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Abruzzo/Ecco la sentenza Ciclone: «amministratori egoisti hanno sfruttato enti pubblici»

In 200 pagine la verità giudiziaria sulla storia amministrativa dell’era di Enzo Cantagallo

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Carmelo de Santis

Il giudice Carmelo De Santis



MONTESILVANO. Amministratori che pensano esclusivamente al proprio tornaconto, che sfruttano gli enti pubblici (il Comune) per gli interessi propri o dei propri amici, al fine di arricchirsi anche violando la legge o “aggiustando” le carte.
Ci sono poi menzogne che non reggono o difese impossibili ma anche giustificazioni che hanno fatto presa e sconfessato l’accusa messa in piedi dopo anni di lavoro dal pm Gennaro Varone.
Dalle 200 pagine delle motivazioni della prima sentenza del processo Ciclone emerge un quadro a tinte fosche ma in sostanza i giudici ripuliscono buona parte della “realtà” descritta dalla procura pescarese in anni di indagine.
Secondo i giudici Carmelo De Sanctis (presidente), Nicola Colantonio (estensore) e Paolo De Geronimo c’è il mercimonio delle funzioni pubbliche, ci sono le tangenti (poche in verità) non c’è la associazione a delinquere. Moltissimi capi di accusa sono caduti o per errata impostazione accusatoria o per falsa interpretazione delle leggi vigenti o per mancanza assoluta di documentazione probante (più di una volta i giudici scrivono che nel dibattimento per questo o quel fatto non sono stati prodotti documenti che provino il coinvolgimento di questo o quell’imputato).
Rimangono impigliati nella sentenza di condanna pochi imputati per pochissimi capi di imputazione, per lo più quelli legati alle dichiarazioni di Bruno Chiulli delle Green Service che è stato tra i primi ad essere condannato con rito alternativo e le cui dichiarazioni non potevano non avere un effetto anche nel processone durato più di due anni.

LE PENE
Enzo Cantagallo, anche in considerazione della continuazione dei reati ha ricevuto una condanna di 5 anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici che significa la fine della carriera politica (se la condanna odierna dovesse resistere all’appello). E’ stata inoltre disposta la confisca (perdita della proprietà) di 50.500 euro.  
Per Duilio Ferretti la pena inflitta ammonta a 3 anni e 6 mesi con interdizione dai pubblici uffici e l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. Confiscati 64.500 euro.
A Rolando Canale 4 anni di reclusione e interdizione per 5 anni  con l’estinzione del  rapporto di lavoro con enti pubblici o società a prevalente partecipazione pubblica. Dunque la fine di qualunque tipo di rapporto che preveda compensi attinti da casse pubbliche. 50.765 euro confiscati.
Paolo Di Blasio reclusione per 3 anni e interdizione per 5.
Attilio Vallescura 3 anni e 2 mesi  e interdizione dai pubblici uffici per 5.
Michele Blasiotti  3 anni di reclusione e incapace di contrattare con la Pubblica amministrazione.
Guglielmo Di Febo 3 anni, interdizione per 5 anni. Stabilita anche la confisca 15.000 euro.
Alfonso Di Cola 2 anni e 2 mesi.
Fabrizio D’Addazio, Marco Savini, Simonetta Giansante e Andrea Diodoro condannati alla pena di un anno e 3 mesi di reclusione (pena sospesa)
Angiolo Barneschi, direttore di banca, condannato a 2 anni 8mesi e  2mila euro di multa.
Vengono inoltre dissequestrati i beni di Vincenzo Cirone, della Prisma, Cdc, Camel costruzioni, Alet srl.


PERCHE’ NON C’E’ ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Il primo punto che la corposa sentenza affronta è il perchè non esiste una associazione a delinquere a Montesilvano.
Affinchè possa esservi la formale contestazione di questo reato gravissimo è necessaria la predisposizione di una organizzazione strutturale sia pure minima di uomini e mezzi «funzionale alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti», scrivono i giudici.
Tuttavia Gallerati, Tomei, Chiavaroli, Lotorio, Bitondo e Paglione «non ponevano in essere alcuna condotta illecita e per questo non possono far parte della associazione a delinquere».
Vallescura, Savini, Cirone, Di Pietro, Di Febo, Di Blasio «rimanevano coinvolti in vicende delittuose che presentavano aspetti particolari e specifici e non costituivano l'espressione di un programma criminoso organizzato ed unitario».
Per quanto riguarda Vallescura egli «ha agito illegalmente in una unica circostanza e per fini egoistici», così come Savini ha avuto una sola condotta (accertata) «per garantire interessi patrimoniali di un soggetto a lui vicino (il partito)»
Di Febo ha solo una concussione per «personale tornaconto».
Diversa la posizione di Cantagallo che invece ha partecipato a più azioni corruttive che «però sono risultate essere tra loro autonome e separate».
Quindi Cantagallo «per ottenere i propri vantaggi non utilizzava una organizzazione precostituita ma di volta in volta agiva secondo le peculiarità del caso. Gli imputati che ponevano in essere atti illeciti agivano per perseguire finalità egoistiche e contingenti senza che a monte ci fosse stata la predisposizione di un piano».
Insomma più che un accordo comune, o un piano comune di azione con fini determinati, vi sarebbero stati più atti illeciti slegati, un po’ come se ognuno pensasse principalmente a sé e solo casualmente interagisse con gli altri imputati.

ENZO CANTAGALLO
Secondo i giudici Cantagallo «ha sfruttato la propria posizione strumentalizzando le funzioni di assessore prima, e di sindaco dopo, in spregio alle funzioni pubbliche svolte nell'ambito dell'ente territoriale per ottenere in un lungo arco temporale notevoli profitti economici in cambio del rilascio di atti amministrativi illegittimi».
In sostanza l'imputato ha dimostrato «una spiccata propensione al mercimonio della funzione pubblica» e questo è di ostacolo alla concessione di qualsivoglia beneficio di legge ed impone la determinazione di una «sanzione punitiva superiore al minimo edittale».

DUILIO FERRETTI
Nello svolgimento della propria vita imprenditoriale, scrivono i giudici, «riusciva ad ottenere attraverso reiterate attività corruttive dei cospicui e rilevanti profitti indebiti, in palese violazione dei diritti della libera concorrenza delle gare di appalto. Ciò denota una spiccata inclinazione allo svolgimento dell'attività di impresa in modalità illecita che, rapportate a notevoli profitti maturati, è di ostacolo alla concessione di qualsivoglia beneficio di legge».

PAOLO DI BLASIO
«Si è inserito illecitamente della vicenda amministrativa che garantiva a Ferretti profitti rilevanti ottenendo per sé lauti corrispettivi economici».

ALFONSO DI COLA
«Ha agito illecitamente per favorire i rilevanti interessi di Ferretti».

ROLANDO CANALE
«Rivestiva un ruolo di rilievo nella struttura amministrativa ed aveva specifiche competenze tecniche che lo ponevano come soggetto di riferimento per l'azione amministrativa dell'ente territoriale. L'imputato non aveva remore a piegare le proprie capacità e la propria funzione per garantire interessi patrimoniali di rilievo in favore di privati».

GUGLIELMO DI FEBO
Con lui i giudici sono più teneri e benché non giudicano lieve l'entità del profitto percepito «non è certamente di particolare rilievo» l’accusa mossagli e per questo può essere irrogata «una sanzione nei limiti del minimo vitale».

ATTILIO VALLESCURA
«Piegava la propria funzione di assessore per ottenere vantaggi illeciti per garantire interessi di Blasiotti». I giudici parlano di una azione programmata ed articolata che si è protratta per un lungo arco temporale. «L'imputato ha mostrato una spiccata capacità di piegare in maniera illecita gli strumenti amministrativi per garantire interessi privati».

MICHELE BLASIOTTI
«Dirige la propria attività corruttiva per ottenere un ingente profitto economico ed aveva l'obiettivo di ottenere il raddoppio della cubatura edificabile di un proprio stabile»

Fabrizio D'Addazio, Marco Savini, Simonetta Giansante, Andrea Diodoro concorrevano insieme a Cantagallo e Canale per la emissione di un atto amministrativo che andava a garantire in capo al privato un'evidente rilevante profitto economico. «Gli imputati permettevano la realizzazione di una struttura edilizia di notevoli dimensioni che, tenuto conto del valore commerciale degli immobili della zona, permetteva al privato un'evidente rilevante incremento patrimoniale».
Angiolo Barneschi, direttore di banca e soggetto estraneo alla struttura del Comune «si trova ad agire illecitamente per garantire gli interessi di Cantagallo. Il collegio tuttavia concede le circostanze attenuanti generiche».

IL PINT
Tutti i capi di imputazione che ipotizzano un uso illegittimo del Pint (programma integrato di intervento) cadono in primo luogo perché non vi sono violazioni di norme amministrative e urbanistiche e per questo –mancando l’illecito- non può esservi l’ipotizzata corruzione degli amministratori.
Le accuse muovono intorno alla riparazione del tetto del Palaroma crollato dopo una nevicata.
«Deve pertanto ritenersi legittimo l'inserimento dell'esecuzione di lavori di urbanizzazione anche non funzionali alle opere edili permesse ai privati perché si intende perseguire comunque l'interesse pubblico generale», hanno scritto i giudici.
Dunque hanno fatto bene gli amministratori di Montesilvano ad inserire tra i lavori anche la ristrutturazione del Palaroma vista l'urgenza e l'imprevedibilità dell'evento «il tutto senza far gravare i relativi costi sulla collettività ma garantendo la parte privata in corrispettivo un premi di cubatura ed uno scomputo degli oneri concessori».
Stabilita la regolarità amministrativa della procedura sopra descritta si ritiene che «nessun elemento di prova permette di affermare che l'assegno di € 6288 sia stato consegnato da Mario Loco ad Attilio Vallescura all'epoca assessore comunale per incidere sull'adozione di atti amministrativi».
È documentalmente provato che Loco aveva emesso il titolo di credito in favore di Vallescura che svolgeva attività tecnica professionale, circostanza attestata dal teste Fiorangelo Iezzi.
Per questo secondo i giudici la dazione non è corruzione ma prestazione professionale lecita.

LA VICENDA DEL PUE
anche la vicenda del Pue secondo il collegio deve ritenersi regolare a tutti gli effetti è così deve escludersi che l'autorizzazione concessa alla società Alet srl di trasferire il diritto di realizzare la volumetria dall'area F/4 al quadrante Q3 sia in contrasto con la previsione delle norme.
Dunque anche questo accordo di programma tra Comune e la società deve ritenersi legittimo.
Attestata dunque la piena regolarità di tutta la procedura amministrativa «deve escludersi che la stessa sia frutto dell'accordo corruttivo per l'emissione degli atti amministrativi illegittimi»
Anche perché non risulta provato che Chiavaroli abbia erogato in favore di Attilio Vallescura ingenti compensi in nero diretti ad ottenere da parte di questi l'interessamento per l’emissione di atti amministrativi in suo favore.
Nel capo d'imputazione -rilevano i giudici- i presunti «compensi in nero vengono indicati in maniera solamente generica». Inoltre nel dibattimento è emerso come lo stesso Chiavaroli già negli anni 90 era solito avvalersi dello studio tecnico dei fratelli Vallescura per una serie di attività contabilizzate fatturate.

IL BOX CHE DIVENTA PALAZZO
La vicenda è quella del box da cantiere condonato e dal quale è sorto un palazzo.
Qui la vicenda si ritiene provata e viziata da una falsa dichiarazione di condono.
Riguardo alle responsabilità dell'ex assessore Vallescura che aveva redatto il progetto i giudici considerano che lo stesso elaborato è stato redatto sulla base della falsa dichiarazione.
Nel 2006 Vallescura presentava un piano di recupero edilizio che non trovava l'avallo dell'istruttore per mancanza degli standard e nel colloquio intercettato tra Canale e Cantagallo «si evidenzia apertamente la illegittimità della proposta del Vallescura».
Altre intercettazioni inchiodano Vallescura alle sue responsabilità. Avrebbe dunque «concorso fattivamente alla redazione della falsa dichiarazione di notorietà per il condono edilizio»
«Può affermarsi che Vallescura», scrivono ancora i giudici, «partecipava moralmente e materialmente alla condotta delittuosa in esame. C'è dunque la sussistenza della penale responsabilità per aver concorso alla formazione della falsa autocertificazione prodotta da Antonella Agnellini nella domanda di condono edilizio».

LA RICOSTRUZIONE DI PALAZZO BALDONI
Sulla ristrutturazione di palazzo Baldoni il Comune approva un progetto per un importo di 5,6 miliardi di lire nel 1993. Successivamente Cantagallo determinò la riduzione dell'importo a 3,5 miliardi nel 2001 e si decise di non dare corso alla primo progetto e di approvare quello presentato dalla coppia Canale – Cirone.
Una scelta chiaramente più economica che aveva visto l'eliminazione delle opere più costose.
È in questo contesto che i due progettisti del Comune vennero pagati dalla ditta incaricata € 35.000 ciascuno.
Lo prevedeva una norma dello Statuto comunale che il collegio dei giudici dice essere prevalente.
Il pm aveva configurato tali pagamenti come possibili dazioni corruttive ma il pagamento in questi termini era una prassi consolidata confermata anche da alcuni testi giudicati attendibili dello stesso pubblico ministero.
«La legittimità della procedura seguita dagli amministratori del Comune nella scelta nella liquidazione delle competenze di Cirone e Canale», scrivono i giudici, «esclude che le somme ricevute possono costituire il pagamento del prezzo della corruzione, peraltro trattandosi di opere pubbliche realizzate direttamente dai privati».
Anche in questo caso secondo i giudici il Comune operò correttamente riguardo alla destinazione degli oneri concessori dovuti dai privati alla realizzazione delle opere di urbanizzazione connesse.
«Alla luce di tali riflessioni, considerata la piena legittimità degli atti amministrativi e l'insussistenza di pagamenti corruttivi deve affermarsi la insussistenza dei fatti di reato in esame».

LE CONFESSIONI DI BRUNO CHIULLI
In questa sentenza le dichiarazioni di Bruno Chiulli -già condannato- assumono una rilevanza particolare.
Secondo i giudici le sue dichiarazioni hanno trovato riscontro nell'esame comparato delle altre emergenze dibattimentali.
I giudici sono convinti che Cantagallo avesse una disponibilità sospetta di denaro di sospetta provenienza illecita.
Così anche la famosa polizza vita intestata alla madre, era da ricondurre all'ex sindaco «poiché lo stesso aveva chiesto al direttore della filiale dell'istituto di credito, Angiolo Barneschi di effettuare operazioni economiche non tracciabili: solo la natura illecita delle somme poteva giustificare un tale modus operandi, né è sostenibile come riferito dalla parte imputata che la richiesta era diretta ad evitare azioni sul denaro da parte della ex moglie atteso che la polizza veniva intestata a Maria Chiola (madre di Cantagallo) che in conseguenza non era aggredibile».
I giudici poi fanno notare che l'operazione economica bancaria veniva effettuata in maniera da celare le generalità del soggetto beneficiario.
«Solo la particolare abilità investigativa e l'intuito del personale di polizia giudiziaria», si legge nella sentenza, «hanno permesso di individuare la generalità del soggetto che aveva effettuato l'investimento».
Su questo capo l'assunto difensivo viene giudicato debole e insussistente per cui i giudici non hanno creduto che l'investimento in Irlanda dell’ex sindaco fosse costituito dai risparmi della madre.
E questo perché secondo i calcoli effettuati la madre dell'ex sindaco -che aveva un'attività di coltivazione di fiori- poteva al massimo avere un guadagno annuale tra i 20 e i 30 milioni.
I giudici non hanno nemmeno creduto alla vendita del pianoforte di Cantagallo allo stesso Chiulli, tesi difensiva che cercava di dimostrare così il possesso degli assegni dell'imprenditore nelle mani del sindaco.
La vendita però è simulata.
Il dibattimento ha così dimostrato che subito dopo la perquisizione subita da Chiulli nel 2004, Cantagallo aveva concordato con questi la vendita simulata del pianoforte per dare giustificazione agli assegni.
La ulteriore illegittimità degli atti amministrativi è data anche dal fatto che gli incarichi all'impresa erano stati concessi senza il rispetto della regola dell'evidenza pubblica cioè direttamente.
«Nessun dubbio sussiste sulla penale responsabilità di Enzo Cantagallo dell'imputazione che però deve dichiararsi estinta per prescrizione delle condotte corruttive in relazione dazioni di denaro avvenuta in epoca antecedente al 20 aprile 2005».

Alessandro Biancardi

*** SENTENZA CICLONE INGRANDISCI