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Sentenza Parolisi, il giudice: «Salvatore è un attore che non si è mai pentito»

Tutto sulle motivazioni della sentenza. «Atteggiamento subdolo e violento»

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Salvatore Parolisi

Salvatore Parolisi

TERAMO. Il risalto mediatico riservato al caso dell’omicidio di Melania Rea ha rischiato di compromettere tutto.
E’ quanto sostiene il gup Marina Tommolini nelle 67 pagine di motivazioni della sentenza d’ergastolo inflitta a Salvatore Parolisi riconosciuto colpevole «oltre ogni ragionevole dubbio».
Una sentenza lunga ed articolata nella quale viene scritto il film del delitto così come si sarebbe svolto secondo il giudice. Un delitto «d’impeto» a causa di un no di Melania: Salvatore l’avrebbe vista nuda mentre faceva pipì, avrebbe tentato un approccio sessuale ma lei si sarebbe rifiutata. Da qui la rabbia di Salvatore che l’avrebbe colpita decine di volte con un coltello a serramanico. Poi due giorni dopo sarebbe tornato pure ad infierire sul corpo per sviare le indagini e cancellare possibili tracce.

«RISALTO MEDIATICO PERICOLOSO»
Quella che viene fuori dalla sentenza è una ricostruzione dei fatti che si discosta da quanto ipotizzato dalla procura ma anche dalle numerose ricostruzioni giornalistiche che per mesi hanno affollato intere trasmissioni televisive. E proprio l’eccessivo risalto mediatico, sostiene il gup, «ha contribuito a rendere le indagini più difficoltose, fomentando iniziative da parte di "collaboratori di giustizia", "veggenti", "mitomani" tanto da portare addirittura alcuni soggetti ad autoaccusarsi del terribile omicidio».
Per il gup «pur essendo il diritto all'informazione da rispettare, a fronte di un omicidio, sarebbe auspicabile che venisse rispettato il segreto istruttorio potendo le notizie apprese riverberarsi inconsapevolmente sulle persone informate sui fatti le cui dichiarazioni sono, soprattutto in un processo indiziario, di enorme rilevanza». Per questo le dichiarazioni ritenute attendibili sono quelle «rilasciate in prossimità dei fatti» perché «più genuine».

«PAROLISI E’ UN ATTORE»
Nella decine di pagine di motivazioni il giudice ricostruisce l’immagine di Parolisi: «ha una incredibile memoria - tipica di un "attore"», scrive Tommolini che sottolinea anche l’abitudine del militare di «disperarsi ma senza lacrime -caratteristica piuttosto ricorrente e ben riscontrabile in tutte le trasmissioni alle quali ha partecipato».
Ma per il giudice Salvatore era anche una ‘vittima’ di Melania: «la donna (innamorata ma decisa) doveva aver adottato un (comprensibile e forse inconsapevole) atteggiamento di "rimprovero" nei confronti del Parolisi, "controllandolo" e facendolo vivere in una sorta di "sudditanza" morale e fisica».
Una versione confermata dallo stesso Parolisi nel corso di una intercettazione con lo zio: «oltre ad ammettere i propri tradimenti aveva confidato che Melania lo "umiliava" tutti i giorni rinfacciandogli il tradimento». Parolisi avrebbe inoltre raccontato che la moglie «lo aveva talmente stressato a causa della sua relazione extraconiugale da farlo ricorrere ad una visita medica per un problema agli occhi ed alla testa».

COSA E’ ACCADUTO IL 18 APRILE
Per il giudice Melania e Salvatore escono di casa alle 14,20 e vanno a Colle San Marco dove arrivano alle 14.40. La piccola Vittoria gioca alle altalene dei "grandi", lì dove è stata vista da un testimone che nota pure l’abbigliamento un po' troppo estivo di Parolisi. Poi la donna, infastidita dal fatto che le giostre erano sporche e quelle dei grandi erano pericolose, avrebbe proposto al marito di andare al chiosco della pineta, «curiosa di conoscere i luoghi dove si addestrava il marito».
«La donna e la piccola (probabilmente messasi a piangere)», scrive ancora il gup, «si sono incamminate verso l'uscita posta sulla staccionata dove il marito le ha raggiunte con l'auto e, quindi, sono partiti per la nuova destinazione dove sono arrivati tra le 15:00/15:05. Lì, « essendo la temperatura meno mite Parolisi avrebbe indossato sopra gli abiti che aveva il pantalone militare e la relativa casacca in goretex che aveva nello zaino, munendosi di un coltello a serramanico forse per cercare un albero della cuccagna da portare alla suocera o forse per tagliare un qualcosa da mangiare che Melania aveva portato per la merenda della bambina»

IL RIFIUTO E L’OMICIDIO
Lì la giovane avrebbe avuto necessità di fare pipì e si sarebbe appartata dietro al piccolo bar e «il marito, vedendola seminuda, verosimilmente si è eccitato, avvicinandola e baciandola per avere un rapporto sessuale». Il no di Melania, pronunciato con parole dure, avrebbe scatenato la reazione del caporalmaggiore, che «ha reagito all'ennesima umiliazione, sferrando i primi colpi».

L’ERRORE CLAMOROSO
A questo punto Parolisi avrebbe «recuperato in fretta tutto ciò che avrebbe potuto "incastrarlo", soprattutto gli abiti che indossava sopra ai suoi, gli scarponcini, il coltello ed i guanti, e, conoscendo il luogo, li ha nascosti. Ha fatto, quindi, squillare il cellulare della moglie (ore 15.26.28) e, dopo essersi accertato di dove fosse, se n'è andato».
A questo punto, però, il giudice inserisce un errore clamoroso scrivendo che Parolisi va via alle 14:30. Ma poco prima aveva collocato l’omicidio alle 15.05. Questo errore darà adito sicuramente ad un ricorso per errore materiale.

INIZIA LA SCENEGGIATA
Dopo l’omicidio il giudice sostiene che sia cominciata la lunga sceneggiata di Parolisi: «torna a Colle S. Marco ed inventare la storia della scomparsa improvvisa di Melania. Lungo il tragitto ha effettuato altre telefonate alla moglie perché utili all'alibi che stava elaborando , ed ha raggiunto il Bar Sega' alle ore 14:45 circa, dove ha iniziato a recitare, dando la propria (necessariamente frettolosa) versione dell'accaduto, fatta di un misto tra il reale e l'inventato, non riuscendo, tuttavia, a dissimulare l'enorme tensione in cui versava».
Questa ricostruzione, sostiene ancora il giudice, è stata possibile ricostruirla proprio grazie al militare che «pur essendo bugiardo, non ha avuto il tempo di proporre una tesi del tutto avulsa da quanto effettivamente verificatosi e, con la propria condotta e le proprie dichiarazioni, l'ha inconsapevolmente e gradatamente fatta trasparire».

IL 20 APRILE E’ TORNATO
E mentre tutti cercavano Melania, ufficialmente scomparsa, il marito sarebbe pure tornato sul luogo del delitto «molto probabilmente la mattina del 20 Aprile», scrive il giudice: «ha "ripulito" la zona ed ha recuperato ciò che lo comprometteva effettuando anche il vilipendio».
Secondo il giudice Parolisi avrebbe usato la parte terminale del manico dello stesso coltello «ed usando gli stessi guanti» e avrebbe inserito tra i disegni anche una svastica «con il probabile scopo di indirizzare i sospetti contro il gestore del chiosco (ben conosciuto e notoriamente nostalgico del fascismo)». Poi avrebbe completato l'opera «"cospargendo" in giro materiali vari e "vecchi" (la siringa conficcata nel petto e un laccio emostatico). Dopo aver appreso del rinvenimento del cadavere, ha inventato il rapporto sessuale avuto con Melania proprio dietro al chiosco con lo scopo non di rendere plausibile la presenza delle proprie tracce».

«NON SI E’ MAI PENTITO»
Per Tommolini l’uomo è «colpevole oltre ogni ragionevole dubbio» e non ha mai mostrato pentimento. Durante il processo «ha assistito in disparte e "silente" (anche sotto il profilo dei normali saluti, quali un "buongiorno" o un "buonasera" che normalmente si pronunciano a chi entra o esce da un'aula di giustizia». Ha preso la parola solo una volta in un «ennesimo tentativo di inquinamento probatorio».

«IMPROVVISO ATTACCAMENTO ALLA FIGLIA»
Il giudice mostra dubbi anche sull’«improvviso attaccamento alla figlia», un attaccamento che «desta più di un sospetto di autenticità». «Evidentemente, nel ruolo che sta recitando, la piccola (che potrebbe peraltro aver assistito a tutto o a parte dell'omicidio, per cui è l'unico potenziale teste oculare) gli è utile per fornire l'immagine del padre premuroso (pur essendo rimasto assente, per non ben spiegate ragioni, persino quando è nata)».
Ma Parolisi viene descritto anche come particolarmente «violento e subdolo», per cui il giudice ha ritenuto necessario applicare, oltre alle pene accessorie indicate «anche la libertà vigilata, per un periodo che stimasi congruo determinare in anni due, stante la pericolosità sociale».

Alessandra Lotti