RISARCIMENTO DANNI

La Asl di Chieti condannata a risarcire gli infermieri contaminati

Preparavano i farmaci antitumorali, ma la cappa aspirante era rotta

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Simona Torelli

Simona Torelli

CHIETI. La Asl di Chieti è stata condannata a risarcire sei infermieri che nel 2007 erano stati “contaminati” durante la preparazione dei farmaci antitumorali.





Il danno psichico riconosciuto – si legge in sentenza – «non è stato momentaneo, ma è fondato su una situazione lavorativa disagiata protratta per mesi o anni, cui si aggiungono gli intimi e non aleatori timori per la propria salute futura».
 All’ospedale di Chieti, nella sala dedicata a queste preparazioni dei farmaci antitumorali, si era infatti rotta la cappa a flusso verticale che aspira le sostanze nocive liberate durante il processo di lavorazione delle sostanze farmacologiche antiblastiche. Il che non aveva assicurato la prevenzione di possibili intossicazioni ed inoltre il disagio era stato prolungato per il ritardo con cui l’ufficio tecnico della Asl aveva riparato il guasto. La vicenda ha registrato una prima archiviazione in sede penale, con l’annessa sanzione amministrativa prevista in questi casi.
Però non furono riscontrate responsabilità penali da parte di chi aveva utilizzato questi infermieri del reparto di Oncologia senza le opportune cautele ed in presenza di ambienti tecnicamente non idonei. Invece in sede civile il giudice del lavoro Ilaria Prozzo ha sentenziato che i danni esistenziali riportati dagli infermieri sono reali e meritevoli di un risarcimento. La quantificazione in soldi è stata calcolata ai massimi delle tabelle sui risarcimenti perché «la necessità di sottoporsi a costanti controlli periodici e l’angoscia che in qualunque momento possa insorgere una malattia neoplastica condizionano e limitano fortemente in senso negativo l’esistenza» di questi infermieri.
 Di qui un risarcimento che è stato stabilito in circa 20-30 mila euro ad infermiere. La sentenza, esemplare sotto diversi aspetti, accoglie in pieno le conclusioni della perizia affidata al consulente Ildo Polidoro che ha accertato «la diffusa e grave carenza dei fondamentali requisiti igienico sanitari e di sicurezza dei luoghi di lavoro» per la preparazione di questi farmaci. E conferma quanto l’avvocato Simona Torelli aveva evidenziato nel ricorso presentato contro la Asl, che peraltro è stata condannata anche al pagamento delle spese: infatti «ha resistito nel presente giudizio – scrive il giudice – senza mai formulare alcuna concreta proposta conciliativa».
 In pratica – scriveva l’avv. Torelli, ricostruendo le modalità attraverso cui c’era stata la contaminazione  – gli infermieri avevano «riportato danni all’integrità psico-fisica per effetto dell’esposizione a sostanze tossiche, verificatasi a causa di un parziale distacco del tubo di aspirazione dell’aria nella sala di preparazione dei farmaci antiblastici. Il che aveva provocato la mancata espulsione dei flussi e la contaminazione dell’ambiente di lavoro».
 In sostanza il legale degli infermieri è riuscito a dimostrare il nesso di causalità e di temporalità tra l’incidente in sala di preparazione e i valori altissimi di sostanze citotossiche nel sangue dei contaminati, mentre la Asl – aggiunge poi il Ctu - non aveva osservato tutte le misure per tutelare l’integrità dei dipendenti. Il che è tanto più grave visto che l’International Agency for research on cancer certifica che «numerosi farmaci antiblastici sono stati classificati come sostanze cancerogene per l’uomo e la  contaminazione aumenta il tasso di abortività e la frequenza di alterazioni cromosomiche dei linfociti periferici».
 Oltre a provocare – come si legge nella perizia – alterazioni ematologiche e manifestazioni allergiche.


Sebastiano Calella