PROCESSO HOUSEWORK

Difese Toto: «Su area di risulta e corruzione accuse illogiche e non provate»

In aula gli interventi seguiti con attenzione di Augusto La Morgia e Franco Coppi

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La Morgia e Franco Coppi

La Morgia e Coppi

PESCARA. Tra un complimento e l’altro per «l’arguzia», «la perizia», «l’acume», «gli sforzi logici» del pubblico ministero, sono andate in scena questa mattina le repliche degli avvocati di Carlo e Alfonso Toto.
Il processo è quello per le presunte tangenti al Comune di Pescara che conta indagati eccellenti, tra i quali anche l’ex sindaco Luciano d’Alfonso che come ogni udienza ha assistito con estrema attenzione ai soliloqui consuntivi dei difensori. Il processo è al termine e la sentenza è prevista per febbraio. Se incongruenze, sviste, errori nelle indagini e nella impostazione del processo vi sono state, allora è possibile che siano proprio quelle illustrate oggi con perizia non comune dai due avvocati: Augusto La Morgia e Franco Coppi.
La loro è stata una esposizione piana, pacata, precisa e per in alcuni aspetti convincenti ed hanno illustrato in maniera semplice e comprensibile, anche ai non addetti ai lavori, ragionamenti e tesi opposte a quelle del pm Gennaro Varone che ha preso appunti, come suo solito, per le controrepliche.
Oggetto delle difese sono stati i capi di imputazione riferiti ai due imprenditori Alfonso Toto (corruzione per la presenza del nome nella presunta lista Dezio) e Carlo Toto per la gara d’appalto per l’area di risulta (corruzione e turbativa d’asta) .
I due avvocati hanno chiesto l’assoluzione con formula piena per i loro assistiti.

«CARLO TOTO: SOLO UNA MAIL»
L’avvocato La Morgia ha innanzitutto precisato come non vi siano prove e tracce che possano legare i presunti illeciti a Carlo Toto che «non ha mai fatto parte del Cda della Toto spa ma è solo stato presidente di AirOne, occupandosi di altre cose». La Toto spa è la ditta che ha poi partecipato alla gara per l’area di risulta. Il difensore ha potuto individuare nei numerosi fascicoli che compongono le indagini solo un atto che in qualche modo conduce a Carlo Toto: si tratta di una mail interna al gruppo, sequestrata dalla polizia, nella quale Alfonso Toto rispondendo ad un dirigente circa l’offerta alla gara dell’area di risulta invita l’interlocutore a «condividere i dati con il capo». Per “capo” la procura ha inteso fosse Carlo Toto mentre per La Morgia la deduzione non è affatto scontata potendosi trattare per esempio del presidente del cda che è l’ingegner Ramadori. Ad ogni modo non vi sarebbe alcuna prova che poi «ammesso che si trattasse proprio di Carlo Toto, questi abbia avuto conoscenza dei dati dell’offerta da fare alla gara. Anche volendo il fatto che Toto conoscesse l’offerta non può essere la prova che egli conoscesse anche tutto quanto viene contestato dal pm».

«TOTO NON SI E’ MAI OPPOSTO ALLE SENTENZE SFAVOREVOLI DEL TAR»
Un altro punto condiviso dai due legali La Morgia e Coppi è stato quello logico –fattuale che la Toto spa non si è mai opposta né costituita nei ricorsi al Tar a cui si sono rivolti l’onorevole Delfino e l’associazione Codici. Nemmeno in sede di appello «questo perché ci si era resi conto che l’offerta era migliorativa per il Comune a tal punto che era diventata in realtà troppo gravosa per l’azienda che non avrebbe avuto utili sufficienti. Per questo Toto voleva uscire e non aveva più interesse a continuare».

«LEOMBRONI SAPEVA PERCHE’ AVEVA PREDISPOSTO IL PRIMO BANDO»
I difensori hanno poi illustrato e cercato di smontare la «prova cardine» dell’accusa della presunta gara truccata dell’area di risulta: il documento trovato nel pc dell’ex dirigente Giampiero Leombroni. Quest’ultimo ritornò alla Toto spa dopo l’esperienza proprio in Comune. I difensori hanno spiegato che il file trovato nei pc di Leombroni che la procura assume «uguali al bando e dunque in possesso di informazioni preferenziali» in realtà non sia affatto uguale all’offerta economica del bando ma che di uguale ha solo i «costi fissi, cioè quelli che Leombroni conosceva perché aveva predisposto il primo bando di gara e sapeva che quei costi non potevano cambiare in poco tempo. Il resto delle cifre non sono affatto uguali».

«I 600 POSTI AUTO E L’INFORMAZIONE CONOSCIUTA SOLTANTO DA TOTO»
La procura nel suo teorema sostiene che tra bando e lettera di invito alle ditte vi fosse una discordanza tale da poter ingenerare una disparità di trattamento e favorire di fatto Toto che conosceva il bando e, dunque, sapeva che il vero guadagno della gara era dato dalla gestione dei parcheggi che erano molti di più di quelli segnalati nel capitolato.
Gli avvocati hanno però contestato questa tesi dimostrando che il Comune avesse messo a disposizione delle ditte partecipanti molti più documenti di quelli che la legge prescrive come obbligatori. Anche sulla presunta difficoltà di comprensione delle carte La Morgia è stato chiaro: «quei documenti non erano destinati a persone qualunque ma a tecnici che potevano ben comprenderne a pieno il significato. Ed infatti tutti i testimoni hanno confermato il fatto che avessero capito tutto e che non vi era alcun inganno».
Si è poi scoperto in dibattimento come “l’invenzione dei 600 posti” su cui ruota l’intera accusa sia stata in realtà una idea dell’ex assessore Armando Mancini poi redatta materialmente da un dirigente comunale: «con questo sappiamo allora che i 600 posti non sono stata una idea di alcuno degli imputati odierni e nemmeno è stata redatta da uno di questi».

«TOTO: OFFERTA VANTAGGIOSA PER IL COMUNE»
La Morgia ha elencato poi le caratteristiche dell’offerta della Toto spa dimostrando come l’offerta fosse di gran lunga migliorativa per il Comune e che dunque la commissione aggiudicatrice non poteva non decretarne la vittoria.

«3 MEMBRI SU 5»
Sul perché solo tre membri su 5 siano stati accusati e poi rinviati a giudizio il mistero è davvero fitto.
Le imputazioni vedono coinvolti l’architetto Pierpaolo Pescara, Antonio Dandolo e Luciano Di Biase componenti della commissione aggiudicatrice ma «come hanno confermato i testimoni la commissione ha deliberato sempre all’unanimità senza alcun distinguo da parte dei due altri membri che però il pm non ha ritenuto di indagare. Perché?»

«LA CORRUZIONE NON C’E’»
Altra questione connessa e prettamente tecnica sarebbe la mancanza della corruzione non tanto perché «si tratta di elargizioni frutto di amicizia che non può essere la scriminante della corruzione ma nemmeno la prova», ha detto La Morgia, quanto per il fatto che «il pm non avrebbe individuato il pubblico ufficiale che avrebbe adottato l’atto contrario alla legge per avvantaggiare i Toto».
Questione tecnica ma semplice: la corruzione prevede per forza un pubblico ufficiale che adotta l’atto contrario per avvantaggiare qualcuno in cambio di utilità. Le utilità in questo caso sarebbero i voli offerti da Toto («anche anni prima rispetto alla gara») ma D’Alfonso non ha alcun potere nella gara dell’area di risulta ed i pubblici ufficiali sono da individuare esclusivamente nei componenti della commissione aggiudicatrice «eppure a costoro –anche se 3 su 5- non è contestata la corruzione o il concorso in corruzione per cui arriviamo all’assurdo che D’Alfonso avrebbe guidato la mano della commissione che avrebbe avvantaggiato Toto che avrebbe corrotto l’ex sindaco senza contestare il concorso a chi ha sottoscritto l’atto amministrativo».
«E poi c’è Alfonso Toto che non ha mai pagato voli a D’Alfonso ma si trova imputato nel processo perché il suo nome è sulla lista Dezio ma nessuno della polizia giudiziaria si è premurato di capire perché le matrice degli assegni erano di Carlo e non di Alfonso e a che cosa sono serviti realmente quei soldi. E poi mi domando», ha aggiunto La Morgia, «perché contestare la corruzione solo a Toto quando un altro imprenditore, Giuseppe Spadaccini, ha poi fatto lo stesso offrendo aerei in cambio di sponsorizzazioni?».

«STESSA CONDOTTA ACCUSA DIVERSA»
Tra le argomentazioni di facile presa gli avvocati hanno sfoderato un’ analisi comparativa di due casi simili trattati diversamente dal pm che farebbero pensare ad un salto logico, una svista o un errore.
Nel caso delle accuse a Fabrizio Paolini (l’autista di D’Alfonso pagato dalla Toto) a questi viene contestato anche il concorso in corruzione poiché Toto arrecava utilità all’ex sindaco. Eppure anche il titolare dell’impresa Eredi Cardinale attraverso i suoi lavori alla villa di Lettomanoppello del sindaco ha arrecato vantaggio al pubblico ufficiale «sostenendone il prezzo della corruzione ma non concorre nella corruzione».

LA LOGICA DI COPPI
L’avvocato Franco Coppi in quasi due ore ha toccato in diversi punti argomentazioni già sviscerate dicendosi sicuro della innocenza dei suoi assistiti anche perché gli stessi consulenti del pm avrebbero di fatto smontato l’accusa «non ravvisando quegli elementi che avrebbero favorito Toto e sfavorito gli altri partecipanti». E poi «il pm lega la corruzione in un tempo antecedente alla seconda gara. Se quei voli fossero stati davvero il prezzo per essere favoriti perché non partecipare alla prima gara? Toto ha partecipato alla seconda ma D’Alfonso in più occasioni aveva invitato moltissimi imprenditori a partecipare. Perché lo avrebbe fatto se voleva favorire Toto? E poi come si fa a favorire una azienda prevedendo nel bando un requisito che questa non ha? Nella seconda gara addirittura l’impresa ha dovuto acquistare il requisito. Un modo molto strano di favorire una azienda».
Anche Coppi ha ribadito che dalle carte del bando, dalle testimonianze e dalle perizie non si può affatto evincere che vi siano prove che stabiliscano che l’amministrazione volesse favorire Toto.

Alessandro Biancardi