GIUSTIZIA E POLITICA

Abruzzo/Concorso Dezio, valanga di assoluzioni. In arrivo altre buone notizie per D’Alfonso

Mare Monti e accordi di programma: l’ex sindaco col fiato sospeso

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Dezio e D'Alfonso

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PESCARA. C’è un’altra assoluzione, questa volta da parte della Corte d’Appello de L’Aquila, nella vicenda del concorso di Guido Dezio al Comune di Pescara.
Si tratta di quella del funzionario Giuseppe D’Urbano, già segretario dell’Ufficio di presidenza della Regione, che il gup di Pescara aveva condannato a dieci mesi per falsità ideologica e per falso in qualità di firmatario del parere che Dezio aveva utilizzato per superare il concorso al Comune di Pescara.
Si tratta di quella certificazione che attestava le mansioni equiparate a quelle di dirigente pur avendo invece svolto attività nel gruppo politico consiliare della Margherita.
La Corte ha assolto D’Urbano perché «il fatto non sussiste» in relazione alla falsità ideologica. Inoltre non costituisce reato l’aver indicato Pescara e non L’Aquila come sede del documento oggetto della condanna.
Il certificato aveva costituito il perno amministrativo per costruire il castello di titoli idonei a Dezio per superare la selezione pubblica e farlo arrivare primo in graduatoria. Insomma l’appello ha accolto le contestazioni degli avvocati Gianfranco Iadecola e Nicola Lotti che avevano criticato quelli che veniva indicati come «errori e travisamenti» nella condanna decisa a suo tempo dal Gup di Pescara.
«In realtà», spiega lo stesso D’Urbano, «è stata accolta la tesi che non sussiste la falsità ideologica perché Dezio ha chiesto un certificato ed io ho risposto con una lettera in cui argomentavo dell’equiparazione tra il suo lavoro da dirigente presso un Gruppo consiliare e quello da dirigente presso la Regione, secondo quanto riportava una sentenza della Corte costituzionale su una vicenda analoga in Lombardia. Mi fa piacere che sia stata accertata e certificata la mia correttezza».
«D’altra parte che quel parere di D’Urbano fosse corretto lo aveva peraltro riconosciuto un altro Gup», si legge nel ricorso in appello, «in una sentenza a carico dei membri della commissione esaminatrice del concorso per dirigente comunale, vinto da Dezio. I quali commissari, sebbene non siano stati ritenuti responsabili, “con un minimo di diligenza…avrebbero dovuto ben distinguere quanto dichiarato da quanto effettivamente risultante (poiché il parere del Dott. D’Urbano lo indicava chiaramente)’’».
Infatti il parere chiariva soltanto il tipo di lavoro svolto da Dezio e non aveva alcuna velleità certificativa, che è quella che ha fatto scattare i dieci mesi di condanna.

INCHIESTA, ERRORI E TEMPO PERSO
La vicenda da cui è nata l’inchiesta riguarda il concorso da dirigente molto chiacchierato che destò polemiche e contrasti poiché Dezio era componente e mandatario elettorale del sindaco Luciano D’Alfonso. Scattarono esposti e le inchieste che durarono un paio di anni e poi le prime sentenze non esattamente concordanti tra loro.
L’iter giudiziario di questa vicenda, infatti, parla di una condanna in primo grado per Guido Dezio, il vincitore del concorso, e del dirigente D’Urbano. Nella stessa udienza davanti al gup tuttavia vennero assolti i tre componenti della commissione d'esame Vincenzo Montillo, ex segretario generale del Comune, e gli avvocati Paola Di Marco e Carlo Montanino. Come dire Dezio ha vinto il concorso ma ha barato sui documenti mentre la procedura concorsuale è stata corretta.
Poi è arrivata la condanna per il sindaco Luciano D’Alfonso per abuso d’ufficio a 4 mesi. Come dire che l’ex sindaco aveva un po’ “calcato la mano”.
In appello tuttavia si sono già registrate le assoluzioni con formula piena per Dezio e D’Urbano mentre il pronunciamento per D’Alfonso non arriverà per l’intercorsa prescrizione giunta nel frattempo.
A rigor di logica (ma la giustizia non è la matematica) cadute le accuse per tutti gli altri protagonisti di questa vicenda sarebbe potuta arrivare anche l’assoluzione piena per D’Alfonso.
A conti fatti dunque anche questa vicenda giudiziaria si è rivelata un pasticcio di procura e tribunale che ha prodotto prima indagini, quantomeno dubbie, e poi sentenze che sono state cassate sancendo l’inesistenza di rilievi penali sulla vicenda.

MARE MONTI: ARCHIVIAZIONI IN VISTA PER D’ALFONSO
Dopo la sentenza “storica” dell’assoluzione totale e senza eccezioni sull’inchiesta Housework che continuerà a pesare come un macigno almeno fino alle motivazioni, D’Alfonso si è lanciato in una campagna elettorale in anticipo di almeno un anno accolto da ovazioni e bagno di folla in giro per la regione.
Le acclamazioni sono destinate con molta probabilità ad aumentare anche in vista dei prossimi appuntamenti giudiziari che ancora impegnano D’Alfonso. Martedì prossimo infatti davanti al gup di Pescara finisce ancora una volta il fascicolo delle indagini sulla Mare-Monti, altra inchiesta del pm Gennaro Varone che portò all’arresto dell’architetto Carlo Strassil per l’incompiuta opera stradale ed i vantaggi presunti arrecati alla impresa Toto spa.
In questo processo Luciano D’Alfonso viene indicato come il regista che si muove dietro le quinte per attribuire l’appalto all’amico Toto, il quale viene sorpreso (racconta un testimone) mentre in una riunione alla Provincia (siamo tra il 1999 ed il 2000) discuteva con i tecnici dell’Ente il progetto da appaltare.
Nella vasta inchiesta sono finite molte intercettazioni e documenti che hanno allargato l’orizzonte arrivando a lambire quella presunta “cricca” resa famosa da altre inchieste nazionali. La stessa inchiesta ha prodotto un altro filone che ha portato ad un secondo arresto per Strassil nell’ambito della ricostruzione aquilana post terremoto delle scuole.
Mentre le prove a carico dei principali indagati (tra cui ancora Toto) sembrano far prevedere un prossimo rinvio a giudizio, le prove a carico di D’Alfonso sembrano ancora una volta deboli. Dunque si può ipotizzare una decisione favorevole per l’ex sindaco che con buona probabilità uscirà di scena. In caso contrario la prescrizione farà il resto anche perché questa inchiesta rischia di finire al tribunale di Roma per competenze e questo farà trascorrere altro tempo utile anche per gli altri indagati.

LE TANGENTI DI SERIE B: GLI ACCORDI DI PROGRAMMA
Più in là c’è l’ultima grande inchiesta sul “sistema D’Alfonso” con la vecchia inchiesta sugli accordi di programma e le “tangenti di serie B”. Una inchiesta iniziata nel 2006 dal pm Aldo Aceto e poi ereditata dal pm Varone, in parte confluita nel processo Housework e rimasta indietro, rallentata e trascurata.
L'indagine contestava al primo cittadino l'ipotesi di reato di abuso d'ufficio in relazione ad una serie di accordi di programma (circa 24), si sarebbero dovuti stipulare con una serie di imprenditori in diverse zone della città e che prevedevano una quota di cessione a favore del Comune.
La gran parte di questi accordi, tuttavia, non sarebbe giunta a termine e non si sarebbe conclusa così da non poter configurare nemmeno l'ipotetico reato ascritto. L'accusa più grave dunque potrebbe cadere e potrebbero rimanere in piedi solo alcuni reati minori. Anche in questa inchiesta vi sono molte intercettazioni che dipingono un quadro di commistione tra consiglieri comunali (alcuni dei quali ancora in carica) e imprenditori del mattone.
Mentre il coinvolgimento di altri indagati sembra più ampio le accuse mosse nei confronti dell’ex sindaco sembrano ancora una volta marginali e poco convincenti. Arriverà un’altra assoluzione anche qui?

Alessandro Biancardi