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Abruzzo/Veleni di Bussi, ecco il documento del 1992 che lanciava l’allarme (ignorato)

Le contaminazioni erano note, l’avvelenamento pure ma nessuno fece niente

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La discarica oggi


ESCLUSIVO.
PESCARA. Era il 1992: la Ausimont (controllata dalla Montecatini, gruppo Ferruzzi-Montedison) confermò in alcuni documenti interni la contaminazione e l’inquinamento da metalli clorurati e conosceva anche quella che sarebbe stata poi ribattezzata, meno di 20 anni dopo, la discarica più Grande D’Europa. Non poteva non conoscerla visto che per almeno 50 anni proprio lì finivano gli scarti di lavorazione.
E' un documento shock che prova come fossero note le informazioni sulle contaminazioni dei veleni anche sull'acqua poi distribuita con l'acquedotto pubblico.
L'Ausimont era la società che a quel tempo era proprietaria dello stabilimento di Bussi dove, tra le altre cose, si produceva acqua ossigenata. Erano gli anni di maggiore floridezza e di espansione. Proprio in quell’anno la Ausimont investì in Germania per aprire un nuovo stabilimento nella ex Ddr, nella zona di Bitterfeld Wolfen, nella regione Sachsen-Anhalt.
Su questa area, la Ausimont aveva intenzione di costruire un nuovo impianto e nel comunicato ufficiale dell’epoca si poteva leggere: «la Ausimont intende partecipare alla promozione e allo sviluppo dei consumi di quell' area, contribuendo in modo significativo a risolvere i problemi di inquinamento esistenti nei nuovi lander tedeschi e nei vicini paesi dell' Europa orientale».
Non sappiamo cosa effettivamente sia stato fatto lì ma sappiamo quello che la stessa ditta ha prodotto in Abruzzo: per un periodo ha contribuito a dare lavoro (prima di entrare in crisi) e ad infarcire i terreni circostanti lo stabilimento di tonnellate di veleni micidiali.
Il pm Anna Rita Mantini lo ha detto più volte in aula: «tutti sapevano». Secondo l’accusa i vertici all’interno del gruppo industriale da 900miliardi di lire di ricavi (all’epoca) erano consapevoli ma poco o nulla è stato fatto. Oggi siamo in grado di raccontare il contenuto di un documento che conferma questa tesi e che è stato ritrovato dagli inquirenti nel corso delle indagini.

L’INCHIESTA E LE ACCUSE
Lo scandalo di Bussi è scoppiato nel 2007 in seguito ad una inchiesta della Forestale; il 19 aprile scorso c’è stato il (secondo) rinvio a giudizio per 19 persone che devono rispondere di avvelenamento delle acque. Il processo a loro carico prenderà il via il 25 settembre prossimo davanti alla Corte d'Assise di Chieti
Secondo quanto accertato dagli inquirenti, per decenni la discarica, situata nei pressi del polo chimico e a meno di 20 metri dalla sponda destra del fiume Pescara, sarebbe stata destinata allo smaltimento illegale e sistematico di ogni genere di rifiuti, in particolare di cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti.
Secondo l'accusa, gli imputati avrebbero contribuito, con le loro condotte, ad aggravare la situazione nella zona, sino a cagionare il disastro ambientale del suolo e sottosuolo. E soprattutto delle falde acquifere superficiali e profonde che, attraversando il sito industriale, alimentavano otto pozzi di captazione per l'acqua potabile (campo pozzi Sant'Angelo) realizzati dall'Aca (azienda consortile acquedottistica), fra il 1980 e il 1990, più a valle della discarica e destinati a soddisfare il fabbisogno idrico-alimentare di tutta la Val Pescara, quindi, di circa 500 mila persone.
E ci sono alcuni documenti, come detto, che certificano che la situazione non era affatto sconosciuta. Per questo dal 2007 ad oggi si è sempre parlato di omertà delle imprese coinvolte (Montedison) ma anche di tutti i rappresentanti di quegli enti che in qualche modo erano venuti a conoscenza di informazioni mai divulgate alla popolazione.

1992-1994 SI SCOPERCHIA IL PENTOLONE
Tra il novembre del 1992 e l’ottobre del 1994 un team misto di personale interno ed esterno (non si conoscono i componenti) alla Ausimont, viene incaricata di redigere una indagine idrogeologica (Audit Ambientale).
A pagina 36 del documento, che viene citato in un rapporto della Forestale, c’è un paragrafo molto importante: il 2.2.4 dal titolo ‘Discariche e Falde acquifere’. E’ qui che si segnala che sulle analisi effettuate nelle acque di falda emergevano contaminazioni da metalli clorurati.
Ecco alcune frasi dello studio: «l’area su cui attualmente insiste lo stabilimento è in larga massima contaminata da Hg (mercurio) e Pb (piombo) a concentrazioni superiori o prossime alla tabella C delle norme olandesi». Questa situazione è stata poi confermata ulteriormente, annotano i Forestali, da informazioni avute in via informale da un ente di controllo esterno, presumibilmente Pmip attuale Arta. Dunque si dichiarò che dalle analisi eseguite su campioni di acque emunte dai pozzi per approvvigionamento di acqua potabile a circa 2 Km di distanza dallo stabilimento, vi era presenza di clorurati in quantità superiore ai valori limiti stabiliti dal DPR 236/88. Per cui la Forestale è del parere che tale inquinamento, già accertato nel 1992 dall’Ausimont, si riferisca all’inquinamento dei pozzi S.Angelo, distanti 2 Km a valle del complesso industriale di Bussi.
Ma nel verbale del 1992 c’è anche dell’altro.

 LA DISCARICA DI SEMPRE
E si legge: «l’area esterna allo stabilimento, comunque di proprietà Ausimont, è interessata dalla presenza di due discariche ufficiali e da un’area valutabile di circa 30.000 mq (pari a circa 300.000 mc.) sulla quale (dall’inizio dell’attività produttiva dello stabilimento e fino agli anni 60) sono state depositate tutte le tipologie di rifiuti provenienti dalle lavorazioni dell’epoca. In quest’ultima area, in occasione dello studio sopra citato, è stato effettuato un carotaggio che ha permesso di confermare la contaminazione».
Quel terreno è proprio quello dove è stata scovata poi la megadiscarica dei veleni e fa una certa impressone che in un documento ufficiale benchè tenuto segreto per anni tanto candidamente si affermi che sono stati interrati veleni «dall’inizio dell’attività produttiva dello stabilimento e fino agli anni 60». Dunque uno studio antecedente al 1992 già aveva anche certificato la «contaminazione» dei veleni che finivano nel fiume e nel terreno. A poca distanza erano da poco stati costruiti i pozzi per abbeverare oltre 500mila persone…
Poco più sotto nello stesso verbale un altro allarme, chiarissimo.

LA CONTAMINAZIONE DELLE FALDE
«Nel sottosuolo», si legge, «sono presenti materiali di riporto di origine naturale (il percorso originario del fiume Tirino è stato spostato verso monte) di consistente permeabilità nei quali è presente una falda freatica superficiale alimentata dal fiume Tirino e dalle perdite delle reti di distribuzione di acqua e fognaria, che probabilmente è in collegamento con la falda acquifera profonda situata a circa 40 m. A conferma di quanto sopra vi sono le analisi su quattro piezometri profondi 40 m. che evidenziano contaminazioni da metalli e clorurati».
Dopo queste analisi la società Praoil, che si era occupata delle analisi, suggerì alla direzione dello stabilimento una serie di provvedimenti da attuare finalizzati a limitare lo stato di contaminazione degli acquiferi, per non rischiare l’incriminazione di avvelenamento di pozzi.
Per i Forestali che hanno indagato sulla vicenda questo documento datato 1992 è inequivocabile: «la classe dirigente dell’epoca, nelle persone dell’ing. Vassallo Carlo, direttore dello stabilimento di Bussi, dell’ing. Di Paolo, responsabile PAS Bussi, e l’ing. Aguggia, coordinatore PAS della sede centrale di Milano, era consapevole dello stato di grave inquinamento delle matrici ambientali e delle aree esterne al polo chimico di Bussi di proprietà Ausimont».


Alessandra Lotti