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Gli abruzzesi e la lotta contro la malasanità, due storie

Un deambulatore per la madre malata: due visite ed un no

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Gli abruzzesi e la lotta contro la malasanità, due storie



ABRUZZO. La Sanità è il vanto del presidente (e commissario) Gianni Chiodi.
Non perde occasione per ribadirne i successi da quando è a capo della regione ma la percezione dei cittadini è talvota differente rispetto ai proclami a mezzo stampa.
Raccontiamo due storie, di due lettori che, come tanti, hanno fatto i conti con la malasanità.
Come un nostro lettore, A.C., della provincia di Chieti. Sua mamma, 82 anni ha, tra l'altro, molti problemi alla colonna vertebrale, che la costringono a sottoporsi alla terapia del dolore all'ospedale di Pescara.
«Mia madre», racconta l’uomo, «ha chiesto alla Asl di Lanciano-Chieti-Vasto di ottenere un deambulatore (tramite il Servizio sanitario) per muoversi meglio in casa, viste le difficoltà che ha nel camminare. La Asl, dopo una visita fisiatrica domiciliare che ha confermato la sua gravissima situazione, ha respinto la richiesta, sostenendo che un dispositivo del genere va ricompreso in un progetto riabilitativo. Mi sono quindi attivato per avere un colloquio con la responsabile Asl di quel servizio alla quale ho specificato che mia madre ha dei serissimi problemi e certo non ha bisogno di cicli riabilitativi ma, semplicemente, di un sostegno per muoversi dentro casa. In quella occasione mi è stato spiegato che la riabilitazione sarebbe servita solo per insegnare a mia madre ad utilizzare quell’attrezzo per cui ho presentato una richiesta alla Asl per l'ammissione ad un progetto riabilitativo, per consentire a mia madre un corretto uso del tutore».
 A casa è arrivato un medico per una seconda visita fisiatrica che, ancora una volta, ha confermato la necessità di un aiuto meccanico al movimento e di un ciclo riabilitativo quale guida all’uso dello stesso.
«Ma, ancora una volta», racconta il lettore, «la risposta è stata negativa perché mia madre soffre di malattie croniche e quindi un ciclo riabilitativo non sarebbe servito a nulla! Insomma, per il diniego all'assegnazione di un deambulatore (che costa 50 euro) a una persona che davvero non può camminare, la Asl ha inviato a casa un fisiatra in due diverse occasioni, spendendo chissà quanto, e ovviamente le pratiche burocratiche hanno fatto perdere a tutti (a noi e a loro), un sacco di tempo e soldi. Tutto inutilmente. Morale della favola: ovviamente ho comprato il deambulatore e già mi preparo a vivere un altro stillicidio per ottenere il montascale. Ma resto allibito di fronte a chi si loda di aver ridotto drasticamente la spesa sanitaria in Abruzzo. I conti saranno anche in ordine ma chissà quante persone come mia madre, anziane e meno anziane, sono condannate da questa Regione a soffrire per colpa di un servizio pubblico che fa acqua da tutte le parti. Di certo i malati non vengono aiutati e se non hanno la possibilità di affrontare determinate spese è bene che si arrangino, perché la nostra sanità non può farci nulla».

«ECCO COSA SIGNIFICA MOBILITA’ PASSIVA»
La seconda storia la racconta  M.P.D.G. che spiega: «ho sperimentato sulla mia pelle cosa significhi mobilità passiva e carenza di supporto da parte della Asl».
Per fortuna alla fine ha incontrato sulla sua strada anche «professionisti attenti, seri e preparati».
«La mia odissea», racconta la donna, «inizia il 3 agosto 2011, quando vengo operata all’ospedale di Atri. Tredici giorni dopo, quindi il 20 agosto, a causa di complicazioni verificatesi, si rende necessario il mio trasferimento al nosocomio di Avezzano, dal quale vengo dimessa, dopo aver subito un nuovo intervento, il 7 settembre. Ma i guai non sono finiti. Difatti, sussistendo problemi che gli interventi non hanno risolto, semmai accentuato, sono costretta, il 1 aprile 2012, a rivolgermi al pronto soccorso dell’ospedale di Teramo che dispone il mio ricovero d’urgenza nel reparto di urologia. Ed è qui che, per fortuna, conosco il professor Carlo Vicentini il quale, preso atto della mia situazione, con un quadro clinico preoccupante, e certamente più grave rispetto alla situazione iniziale, interviene con sollecitudine e competenza disponendo una nefrostomia. Superata così l’emergenza, il 23 maggio sempre del 2012 entro per l’ennesima volta, come programmato, in sala operatoria, e vi rimango ben 8 ore, trattandosi di un intervento delicatissimo grazie al quale si riparano, per così dire, i danni causati dai precedenti interventi».
«Questo il volto della mobilità passiva», spiega la lettrice. «Questa la fisionomia della malasanità ma anche di un professionista ripeto serio, attento e preparato quale il professor Vicentini. Leggo spesso di problemi legati alla sanità. E questa volta ho deciso, evitando di tacere, di parlare del mio caso. Uno tra i tanti ma credo emblematico di come in questo nevralgico settore, quello della sanità, vi siano tante ombre ma anche qualche luce».