LA SENTENZA

Abruzzo/Processo Housework, D'Alfonso assolto: nemmeno una prova

Sentenza che farà discutere e che bisognerà analizzare motivazioni alla mano

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Abruzzo/Processo Housework, D'Alfonso assolto: nemmeno una prova

PESCARA. Netta, radicale, estrema, senza sfumature, univoca, uniforme. La sentenza di assoluzione per tutti i 24 imputati firmata dal collegio presieduto da Antonella Di Carlo con i giudici Colantonio e Di Geronimo è schiacciante.

E' una specie di vittoria per ko che non lascia spazio a commenti diversi se non: tutti innocenti, tutto sbagliato da parte della procura.
Le posizioni del resto tra accusa e difesa sono sempre state diametralmente opposte e distanti senza nemmeno un punto di contatto. In molti alla vigilia ipotizzavano comunque una condanna anche se per pochi capi di imputazione che sono quasi 30, cioè 30 contestazioni e reati che il tribunale di primo grado non ha ritenuto tali o perchè il fatto non sussiste, o per mancanza di prove e in pochissimi casi perchè è intervenuta la prescrizione.
Dal punto di vista tecnico lo scarno dispositivo non consente di capire il perchè i giudici abbiano deciso di colpire e affondare in maniera così decisa l'intero impianto accusatorio: di sicuro tra 90 giorni, con le motivazioni, sarà tutto più chiaro.
Per gli imputati si tratta di una vittoria storica che ha già ricadute non trascurabili sulla vita della regione e forse dell'Italia...
La vita politica di D'Alfonso può dunque continuare e potrà recuperare in fretta il tempo perduto potendo a questo punto mirare alle più alte vette.
Per la procura si tratta viceversa di una batosta senza precedenti che sconfessa l'operato del pm Gennaro Varone in maniera netta. Si può, infatti, affermare che tra le oltre 50mila pagine di documenti prodotti e nei 50 faldoni di carte dell’inchiesta avviata dal 2006 non c'era nemmeno una prova utile a confermare illeciti che oggi per la giustizia italiana non sono mai avvenuti.
Cosa l'accusa abbia sbagliato è presto per dirlo e a questo punto è più che certo un appello che potrebbe ribaltare il verdetto in secondo grado anche se sarà necessario prendere atto delle valutazioni del collegio per valutarne la fondatezza.

IL TRIBUNALE RENDE GIUSTIZIA ALLA GRANDEZZA DI LUCIANO D’ALFONSO
Persino dopo gli arresti il calore della gente si è manifestato sugellando -già nel lontano 2008- la "grandezza di Luciano D'Alfonso", "big Luciano" oggi molto più "big". Più che l'accusa è però il tribunale di Pescara a sancire la grandezza dell'uomo politico e la sua sconfinata perizia e abilità politica.
L'inchiesta, seppure imponente, si è fermata a singoli episodi contestando con le carte i presunti illeciti. A tratti è sembrato di assistere ad un processo di un sindaco qualunque, un amministratore inciampato nella giustizia come tanti.
Durante il processo i quattrocento -forse più testimoni- hanno rappresentato al collegio una verità di volta in volta spezzettata mancando un vero momento di raccordo che illustrasse in maniera omogenea la figura del sindaco "più amato di Pescara". La potenza di D'Alfonso, il suo infinito carisma politico non sono mai emersi in questo processo anche se la procura ha tentato, non riuscendoci, di accusarlo di manovrare dirigenti e accoliti pronti a fare qualunque cosa pur di non dispiacere il presunto capo della associazione a delinquere che oggi il tribunale dice non essere mai esistita.
Difficile anche spiegare questa sentenza alla luce di altri pronunciamenti per esempio del gip diametralmente opposti.

I VIAGGI PER AMICIZIA, I SOLDI DELLA ZIA, LA VILLA ED IL CONTOCORRENTE IMMOBILE
Alla luce di questa sentenza si devono per forza di cose tirare conseguenze, se non altro per logica.
Lasciando da parte tutte quelle accuse che erano viste in maniera opposta da pm e difesa, in questo processo ci sono fatti che al di là di tutto sono certezze, perchè ammesse dalle parti in cause.
Per esempio i viaggi da vent’anni a questa parte e le vacanze pagate dall’imprenditore Toto a D’Alfonso, per i giudici non c’è corruzione nemmeno se poi Toto rischia di vincere in solitudine l’appalto per l’area di risulta al quale poi rinuncia. Non è prova di corruzione o di entrate illecite nemmeno il fatto che uno dei politici più potenti non utilizzasse il proprio conto corrente per sostenere la famiglia, nessun prelevamento dai conti della moglie dalle carte di credito per anni, nulla di nulla. Come viveva D’Alfonso lo ha spiegato lui stesso in aula: grazie agli aiuti della zia e dei genitori.
Nonostante gli aiuti D’Alfonso è riuscito a costruirsi una villa il cui valore non è stato chiarito in aula (oscillando dai 250 mila euro fino a 700 mila euro) costruito dalla ditta che poi riceverà appalti dal Comune. Anche in questo caso il tribunale ha sancito che non può parlarsi di corruzione. Così come le accuse per Dezio per la vicenda del bar del tribunale o di aver intascato tangenti.
La lista Dezio? Non sappiamo come è stata giudicata dai giudici di sicuro non può essere una lista di tangenti.

NEMMENO UNA PROVA
Nemmeno una prova dunque. Di certo, però, si può dire che nel processo è emerso il divario tra il fuoco incrociato dei 24 difensori contro il pm, quasi solo contro tutti a controbattere alle picconate in una inchiesta vastissima e impossibile da possedere completamente per chiunque.
Un aspetto emerso nel dibattimento è che l'inchiesta è stata concepita per settori, quasi a "compartimenti stagni", cioè ogni singolo fatto è stato trattato a se stante, mancando spesso una visione d’insieme e una ricostruzione storica del momento in cui i fatti accadevano.
Questo ha fatto emergere fin da subito la carenza dell'accusa sul capo di imputazione più importante: l'associazione a delinquere. Ogni fatto, ogni tessera del mosaico sono sembrati isolati e autonomi così che il puzzle è risultato sconnesso o mancante di parti fondamentali per legare le varie contestazioni insieme nella associazione a delinquere.
Del resto anche nel Ciclone proprio l'associazione a delinquere è caduta insieme alla maggior parte dei capi di imputazione, forse per le medesime ragioni.
I difensori hanno più volte contestato la mancanza di prove e hanno più volte detto che proprio l'associazione era un reato messo lì per fare scena non essendoci materiale che inchiodasse i presunti appartenenti. Era emerso chiaramente che per diversi imputati, pure accusati di associazione a delinquere, non ci fosse una sola carta che provasse il loro coinvolgimento.
E forse anche nella genesi del processo e delle indagini l'associazione a delinquere è stata la conseguenza e non il punto di partenza, come se la procura avesse scoperto prima i vari fatti e ne abbia dedotto la associazione a delinquere. Il pm solo nella sua requisitoria ha tentato di collegare -ma solo logicamente e senza prove- una regia finale e cumulativa di D’Alfonso ma evidentemente non è bastato.
Anche il reato di corruzione probabilmente è caduto perchè i giudici, anche in questo caso, hanno creduto alla tesi dei difensori.
In molti casi la corruzione veniva contestata a D'Alfonso perchè attraverso atti, ipotizzati viziati, redatti da dirigenti, l'ex primo cittadino si sarebbe arricchito.
Una corruzione contestata ad un pubblico ufficiale (D'Alfonso) che non è quello che firma l'atto: un salto non solo logico, tra l'altro senza provare il diretto legame corruttivo tra il dirigente e D'Alfonso.
Anche sostenere, da parte dell’accusa, che il dirigente avesse firmato atti viziati senza ottenere nulla in cambio è stata una ricostruzione umanamente difficile da digerire. Ma spesso proprio queste tessere sono risultate mancanti.

NIENTE INTERCETTAZIONI
Un’altra enorme differenza rispetto al processo Ciclone è costituita dalla quasi totale assenza di intercettazioni.
L'accusa ha preferito portare solo documenti peraltro sempre formalmente impeccabili facendo a meno di tutto quell’universo di informazioni che le intercettazioni avrebbero potuto fornire. In definitiva si è parlato di farraginose procedure amministrative e si è tentato di provare che queste fossero illecite con le stesse carte ed in più di una occasione la strategia è stata annientata dalle difese che hanno potuto agevolmente dimostrare come «le carte fossero a posto» formalmente e che procedure, forma e apparenza erano di fatto sempre perfette.

Alessandro Biancardi

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