DENTRO LA DECISIONE

Sentenza Ciclone: tutti scontenti. I dubbi in attesa delle motivazioni

L’ex sindaco: «il ‘sistema Montesilvano’ non esiste»

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Sentenza Ciclone: tutti scontenti. I dubbi in attesa delle motivazioni

In aula durante il processo

PESCARA. Forse era inevitabile che un processo così vasto e complesso e indagini così importanti, che sono andate a toccare poteri politici locali, dovessero scontentare tutti.
Perché le pene irrogate ieri, benchè pesanti, lasciano poi il posto a molti aspetti che invece sono caduti nella sentenza di ieri del collegio presieduto da Carmelo De Santis.
I cinque anni all’ex sindaco di Montesilvano, Enzo Cantagallo, sono una pena elevata se si pensa che il pm Gennaro Varone ne aveva chiesti sei. Dunque quasi come da richiesta dell’accusa? No, perché del complesso castello accusatorio sono rimasti in piedi pochi pilastri che rendono quasi irriconoscibile i resti della costruzione, come crollata dopo un terremoto.
In queste condizioni l’appello è scontato per tutti.
E’ vero che a subire condanne sono stati gli ex amministratori pubblici (sindaco, assessori e tecnici) accusati peraltro di reati gravissimi come la corruzione, il falso e l’abuso, ma escono indenni quasi tutti i costruttori e quasi tutte le ditte coinvolte che sarebbero state avvantaggiate dagli stessi amministratori.
Il colpo più duro per l’accusa è quello della caduta della associazione a delinquere che può oggi far dire (e lo ha detto) all’ex sindaco Cantagallo che «il sistema Montesilvano non è mai esistito». Dunque la sentenza di primo grado deve far pensare ad eventi isolati di corruzioni e slegati tra loro come se le diverse componenti (politiche e tecniche) non avessero legami e non avessero avuto un disegno comune.
Molti aspetti si chiariranno per forza di cose con le motivazioni che saranno rese note in 90 giorni.
Da lì si capirà da quali presupposti sono scaturite le decisioni dei giudici.

IL PESO DELLA CONFESSIONE DI BRUNO CHIULLI
Dalla lettura del dispositivo si può facilmente evincere come alcune delle corruzioni accertate siano in realtà il frutto della confessione dell’imprenditore Bruno Chiulli che ha patteggiato la pena davanti al Gup. Un provvedimento che difficilmente il tribunale di Pescara poteva ignorare. Se Chiulli ha confessato di dare mazzette agli amministratori quegli stessi, per rigore di logica, devono essere colpevoli di averle accettate o richieste.

CANCELLATE LE ACCUSE SUI «REGALI» DELLE VOLUMETRIE
Per ora rimangono dubbi, per esempio, sul perché siano cadute tutte le accuse inerenti i fatti dell’aumento delle volumetrie, del raddoppio e degli scomputi metrici, degli accordi di programma con i privati in cambio di opere pubbliche dislocate in aree diverse dalla zona della speculazione edilizia. Insomma tutti gli aspetti legati alle presunte irregolarità edilizie (pareva che Montesilvano fosse diventata la capitale e lo stereotipo dell’illecito del mattone) di colpo non ci sono più. Tutto regolare? Si vedrà (dalle motivazioni e dal secondo grado), forse oggi è però un azzardo affermare che è tutto ok e che la giunta Cantagallo «ha lavorato solo per il bene della città» come pure ieri ha detto a caldo l’ex sindaco.
Che cosa allora non ha funzionato?
Le indagini lacunose (ipotesi pure ammissibile vista la scarso numero di uomini impegnati a fronte della vastità e complessità della materia)? E’ stata la materia urbanistica troppo complessa e difficile da “rendere” in dibattimento? Ci sono state davvero sviste eclatanti?
Di certo hanno fatto una buona presa molte delle motivazioni delle difese, un drappello di avvocati che ha scatenato una gragnuola di colpi fin dall’inizio del processo contro il pm Gennaro Varone ed il suo lavoro, coadiuvato dagli ispettori della Squadra Mobile Nonni e Pavone che hanno cercato in tutti i modi di neutralizzare tutte le argomentazioni.

ATTACCHI E CALUNNIE
Non hanno giovato gli attacchi ripetuti fino all’ultimo respiro (persino pochi secondi prima di chiudere il dibattimento) contro la procura la quale non ha lesinato risposte dure per difendere il proprio operato. Anche la polizia è stata pesantemente messa sotto attacco.
Ed è qui un ulteriore aspetto delicatissimo e denso di ombre in attesa delle motivazioni.
Ieri in aula c’era, per ascoltare la lettura del dispositivo, buona parte della Squadra Mobile di Pescara che ha indagato per anni sotto la direzione di Nicola Zupo. I poliziotti erano lì anche per sapere come i giudici avessero recepito la brutta vicenda privata messa in pubblico dallo stesso Cantagallo relativa alla presunta relazione con la moglie del poliziotto e dunque sui motivi di rancore e vendetta che avrebbero scaturito l’inchiesta Ciclone.
Ed è su questo punto che i giudici sembrano aver dato ragione a Cantagallo assolvendo tutti gli imputati dal reato di calunnia per aver scritto un esposto anonimo dove si lanciavano illazioni pesanti sui rapporti personali, supposti interessi privati dell’ispettore Nonni, l’amicizia di Zupo con l’architetto Colangelo (acerrimo nemico di Cantagallo).
«Il fatto non sussiste». I giudici non credono che gli imputati abbiano scritto l’anonimo? Non ci sono prove sufficienti oppure lo scritto non calunnia perché dice cose vere? Cosa pensano i giudici?
Potrebbe esserci un’ulteriore ipotesi che potrebbe far pensare che il collegio ritenga false le accuse dell’anonimo ma che il reato non sia quello di calunnia ma quello eventuale di diffamazione che non può essere azionato d’ufficio ma dalla parte offesa.
Potrebbe essere questa la linea che seguiranno i giudici nella motivazione anche perché nell’ipotesi che abbiano creduto alle illazioni e alla storia extraconiugale si dovrebbe ammettere logicamente per forza che diversi testimoni in aula abbiano detto cose false, con implicazioni gravissime che però dovevano essere già inserite nel dispositivo di ieri. Cosa che però non è avvenuta.
La sintesi migliore sull’argomento però forse l’ha fatta proprio uno degli avvocati difensori che ha riassunto il problema così: «puoi raccontare tutte le favole che vuoi ma se c’è il morto, bisogna trovare l’assassino… e qui il morto c’è». Come dire: dato anche per vero quello che racconta Cantagallo se le tangenti ci sono, ci sono; il resto sono particolari di un quadro che potrebbero non essere così deteriminanti.

ARRESTI E SISTEMA MONTESILVANO
C’è poi la parte relativa agli arresti eclatanti che scattarono nel 2006 e per tre volte scossero la città di Montesilvano man mano che le indagini andavano avanti. Buona parte di quegli arresti furono giustificati anche dalla accusa di associazione a delinquere la quale nel tempo ha, secondo la procura, mutato componenti. Ora l’associazione, dicono i giudici, non c’è, non è provata ed è facile ipotizzare le reazioni degli arrestati di allora.
Facile immaginare i pensieri, per esempio, del capo di gabinetto di allora, Lamberto Di Pentima, avvocato, che pure fu arrestato per aver ordito e scritto l’esposto anonimo. Il fatto però oggi non sussiste: arresti illegittimi?

LE FUGHE DI NOTIZIE
Bisognerà capire dalle motivazioni cosa i giudici diranno dell’altro argomento spinoso e mai chiarito: le fughe di notizie. Perché è un fatto accertato e mai contestato che appena una settimana dopo dall’avvio dell’inchiesta, gli indagati erano a conoscenza dell’indagine. Chi li abbia avvertiti rimane un mistero. Anche il poliziotto Salvatore Colangelo, che secondo l’accusa avrebbe saputo che Cantagallo conosceva l’inchiesta, è stato assolto «perché il fatto non costituisce reato» ma nel dibattimento molto è stato detto sull’argomento. Diversi testimoni, infatti, hanno parlato di legami degli imputati con parti della polizia e della questura ma anche della magistratura. Tutti questi personaggi a vario titolo hanno sfiorato gli indagati di allora ma giocando ruoli secondari e non rilevanti poiché nessuna incriminazione formale è mai stata mossa. I fatti però restano come probabilmente alcuni misteri ben protetti nei santuari inviolati della politica locale.

Alessandro Biancardi