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Franco Marini, l’alpino alla scalata del Colle dopo 20 anni di Parlamento

Dalla Cisl alla Dc a presidenza Senato

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Franco Marini, l’alpino alla scalata del Colle dopo 20 anni di Parlamento




ABRUZZO. Franco Marini, 80 anni compiuti qualche giorno fa, è nato in un piccolo paese vicino L'Aquila, San Pio delle Camere.
Siamo sul bordo della piana di Navelli, dove si coltiva lo zafferano migliore d'Italia. Case in pietra, i resti di una vecchia fortificazione e le montagne del Gran Sasso che incombono severe. Qui lo scudocrociato è stato sempre una fede prima ancora che una convinzione politica. Una fede che ha sempre regalato alla Dc percentuali da plebiscito.
Ma da San Pio, Franco si allontanò presto. Il padre faceva l'operaio nella fabbrica della Snia di Rieti e aveva sette figli da far crescere. Nonostante le difficoltà economiche, Marini si laureò in giurisprudenza ed entrò nella Cisl. Fu Giulio Pastore, il fondatore della Cisl, a notare quel giovane e sanguigno sindacalista e a volerlo nel suo entourage. Negli anni 70, gli anni della contestazione, diventò il numero due dell'organizzazione. E, nel 1985, il decimo congresso lo incoronò segretario generale. Lo chiamano "il lupo marsicano". 


Nel 1991 l'anziano leader democristiano Carlo Donat Cattin, a sorpresa, gli affidò le sorti della sua corrente. Si chiamava "Forze nuove", ed era un po' l'avamposto del sindacalismo cattolico dentro la Dc, anche se i forzanovisti non facevano parte della sinistra democristiana ma avevano stretto un patto di ferro con l'ala moderata dello scudocrociato guidata da Arnaldo Forlani. Marini non si tirò indietro, ma molti dubitavano che l'irruento sindacalista abruzzese potesse sopravvivere nella giungla democristiana, dove anche i migliori amici sono pronti all'agguato.
Erano gli anni di Tangentopoli, e la balena bianca, travolta dagli scandali, perdeva consensi a vista d'occhio. Marini, comunque, nel '92 entra in Parlamento. In quel periodo scoprì un feeling con Giulio Andreotti. Fu ministro del Lavoro nell'ultimo governo andreottiano. A un certo punto, sembrò che dovesse essere lui l'erede della potente corrente del primo ministro. Marini restò qualche anno nell'ombra . Fino a che, nel '97, Mino Martinazzoli gli passo' il testimone di segretario del partito popolare, nato sulle ceneri della Dc. La Prima Repubblica era ormai alle spalle, e i popolari avevano scelto la collocazione nel centrosinistra. Marini era perfettamente d'accordo, ma il suo obiettivo era quello di rafforzare l'area dei moderati. La sua segreteria coincise con l'arrivo a Palazzo Chigi di Romano Prodi.
L'uscita di Rifondazione Comunista dalla maggioranza mandò il governo a gambe all'aria. E' storia nota che Prodi alla Camera non trovò per un soffio i voti necessari per continuare. Molti si sono chiesti: ci fu un complotto contro Prodi ordito da D'Alema e Marini? Da allora, e sono passati dieci ani, Marini ha continuato a smentire. «Invenzioni», «leggende», «ridicole falsità». 


Il rapporto con Prodi, del resto, non è mai stato facilissimo. Marini ha sempre avuto resistenze a mettere la parola fine all'esperienza del partito di ispirazione cristiana. Non ha mai visto di buon occhio l'idea di congiungere tutte le forze politiche riformiste. Quando lasciò la segreteria del partito popolare, nel '99, lo fece con un discorso che esortava i suoi a dire no ''al partito unico del centrosinistra". La scelta del Pd , all'inizio, l'ha vissuta come una necessità imposta dalle circostanze. Nel 2006, sull'onda della seconda vittoria di Prodi, Marini vinse di un soffio la sfida tra due ex dc per la presidenza del Senato: il suo sfidante era Giulio Andreotti, candidato dal centrodestra. «Sarò il presidente di tutto il Senato», disse nel discorso del suo insediamento, «e in un dialogo fermo e mai abbandonato sarò il presidente di tutti voi con grande attenzione e rispetto per le prerogative della maggioranza e per quelle dell'opposizione».
Alle scorse politiche non è riuscito ad entrare in Parlamento. Però non si era sottoposto nemmeno alle primarie ma aveva chiesto una deroga al partito Democratico. Alla fine è finito secondo nella lista Senato, dopo Stefania Pezzopane, ex presidente della Provincia aquilana e assessore comunale. Proprio quel secondo posto non gli ha permesso di entrare in Parlamento, per la prima volta dopo 20 anni. Ma adesso il Pd gli ha offerto un risarcimento ben più sostanzioso.