L'Aquila, la ricostruzione partecipata è un bluff: i cittadini non decidono

Pitari: «le speranze di condizionare le amministrazioni si rivelano infondate»

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

4940

Giusi Pitari

Giusi Pitari


L’AQUILA. Dopo la tragedia che ha distrutto la città dell’Aquila l’Abruzzo poteva trasformarsi nel primo laboratorio sperimentale delle «nuova democrazia».
Una democrazia 2.0 che avrebbe potuto poggiare saldamente le proprie radici sulle macerie dei palazzi crollati il 6 aprile 2009. C’era la possibilità di abolire la distanza tra la casta dei governanti (spesso pseudo) ed i cittadini spogliati della propria città, dei propri spazi vitali e spaventati e addolorati.
Si poteva sperimentare la partecipazione vera dei cittadini alla cosa pubblica e nella fattispecie alla (ri)costruzione della città, alla organizzazione degli spazi, alla predisposizione delle priorità, alla creazione di una città migliore.
Occasioni perdute per cause che si possono variamente desumere e che portano a constatare come alla fine le istituzioni sono “altro” dai cittadini e vogliono continuare ad esserlo. La politica è così distante dalla gente comune e non tollera ancora la partecipazione collaborativa che invece viene vissuta come intrusione e diminuzione di potere.
Peccato. Le istituzioni aquilane dovranno però fare i conti con queste nuove responsabilità nei prossimi anni quando gli stessi Aquilani si troveranno a vivere in una città che non solo non riconosceranno ma che non hanno nemmeno contribuito a costruire.
Il grido d’allarme (soffocato) è lanciato dalla professoressa Giusi Pitari che da quel drammatico aprile ha iniziato a scrivere sul suo blog e su Facebook diventando il centro di riferimento di una gran parte di cittadini “ribelli” alle imposizioni e alle dittature (della protezione civile prima, del commissario poi, degli enti locali infine)
L’associazione Policentrica Onlus, di cui fa parte Pitari cerca di portare avanti, attraverso tutti i possibili canali, un progetto di Urban center, “Una Casa della Città”.
L’associazione si sforza da anni di “contaminare” le scelte amministrative non lamentando al contempo frequenti insuccessi.
Lo scenario della ricostruzione aquilana è però complesso e si avvicendano vorticosamente soggetti e promotori di questo o quel progetto che al massimo viene comunicato con enfasi ai cittadini. Ma rigorosamente a cose fatte.
«Anche per questo», spiega Giusi Pitari, « negli ultimi anni è stata riaffermata con forza la necessità di favorire l’avvio di una nuova stagione di democrazia partecipativa e deliberativa nei processi di trasformazione della città, attraverso la promozione e lo sviluppo di luoghi trasparenti e riconoscibili deputati all’informazione, la comunicazione, la partecipazione agli scenari di trasformazione della città. Tali luoghi dovrebbero costituire un’ opportunità per le autorità di governo locale, utili a sperimentare nuove forme di democrazia partecipativa, non limitata agli aspetti passivi di tipo comunicativo-informativo, ma finalizzata alla costruzione condivisa delle linee guida delle politiche urbane».
Così molte realtà territoriali, associazioni e singoli cittadini continuano a muoversi secondo un comune denominatore: la volontà di decidere sul territorio dove si vive e si vivrà. 


«A L’Aquila la ricostruzione della città assieme al suo territorio appare sempre più come una sfida», spiega Pitari, «troppo spesso, però, le speranze di incidere e di condizionare le amministrazioni si rivelano infondate, perché i meccanismi di partecipazione sono solo consultivi, svuotati di potere decisionale. Quasi che il “condizionamento decisionale” dei cittadini, attraverso modalità sperimentate in altri luoghi, anche italiani, fosse solo ed esclusivamente una modalità di svuotamento dei poteri dell’amministrazione e non invece una ricchezza. Partecipare alle decisioni si è rivelato uno strumento non solo di una nuova democrazia, ma anche e soprattutto una modalità di coinvolgimento e, quindi, responsabilizzazione, dei cui benefici godono le città e i loro abitanti».
L’attivazione di un dibattito costante consentirebbe di stimolare l’interesse diffuso e di far maturare nei cittadini «quella coscienza necessaria a definire il proprio ruolo e a progettare il proprio spazio in modo condiviso».
«Una maggiore cultura urbana», spiega la professoressa, «può consentire al decisore politico di avere una più puntuale percezione delle esigenze e delle aspettative dei cittadini amministrati e se ne arricchirà. Il fine ultimo dovrebbe essere la co-progettazione da parte dei cittadini delle politiche locali attraverso forme di democrazia diretta. E’ un percorso non facile, ma ambizioso, cui non dovrebbe sottrarsi l’amministrazione e neanche il cittadino. Una sorta di circolo virtuoso per avvicinarsi di più ad una modalità di “vivere assieme”».
E’ per questo che la richiesta di una “Casa per la Città” da parte della associazione non è solo una domanda di trasparenza e partecipazione, ma, molto più ambiziosamente, «è un percorso, virtuoso, che aggiunge conoscenza; questa viene messa a disposizione di una città che, nella peculiarità del post-sisma, si ritrova a “ripensarsi”, anche come comunità».
Però «gli incontri che la nostra amministrazione sta svolgendo con i cittadini, non posseggono i fondamenti di una vera partecipazione», fa notare ancora Pitari, «perché questa è soprattutto impegno, studio, progettazione e condivisione. “Partecipare” cioè, ha un doppio significato: prendere parte ad un determinato atto, processo; essere parte di un organismo, di un gruppo, di una comunità».