LE CARTE DELL'INCHIESTA

Appalti truccati a Napoli. Il marchio di fabbrica: «il sistema Finmeccanica»

Una holding di nome e di fatto che mirava ad una «dipendenza tecnologica» e al monopolio assoluto

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Carlo Gualdaroni

Carlo Gualdaroni

NAPOLI. Esisterebbe un «sistema Finmeccanica», una sorta di «marchio di fabbrica» che condiziona, con la complicità di funzionari pubblici corrotti, la «gestione di tutte le fasi» relative ad appalti ad evidenza pubblica.
Dalle carte dell'inchiesta sul Centro elettronico nazionale (Cen) della Polizia a Napoli arriva un altro pesante colpo per una delle principali aziende italiane, un colosso con interessi in tutto il mondo, 73mila addetti e ricavi per 18mila milioni. Ma soprattutto, scrive il Gip Cladia Picciotti nelle 400 pagine con cui motiva la custodia cautelare per manager del gruppo e funzionari pubblici, emerge una realtà che va ben oltre l'ambito locale se è vero che vi è il «pieno inserimento degli uomini del gruppo Finmeccanica in un più ampio sistema corruttivo che evidentemente impera nel campo degli appalti pubblici in materia di sicurezza sull'intero territorio nazionale» e che può contare su «efficaci e convincenti argomenti persuasivi, quelli fondati sulla 'carta moneta'».
In sostanza, stando a quanto si legge nell'ordinanza, Finmeccanica è un'azienda capace di «relazionarsi costantemente e indifferentemente con qualsiasi pubblico ufficiale addetto allo specifico appalto o che su di esso può incidere in forza dell'alto ruolo istituzionale ricoperto, sia a livello di amministrazione centrale che periferica, disponendo di vere e proprie 'squadre' operative che intervengono di volta in volta insinuandosi nei più delicati gangli degli uffici preposti alle gare».
La "pistola fumante" che mette a nudo il sistema, sostiene il giudice, è una fattura del 30 gennaio 2008: la Elsag Datamat, società della holding, investe 700mila euro «per una gara che sarebbe partita ben oltre un anno dopo», quella appunto per il Cen della Polizia a Napoli, «di cui formalmente non avrebbe dovuto conoscere nulla ed alla quale, soprattutto, non avrebbe potuto immaginare di essere invitata».
Ci sarebbe dunque un «progetto criminoso unitario» da parte di Finmeccanica, che si avvale«sempre dello stesso metodo» e che i pm descrivono così: «uomini del gruppo, attraverso sistematici interventi, dapprima nella fase preliminare della formazione dei documenti di gara (capitolati e appalti) e, successivamente, anche nella fase dell'aggiudicazione, hanno pilotato gli appalti in favore delle imprese riconducibili alla holding».

CARLO GUALDARONI A TELESPAZIO
Nell'ipotesi accusatoria però, i due manager arrestati - l'ex ad di Elsag ora a Telespazio Carlo Gualdaroni e l'ad di Electron e consigliere di Elsag Francesco Subbioni - sono il «fulcro centrale» di un metodo «spregiudicato e penalmente illecito».
Ma non sono i soli: nell'ordinanza si legge che l'allora grande capo Pierfrancesco Guarguaglini, nel pieno della bufera scatenata dall'indagine sulla P4, «aveva dettato a tutti i quindici amministratori delegati delle principali società controllate la linea difensiva da tenere in prospettiva di future accuse».
L'obiettivo dell'azienda è chiarissimo, secondo gli inquirenti, a Napoli come nel resto d'Italia: «imporre alla P.A. un know how esclusivo tale da creare una sorta di 'dipendenza tecnologica' che anche per il futuro avrebbe vincolato l'assegnazione degli appalti nel medesimo settore».
Ciascuna gara manipolata a Napoli, dunque, non era altro che «una tessera in più di un mosaico» che avrebbe garantito alle aziende della holding una «posizione monopolistica».

«SPACCATO INQUIETANTE E PROMISCUO»
Ecco perché, scrive il giudice, ci si trova di fronte ad una «pluralità di condotte criminose lucidamente pianificate e tenacemente organizzate, che hanno arrecato un gravissimo danno all'erario, un vulnus irreparabile alla libertà d'iniziativa economica e imprenditoriale e lo stravolgimento di tutti i principi posti a presidio del buon andamento, imparzialità e trasparenza della P.A».
Condotte che non risparmiano le controllate e i loro apparati societari, che non hanno mai posto «alcuna forma di resistenza» all'operato dei manager e, «al contrario possono ragionevolmente ritenersi complici nella realizzazione di scopi illeciti».
E' soprattutto per questo che il Gip ha disposto il sequestro preventivo di oltre 47 milioni della Elsag Datamat (37 relativi all'appalto del Cen e 10 all'appalto per la videosorveglianza nel comune di Napoli) e di 6,2 milioni della Electron (relativi alla videosorveglianza nella provincia). La conclusione a cui arriva il giudice è quella di uno «spaccato davvero inquietante dove è evidente la promiscuità tra controllori e controllati» e dove «vengono abbattuti gli argini a garanzia del buon andamento e dell'interesse pubblico rispetto alle logiche privatistiche». Senza voler contare la beffa: il sistema di videosorveglianza a Napoli non funziona; il Cen è tutt'ora non operativo.
«Siamo di fronte ad un quadro sconfortante - annota il gip - in cui sono stati buttati al vento e sperperati milioni di fondi pubblici».