RICOSTRUZIONI

Terremoto, L’Aquila ricorda le 6mila vittime del 2 febbraio 1703

Viene ricordato come il terremoto della Candelora

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Terremoto, L’Aquila ricorda le 6mila vittime del 2 febbraio 1703



L’AQUILA.  Due febbraio 1703: una violenza scossa di terremoto scuote L'Aquila: sei mila vittime. Negli anni del recente passato - ricorda il giornalista e storico Amedeo Esposito - era una rievocazione, per quanto dolorosa, di uno "spicchio" di storia locale.
Era denominato il terremoto della Candelora che, con il suo devastante fragore, alle 12 di quel giorno, spense la "luce" che evocava la festa della presentazione di Gesu' al Tempio. Erano tantissime quelle fiammelle delle candele accese in ogni chiesa aquilana. In un sol crollo, quello della chiesa di San Domenico, morirono 300 fedeli e si spense con essi la "luce di Maria".
Oggi quel luttuoso avvenimento, da cui derivo' la distruzione della citta' medioevale fin li' giunta, per il numero dei morti sembra essere parte integrante e sentita della tragedia delle 3,32 del 6 aprile 2009, per effetto del distruttivo movimento tellurico che ha polverizzato la "citta' nova" del Settecento nella quale gli aquilani hanno vissuto per 310 anni e vogliono tornare a vivere.
 Cosi' come caparbiamente fecero i superstiti del terremoto del 1703, i quali si diedero una nuova citta' "poggiandola" sulle pietre del Tre-quattrocento, dopo aver chiamato le maestranze lombarde che non risulta avessero "riso" per gli affari, contrariamente a quanto hanno fatto, dopo il recente sisma - osserva Amedeo Esposito - alcuni personaggi del terzo millennio tristemente noti alle cronache del mondo. Che accadde allora? lo riferisce, fra i tanti altri, Anton Ludovico Antinori: «rovinò buona parte della città, e fu veduto in piu' luoghi aprirsi la terra... la terra continuamente esalava puzzolenti vapori, l'acqua nei pozzi cresceva e gorgogliava, gli acquedotti della città rimasero infranti, e per 22 ore la terra si senti' muovere». 


Rimasero sepolti sotto le pietre  seimila persone, fra interno ed esterno alle mura, su un totale di 15 mila abitanti circa.
«Va detto - ricorda lo storico Esposito- che il comprensorio aquilano l'anno precedente (1702) era stato devastato da inondazioni, smottamenti, piogge, straripamento dell'Aterno (che aveva la sua abbondante acqua, oggi riversata entro il lago di Campotosto), e da ultimo da buone nevicate. Sembrava bastevole, come si diceva, per espiare "i molti peccati" che si supponeva avessero commesso soprattutto le classi agiate e dei signori. La povera gente, tantissima in verita', non era neanche considerata in questo quadro espiatorio. Purtroppo, alle due della notte del 14 gennaio del 1703 l'alta valle dell'Aterno fu colpita da una violentissima scossa tellurica che cancello' Montereale, uccidendo 800 dei suoi 900 abitanti (15 morti si ebbero ad Accumuli e 25 a Leonessa). Fu l'inizio della forza distruttiva che si abbatte' nei giorni successivi lungo la stessa vallata, fino a giungere al culmine il 2 febbraio con la profonda distruzione della citta' e dei luoghi, o meglio dei castelli circonvicini, Paganica compresa. Da cui derivo' lo sconvolgimento dell'ordine fisico e morale mai piu' compensato, purtroppo ripresentatosi tal quale 310 anni dopo con la grande e dolorosa diaspora imposta agli aquilani di oggi. Con essa e' stato "rubato il futuro" a tutti i cittadini, che pero' caparbiamente - come i loro antenati - pur tra i tanti ostacoli ideologici d'ogni colore, vanno riprendendosi perche' ai giovani va lasciata la "secolare anima aquilana" fatta di cultura, di umanita' ed anche di fede per chi crede», commenta infine Amedeo Esposito.