Processo Ciclone. Milia: «accanimento di polizia e procura contro Cantagallo»

Il 28 dicembre attesa la sentenza

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Milia e Cantagallo

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PESCARA. E’ ormai arrivato davvero alle battute finali il processo "Ciclone" su presunte tangenti negli appalti pubblici al Comune di Montesilvano.

L'udienza di ieri davanti al tribunale collegiale di Pescara è stata caratterizzata dall'arringa difensiva dell'avvocato Giuliano Milia, legale dell'ex sindaco Enzo Cantagallo (ma anche di Lamberto di Pentima, Attilio Vallescura e Gianni Paglione), che ha parlato a lungo per cercare di smontare il teorema accusatorio e convincere i giudici della propria tesi.
La sentenza è prevista per venerdì 28 dicembre prossimo se non vi saranno imprevisti o lungaggini che costringeranno il collegio presieduto da Carmelo De Santis (lo stesso di Sanitopoli) a rimandare tutto al 2013.
L’inchiesta Ciclone è stata la prima grande inchiesta sulla pubblica amministrazione con gli arresti del novembre 2006 (quasi contemporanei all’altra grande inchiesta denominata “Bomba” sulla finanziaria regionale, Fira). E’ anche il primo grande processo che arriva al dunque e ad una prima decisione che segnerà una tappa, comunque fondamentale, per poter guardare alla nostra storia locale recente.

VELENI E ATTACCHI
Il processo Ciclone, così come le indagini, sono state anche un evento caratterizzato da subito da molti veleni e forze contrastanti che hanno sempre aleggiato dietro le quinte; non si sono mai centellinati gli attacchi diretti a polizia e procura, non sono mancati momenti molto bassi («che non avrei mai voluto fossero messi in piazza», ha ripetuto ieri Milia), testimoni ritenuti infedeli, mendaci e subito indagati. Non è mancata nemmeno una indagine bis su alcuni imputati di questo processo. Una indagine che avrebbe svelato come il gruppo sia ancora attivo e, secondo la procura, si sia dato da fare per ammorbidire certi testimoni o informarsi su alcuni investigatori per chissà quale ragione.
Imputati agguerriti contro tutti (certi giornali inclusi) per essere stati messi nell’occhio del Ciclone, il loro, da ormai sei anni e si dicono tutti innocenti, ognuno per sé. Solo fra una settimana potremo sapere se la verità processuale sarà più aderente alla tesi accusatoria o a quella assolutoria.

PROCEDURA, COMMI, INTERPRETAZIONI, LOGICA
L’arringa difensiva più attesa era quella dell’avvocato dell’ex sindaco Enzo Cantagallo, Giuliano Milia, che difende anche altri imputati ex assessori della giunta comunale che con estrema chiarezza e a volo di uccello ha trattato solo alcuni punti di una memoria più composita, consegnata ai giudici.
Per iniziare Milia ha toccato l’argomento più delicato del processo quello della presunta relazione di Cantagallo con la moglie di Zupo, capo della Mobile che ha indagato asserendo che le indagini sono state viziate dall'astio dell'architetto Colangelo e dell'ex dirigente della squadra mobile di Pescara Nicola Zupo.
Il difensore ha ribadito di essere stato contrario all’inizio a trattare l’argomento intimo ma poi si sarebbe visto costretto dalle circostanze ed è stato dunque obbligato ad affrontarlo per poter difendere fedelmente il suo assistito. Milia ha citato diverse intercettazioni dalle quali si evincerebbero circostanze precise della vita privata del poliziotto e della moglie, capo dei vigili a Montesilvano, il che spiegherebbe comunque un rapporto molto stretto con l’ex primo cittadino. La tesi rimane quella di un accanimento personale che avrebbe poi generato una serie di conseguenze abnormi, non ultime le testimonianze poco aderenti al vero di alcuni poliziotti che non si sarebbero accorti della relazione.
Anche se Zupo propose e spinse per il suo esonero dalle indagini, i suoi uomini avrebbero fatto squadra indagando con accanimento per difendere il loro capo dagli attacchi. «Anche il fatto che oggi sono qui», ha detto Milia riferendosi ai poliziotti Pavone e Nonni, al fianco del pm Gennaro Varone, «dimostra che c’è un attaccamento emotivo a questo processo che deve raggiungere il risultato da loro sperato».
Il legale ha poi rispolverato «la minaccia» dello storico nemico di Cantagallo, Aurelio Colangelo, che avrebbe detto «ti faccio mettere il pigiama a strisce» e dal quale sarebbero giunti input alle indagini.
Di accanimento Milia ha parlato anche attaccando l’impianto accusatorio e criticando la scelta del reato di associazione a delinquere («che ci sta sempre bene ed ha il suo impatto emotivo»). L’avvocato ha detto che è sembrato quasi che lo scopo a monte fosse quello di trovare una associazione a delinquere per forza e solo poi si sarebbe «andati alla affannosa ricerca delle prove». E questo sarebbe provato dall’andamento “ondivago” e mutevole della composizione della associazione a delinquere, una squadra che nelle carte del pm è cambiata dal 2006 fino all’ultima imputazione con la richiesta del giudizio.
La prima formulazione dell’accusa del 2006 è contenuta nella prima ordinanza di arresto ed in quella occasione l’associazione a delinquere –ricostruisce Milia- è formata da 5 persone tra cui Cantagallo. Succede però che nel corso delle indagini 4 persone ne escono «per cui», ha fatto notare il difensore, «alla fine dei conti risulta che Cantagallo è stato arrestato per una associazione di cui lui è l’unico componente». Con la seconda ordinanza di arresto i componenti dell’associazione cambiano ancora e l’imprenditore Chiulli viene accusato di corruzione ma non fa parte dell’associazione. Con la terza ordinanza entrano a far parte anche i costruttori tra cui lo stesso Chiulli che prima non c’era. Con la fine delle indagini l’associazione viene ridotta ulteriormente e il pm decide di prosciogliere tra gli altri anche l’ex sindaco Renzo Gallerati che pure è entrato ed uscito dall’associazione a delinquere presunta facendo retrodatare la nascita del gruppo di azione ad anni precedenti al 2004. Particolari che secondo la difesa evidenzierebbero una realtà ricostruita fortemente fragile perchè mutevole nel tempo, dunque imprecisa.
Ma anche notazioni tecniche che tuttavia giuridicamente hanno un peso poiché il codice prevede che vi siano prove che “certifichino” la nascita, l’azione, i luoghi in cui si compiono i presunti reati del gruppo. Invece queste prove per la difesa sarebbero carenti ritenendo al contrario che non vi sia alcuna associazione a delinquere.

OTTIMI AMMINISTRATORI
Niente tangenti ma soprattutto ottimi amministratori, tutti volti «al bene comune e all’interesse pubblico». Sono queste le caratteristiche attribuite da Milia ad i suoi assistiti che avrebbero avuto anche una ottima competenza tecnica ed avrebbero agito nell’esclusivo interesse pubblico e per questo non può esistere alcuna associazione a delinquere. Anche il rapporto con i costruttori è stato spiegato come un merito visto che il patto di stabilità ingessava i comuni che non potevano disporre di liquidità nemmeno per gli eventi improvvisi. Ecco perché allora a Montesilvano si è fatto grande uso degli accordi di programma con i privati: «era l’unica possibilità di avere opere pubbliche». Come già accaduto sono state contestate anche le norme tecniche di riferimento per alcuni reati inerenti l’edilizia, la loro interpretazione o in alcuni casi sarebbe stato contestato un reato commesso prima della entrata in vigore della legge che lo prescrive.

TESTIMONI E INCHIESTE SUI TESTIMONI
E’ stato, come detto, anche il processo dei presunti testimoni infedeli o viziati sui quali pendono ancora indagini che dovranno stabilire se davvero abbiano ritrattato la loro precedente verità in seguito a pressioni esterne. Anche su questo aspetto Milia ha criticato l’operato del pm e della corte poiché «di solito l’invio degli atti alla procura avviene alla fine del dibattimento perché è qui che si forma la prova e perché solo alla fine voi giudici potete valutare l’eventuale attendibilità di un testimone». Milia ha inoltre contestato («sarà stato un caso») che le indagini (quelle che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Guglielmo Di Febo e Cantagallo) sono state affidate dalla procura allo stesso pm Varone, il quale a sua volta le ha affidate alla Squadra Mobile, la stessa contestata durante questo processo.
C’è poi stato un ampio capitolo trattato di volta in volta da tutti i difensori sulle intercettazioni, la loro trascrizione, la presunta parzialità di quelle ritenute rilevanti e quelle tralasciate («perché non fanno gioco al teorema accusatorio»).
Contestazioni a investigatori e inquirenti anche nella gestione dei testimoni e nei metodi utilizzati per acquisire le informazioni, ricordando che almeno in un caso una testimone ha accusato i poliziotti di averla maltrattata.
Tante contestazioni tecniche e giuridiche che mirano a indebolire e a far crollare lo stesso impianto procedimentale, ma anche tante critiche “di scenario” che hanno prodotto e accompagnato questo processo diverso dagli altri.

Alessandro Biancardi