LA DENUNCIA

Abruzzo/Detenuto morto in carcere, 4 mesi fa il medico: «rischio imminente di morte, non può stare dentro»

La famiglia: «non è stata una tragica fatalità»

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Abruzzo/Detenuto morto in carcere, 4 mesi fa il medico: «rischio imminente di morte, non può stare dentro»

Vincenzo Fabiano





PESCARA. Una relazione medica di tre pagine datata 11 dicembre 2012: per ben cinque volte il medico ribadisce che le condizioni di Vincenzo Fabiano «non sono compatibili» con il regime carcerario.
La famiglia Fabiano vuole giustizia per la morte in carcere dell’uomo, avvenuta lunedì scorso. Nessuno crede alla tragica fatalità, alla luce di documenti sottoscritti da medici che già diversi mesi fa parlavano chiaro.
La morte, leggendo i certificati, appare proprio annunciata. I familiari dell’uomo si sono rivolti ai Radicali abruzzesi, chiedono giustizia, e hanno messo a disposizione anche i documenti in cui è scritto nero su bianco che il giovane, a causa delle sue «plurime patologie», non poteva essere recluso dietro le sbarre.
Tra qualche giorno era fissata un’udienza davanti al tribunale di sorveglianza: il giudice avrebbe dovuto valutare una perizia sulle sue condizioni psicofisiche e decidere se scarcerarlo o meno. Ma a quell’udienza il detenuto non ci sarà.

«IMMINENTE PERICOLO DI MORTE»
Che la situazione fisica del giovane fosse «incompatibile con il regime carcerario» viene ripetuto per ben 5 volte nella relazione del medico Gabriele Paolini, chirurgo specialista in reumatologia e medico curante dell’uomo. Il paziente soffriva di una «grave anemizzazione, cronica ingravescente, con progressivo abbassamento della emoglobinemia». Era necessaria una trasfusione di sangue per le condizioni «particolarmente gravi». Senza troppi giri di parole nella relazione il medico scrive di «sopravvivenza a rischio e imminente pericolo di morte».
Questo a dicembre scorso. Lo specialista continua e sancisce che le condizioni di salute «non sono compatibili con l’attuale stato di detenzione». E poi ancora «le cure prestate al Fabiano, nel soggiorno in Casa Circondariale di Teramo, benchè profuse con la massima diligenza possibile nell’ambiente in cui si trova, non sono assolutamente sufficienti».


Il paziente era affetto anche da ulcere gastro esofagee sanguinanti, riporta sempre il medico, rifacendosi alla lettera di dimissioni dell’ospedale di Pescara del febbraio 2011.
Si ribadisce ancora, anche per questo motivo, la non compatibilità con regime carcerario «in quanto le sue condizioni cliniche richiedono contatti frequenti con i presidi sanitari territoriali esterni».
Nella visita di quel giorno vennero segnalati anche «rantolii alla base del polmone di sinistra e fini crepitii a destra». Sospetta broncopolmonite ma «solo una radiografia o tac può dirimere il dubbio e far programmare adeguata terapia antibiotica».
L’uomo era affetto anche da «aumento delle piastrine e da edemi declivi agli arti inferiori. Trattasi di patologie da cui lo stesso è affetto da tempo e la cui ingravescenza dimostra la impossibilità di trattamento in casa circondariale, benchè colà siano state diligentemente effettuate le terapie dovute: idonee ma ovviamente limitate per ovvie ragioni». «Vi è una ulteriore conferma della non compatibilità delle patologie con lo stato attuale di detenzione».
In un altro documento che oggi la famiglia tira fuori per chiedere giustizia, firmato dalla commissione medica superiore dell’Inps, si legge che Fabiano (invalido civile al 74%) era affetto da «epilessia in terapia farmacologica, sindrome ansioso depressiva e ritardo mentale». Tutte infermità riconosciute a giugno del 2008 presso l’Asl di Pescara e riconfermate in una visita del giugno scorso a Teramo. 


«Che Fabiano fosse gravemente malato», spiega Alessio Di Carlo dei Radicali, «era ben noto visto che, ai tempi della detenzione presso il carcere pescarese di San Donato, spesso si era dovuto far ricorso a ricoveri e a trasfusioni di sangue».
L'esponente radicale ha reso noto che la famiglia del detenuto, nei giorni scorsi, aveva inviato una diffida presso il carcere di Teramo per scongiurare il rischio di decesso che, viste le condizioni dell'uomo, si andava paventando. Di Carlo ha poi concluso auspicando «un immediato intervento dell'Autorità Giudiziaria per far luce su una morte che, alla luce dei documenti, non può più essere considerata una tragica fatalità». 


Alessandra Lotti