costoso sarebbe stato il piano di bonifica.

NEL 1997 UNA NUOVA INDAGINE

Nel 1997 dall’indagine condotta dall’ HPC in zona ex Siac (Società italiana additivi carburanti) che cessò l’attività produttiva nel 1993, sono state effettuate analisi su 100 campioni di terreno e 20 prelievi di acqua di falda. In un fax in cui si comunicavano le risultanze delle indagini condotte si segnalava la presenza di concentrazioni di piombo elevate in campioni di terreno ed acqua di falda prelevati dalla Geotecnica di Pescara.
Inoltre, è stata rinvenuta dagli inquirenti una tabella predisposta dal laboratorio chimico dello stabilimento di Bussi (datato 3 ottobre 1997) con la quale si comunicavano gli esiti delle analisi effettuate su 28 campioni prelevati dall’HPC in area ex SIAC. Su 7 dei 28 campioni analizzati, le concentrazioni di piombo superavano il valore limite di 1000 mg/kg prefissato dal D. Lgs. 152/06.
Ma questi dati, annotano gli inquirenti, «non sono stati inseriti nel documento ufficiale “PDC/2001 Aree interne” presentato agli enti competenti per la successiva approvazione».
«Tutto ciò», dicono gli uomini della Forestale, «conferma la strategia di Ausimont finalizzata a rappresentare uno scenario di non inquinamento delle matrici ambientali esterne (acqua e sottosuolo), mediante l’occultamento dei dati analitici relativi alle concentrazioni di piombo nell’area ex Siac».

NEL 1998 ANCORA SCOMPARSE
Nel 1998 ricompare l’ingegner Molinari (che diresse il primo audit del 1992), in qualità di coordinatore di un’indagine idrogeologica mirata ad accertare la situazione del sottosuolo dello stabilimento di Bussi eseguita dalla Società Solisonda s.r.l. di Francavilla al Mare (la stessa Solisonda che molti anni dopo, in Ati, si occuperà della realizzazione del Ponte del Mare). Si doveva accertate lo stato di inquinamento da mercurio proveniente dal reparto cloro-soda. Sei anni dopo la prima indagine i risultati sono totalmente discordanti: «i controlli effettuati sulla qualità delle acque sotterranee evidenziano la scarsa mobilità del mercurio, in quanto i valori più elevati sono localizzati in prossimità dell’impianto di produzione, ma sono completamente assenti nei piezometri perforati al limite sud dello stabilimento».
Inoltre, nella relazione geologica e tecnica del 1998 la ricerca dei cloro-metani non viene effettuata.
«Tale significativa omissione è finalizzata ad eludere le responsabilità penali derivanti dall’inquinamento da clorurati della falda che alimenta i pozzi di acqua potabile ubicati a valle del polo chimico di Bussi, che era già nota alla dirigenza Ausimont con l’audit 1992»
Quale era la strategia? «Dimostrare che l’inquinamento era localizzato unicamente in prossimità dei reparti produttivi»,

GLI APPUNTI A PENNA
Altra documentazione datata 2000-2001 offre ottimi spunti investigativi, soprattutto la corrispondenza tra la direzione operation di Ausimont, (ingegner Capogrosso) e l’HPC, incaricata  di redigere il Piano di Caratterizzazione delle aree interne allo stabilimento
Da questa documentazione, ricostruisce la procura di Pescara, si evince come la società Ausimont intendesse portare avanti la strategia di occultamento dei dati relativi alle analisi del sottosuolo e della falda acquifera, «per fornire un quadro molto sottostimato delle criticità ambientali del sottosuolo e della falda»
In un documento denominato “Incarico per HPC da Capogrosso”, è stata trovata un frase molto significativa: «predisposizione analisi ad hoc da analisi fatte da Bussi per SIAC/HPC, senza dati negativi per H2O e per suolo, relativi a luoghi edificati per impianti».
«E’ chiaro il riferimento», annotano i Forestali, «all’edificazione di nuovi insediamenti produttivi (attuale Silisiamont e Fine Chemicals), realizzati sull’area ex SIAC, contaminata e non bonificata. Con il suddetto documento si affronta anche la problematica relativa alla contaminazione da mercurio dei terreni e dell’acqua di falda.  Vengono fornite disposizioni su come la HPC dovrà attuare le indagini al fine di minimizzare e sottostimare il reale stato di inquinamento e rappresentare uno stato di non inquinamento del fiume Tirino da mercurio e piombo».
 Per cui «venivano abbassate le concentrazioni dei suddetti metalli pesanti fino a farli rientrare nella norma in prossimità della confluenza con il fiume Pescara».
In un altro passaggio del documenti vengono evidenziate le seguenti affermazioni: «nessun rischio per l’esterno (sotto e a valle per falda)», «l’inquinamento NON ESCE, non c’è emergenza, ma bonifica da risolvere in accordo con le autorità», «OCCORRE NON SPAVENTARE CHI NON SA»
Ma gli inquirenti hanno trovato anche una doppia documentazione sui risultati delle analisi dei carotaggi e dei piezometri relativi alla concentrazione di mercurio. Su questi documenti è stata riportata a penna, per i medesimi punti di campionamento, la dicitura “vere – false”, «dove in quelle false sono state sistematicamente abbassate le concentrazioni» di inquinanti.
Non è la prima volta che in Abruzzo le informazioni vitali (nel vero senso della parola) non sono state date da parte di enti che erano tenuti a vigilare, controllare e tutelare la salute pubblica. Con rischi enormi in gran parte mai calcolati fino in fondo anche perché una indagine epidemiologica non è mai stata fatta.
Oggi la discarica è ancora lì ed i veleni fluiscono ancora nell’acqua del fiume e forse negli acquedotti. L’attenzione della politica però oggi è tutta rivolta alle nuove speculazioni su quell’area da “reindustrializzare”.


 Alessandra Lotti