IL PROCESSO

Processo Housework, pm chiede 6 anni di carcere per D’Alfonso

Chiesta anche interdizione perpetua dai pubblici uffici e confisca beni

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Dezio e D'Alfonso

 

Il processo, arrivato alle battute finali (la sentenza è attesa tra gennaio e febbraio) è quello su presunte tangenti che il 15 dicembre 2008 portò all’arresto dell'allora sindaco di Pescara e si focalizzò sui lavori pubblici, tra cui quelli riguardanti i cimiteri e l'area di risulta, e sulla pubblicità istituzionale ed è cominciata verso la fine del 2007 grazie ad una segnalazione giunta in procura che indicava un certo numero di certificati anagrafici esenti da imposte stampati per motivi ignoti.

Questa mattina la pubblica accusa ha chiesto 6 anni di carcere per Luciano D’Alfonso e la confisca degli immobili, presumibilmente la villa di Lettomanoppello.

I reati contestati sono corruzione, concussione, associazione per delinquere, appropriazione indebita, truffa e peculato.
La cosa che potrebbe gravare di più sul futuro dell'ex amministratore pubblico è però la richiesta di interdizione perpetua dai pubblici uffici. Qualora venisse accettata questa richiesta potrebbe dunque decretarsi la  fine politica dell’ex sindaco che non ha mai nascosto di desiderare fortemente di tornare in politica da protagonista.   
Durante le richieste lo sguardo di D’Alfonso è rimasto fisso sul pubblico ministero ma la sua espressione non ha lasciato trapelare alcun tipo di emozione.
Prima delle richieste di condanna il pubblico ministero ha parlato ampiamente e dimostrato come, secondo lui, oltre ai vari reati, si sia consumata una vera e propria associazione a delinquere dove i vari imputati agivano per nome e per contro di D’Alfonso. La «squadra d’azione» dell’ex sindaco si sarebbe mossa, secondo l’accusa, non per ottenere vantaggi personali ma per favorire solo ed esclusivamente l’ex amministratore pubblico.  

Sei anni sono stati chiesti anche per Guido Dezio, l'ex braccio di D'Alfonso, accusato di concussione, tentata concussione,corruzione, abuso, associazione per delinquere, truffa, appropriazione indebita.

LE ALTRE RICHIESTE
Le altre richieste:  Giampiero Leombroni 3 anni, Alfonso e Carlo Toto 2 anni e 6 mesi, Marco Mariani 2 anni,  Giampiero Finizio 2 mesi, Pierpaolo Pescara 1 anno, Marco Molisani 1 anno,  Pietro Colanzi 1 anni e 6 mesi,  Fabrizio Paolini 1 anno e 6 mesi, Marco Presutti 1 anno, Rosario Cardinale 2 anni, Giacomo Costantini 1 anno e 6 mesi, Nicola Di Mascio 1 anno e 6 mesi, Enzo Perilli 1 anno e 6 mesi, Massimo De Cesaris 2 anni e 6 mesi,  Angelo De Cesaris 2 anni e 6 mesi, Francesco Ferragina 2 anni, Luciano Di Biase 1 anno e 6 mesi,  Vincenzo Cirone 1 anno e 8 mesi, Alberto La Rocca 2 anni e 6 mesi,  Antonio Dandolo 2 anni.
Un paio di capi d’imputazione si sono prescritti e per altri minimi è stata chiesta l’assoluzione perché il fatto non sussiste.
Al momento l’udienza è stata sospesa per pochi minuti per poi lasciare il turno alle difese.

IL NODO DELL’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Tra i reati più gravi contestati nel processo c’è l’associazione a delinquere la quale avrebbe avuto il fine di «piegare l’amministrazione pubblica ai desideri di D’Alfonso».
Sarebbe quest’ultimo ad aver avuto un tornaconto personale. Dell’associazione farebbero parte diversi imputati ma quello che si è perso nel lungo dibattimento è stato il filo, il legame, la logica comune che dovrebbe legare i diversi fatti contestati (appunti nell’associazione) che sono emersi come irregolarità amministrative.
Una cosa che deve aver notato anche il pm che nelle sue conclusioni ha evidenziato alcune cose che dovevano, forse, avere il senso suggestivo della chiusura ad effetto, come chi dopo aver pensato al regalo lo confeziona annodando con perizia il fiocco appariscente.
«Perché Giampiero Leombroni, Pierpaolo Pescara, Vincenzo Cirone, Marco Presutti, Antonio Dandolo, pubblici ufficiali e dipendenti del Comune avrebbero dovuto commettere illeciti a fronte di nessun loro personale tornaconto?», ha domandato Varone al collegio chiarendo subito che tutto veniva fatto «per conto di D’Alfonso che era l’unico ad avere il reale vantaggio».
Dunque si tratta di una serie di fatti solo apparentemente slegati tra loro che, invece, dovrebbero essere contestualizzati in un unico scenario organico, con certe regole, certi sottintesi chiari perché inutili da ribadire ogni volta.  
Ognuno, per la sua parte, avrebbe compiuto un passo verso l’unico progetto ‘criminale’ tanto da far dire al pm che non si tratta di reati singoli, magari aggravati o reiterati, ma di una «progressione criminosa», appunto piccoli passi di un unico cammino.
Per la stessa ragione Varone ha parlato di «accordo permanente» per far notare al collegio che non c’era bisogno ogni volta di ribadire l’accordo o lo scambio ma di un unico accordo che era alla base di ogni azione o delitto. In questa ottica il pm ha spiegato l’evidente sproporzione tra la dazione promessa o data (spesso poche migliaia di euro) a fronte di appalti milionari.
«L’inchiesta non ha mai avuto lo scopo di scandagliare tutta l’azione amministrativa di D’Alfonso perché sarebbe stato impossibile», ha spiegato Varone, «ma i fatti che sono oggetto di questo processo sono solo poche emersioni, a volte non apparentemente legate o coerenti con la prestazione richiesta. Per questo non si deve pensare che la dazione che in alcuni casi abbiamo individuato sia l’esatta contropartita di quel determinato appalto ma solo una, quella che abbiamo scoperto noi, che deve evidenziare il modo di operare».
Insomma, sembra dire il pm, occorre una visione di insieme e non focalizzarsi troppo sui singoli episodi, bisogna guardare il film e non i fotogrammi per capire la storia. Per ritornare alla metafora della «squadra d’azione» bisogna scrutare le azioni di gioco di ogni singolo giocatore ma occorre una visione di gioco ampia e scovare gli “schemi” tracciati dall’allenatore (D’Alfonso).
Ragionamento logico che si vedrà se avrà conquistato il collegio ma che sarà duramente contestato dai difensori che invece bolleranno come “assurda” l’idea di “non andare troppo per il sottile”,  non valutare caso per caso e faranno notare come proprio la sproporzione delle dazioni sia alla base della innocenza degli imputati che non potevano essere corrotti per cifre irrisorie ed in mancanze di altre prove in molti chiederanno l’assoluzione per i propri assistiti.
Varone ha poi evidenziato le difficoltà di ricostruire fatti con testimoni poco attendibili e la scarsa collaborazione avuta dai cittadini.

IL COMUNE:«DANNI INCALCOLABILI CHE PAGANO ANCORA OGGI I CITTADINI»
Il primo avvocato a prendere la parola dopo il pm è stato Claudio Di Tonno, per la parte civile del Comune di Pescara, che ha quantificato danni per circa 2mln di euro, cifra approssimativa e di massima perchè -come ha sottolineato il legale- è stato molto arduo il calcolo a fronte di un danno chiaro di immagine e di un danno patrimoniale che invece non sempre è possibile quantificare per mancanza di dettagli. Il danno sarà dunque valutato per la maggior parte in via equitativa dal collegio in caso di condanna.
Di Tonno ha parlato di un «anno di immagine oggettivo, causato da azioni di una gravità inaudita, per la loro modalità, persistenza, entità, che esplicano i loro effetti ancora  oggi». Come per esempio le tariffe dei cimiteri che «oggi sono di gran lunga superiori a quelle della gestione diretta del Comune a fronte di un ipotizzato accordo corruttivo con il titolare della società che ha vinto il progetto di finanza» (Delta costruzioni di Massimo e Angelo De Cesaris).
«Per questo», ha sollecitato il legale, «chiedo a questo collegio di disapplicare tutti gli atti oggetto del processo per ragioni di giustizia affinchè si possano interrompere gli effetti di tali azioni criminose per l'ente ed i cittadini».
Molto duro è stata Di Tonno quando ha parlato di D'Alfonso «persona che non si è resa conto della gravità delle sue condotte e nemmeno del processo scambiandola forse per una conferenza stampa o per un comizio politico. D'Alfonso è quello che rimane nelle retrovie perchè non è opportuno esporsi in prima persone e che si occupa dei grandi sistemi così come lui stesso ha detto».
Di Tonno ha poi evidenziato la gravità delle affermazioni dell'ex sindaco quando nel suo interrogatorio ha parlato del metodo utilizzato per aggirare il patto di stabilità che ingessava il Comune.
«E' lui stesso che racconta modalità che sono sanzionate dalla legge e che chiariscono che i numeri del bilancio del Comune sono falsati», ha detto. «Aveva capito che non doveva intervenire sulla ragioneria del Comune ma direttamente sulle imprese o sui direttori dei lavori per evitare che emettessero titoli di pagamento a cui il Comune non poteva sfuggire. E’ emblematico come un sindaco che si vanta di conoscere il capo della polizia, giuristi e altre persone importanti poi chiami a casa un dirigente e gli intimi di stracciare il mandato di pagamento».
«E' D'Alfonso stesso che ha detto che come amministratore ha sempre chiesto tanto quando è stato in Provincia, in Comune, all'Anas. D'Alfonso dice questo, che cosa chiede però lo stabilisca il collegio».
Alessandro Biancardi