COMMERCIO A PICCO

Crisi, a Pescara 700 negozi sfitti. Disoccupazione al 9%

Santori (Confesercenti): «Non siamo il bancomat della Regione»

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

4188

NEGOZI CHIUSI

 


PESCARA. Oggi nella sola Pescara ci sono oltre 700 negozi sfitti.
In tutta la provincia hanno chiuso i battenti definitivamente, nella differenza fra aperture e cessazioni, 446 aziende commerciali, 47 attività turistiche, 136 artigianali.
Il tasso di disoccupazione sfiora il 9 per cento e i consumi sono precipitati di quasi il doppio rispetto al già pesantissimo calo del prodotto interno lordo (-4,6% nel 2012 il calo dei consumi, -2,6% il calo del Pil).
I commercianti continuano a ribadire di non essere il bancomat dello Stato e protestano: «lo siamo diventati anche della Regione, con le addizionali più alte d’Italia, e dei Comuni, che con l’Imu, la Tarsu, i diritti di superficie, i controlli a tappeto pensano di fare cassa sulle spalle di commercianti, artigiani, piccoli imprenditori».
Sono questi gli umori e i numeri della crisi. «Non sono cifre astratte, ma figlie di precise scelte miopi e di errori imperdonabili», ha detto Bruno Santori, presidente di Confesercenti Pescara, che ieri ha parlato in Camera di Commercio a nome di tutte le associazioni provinciali delle piccole e medie imprese.
«Nonostante gli impegni e le promesse, il polo chimico di Bussi resta un ricordo lontano, il distretto metalmeccanico della Valpescara in via di disgregazione, il polo tessile in affanno. E qui, a Pescara, il porto resta la grande cattedrale all’inconcludenza della politica, alla quale solo ora si sta cercando di porre rimedio. Questa è la città con la più alta concentrazione di lavoro terziario d’Abruzzo, è la città che ci piace chiamare dei commerci e delle relazioni, ma è ormai irraggiungibile via mare, via aria, via terra». 


Nelle mappe sui progetti futuri dell’alta velocità, delle ferrovie, dei collegamenti autostradali «c’è il vuoto», ha denunciato Santori. «Ecco perché nel documento che abbiamo predisposto per Pescara, che è il cuore economico pulsante dell’intera regione, diciamo che ci sono alcuni punti strategici sui quali non siamo disposti a cedere. Il porto, infrastruttura decisiva e identitaria, va salvaguardato e potenziato. La zona franca urbana deve diventare una realtà. L’aeroporto non può vivacchiare. E la strategia di sviluppo va ripensata: da presidente di un’associazione del terziario dico che l’avvento della grande distribuzione era inevitabile ed ha introdotto meccanismi nuovi, ma una città ed una provincia che non sanno dare altre risposte alla disoccupazione se non quella di aprire centri commerciali, è una terra povera di idee, che preferisce le scelte del prossimo minuto alle scelte strategiche. Ed oggi sfido chiunque, guardando negli occhi i cittadini, a dire che le scelte di dieci anni fa, quelle di circondare la nostra città – caso unico in Italia, per dimensioni e insaziabilità – di centri commerciali, ha fatto bene alla nostra economia».
Le associazioni di categoria assicura che non si faranno più sconti a chi tornerà a dire in campagna elettorale «che favorirà la piccola impresa e poi andrà a braccetto solo con la grande, utilizzando noi esercenti, commercianti, artigiani, operatori turistici, imprenditori dei servizi, come dei semplici bancomat. Qui, con Rete Imprese, con Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confesercenti e chi ci vorrà essere, troverà un muro. È il momento di rimettere in moto la nostra provincia, partendo dalle 35.397 piccole e medie imprese del Pescarese»