SECONDO GRADO

Sentenza Fangopoli, scatta l’appello della procura per Di Vincenzo

Contestata l’assoluzione anche per Al Akhdar e Maurizio Pierangeli

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Sentenza Fangopoli, scatta l’appello della procura per Di Vincenzo


ABRUZZO. Chiusa ma non del tutto la vicenda Fangopoli che ha avuto al centro delle indagini svolte tra il 2007 ed il 2008 la gestione del depuratore di Pescara.

Un appalto gestito dall’Ato ed affidato alla ditta Dino Di Vincenzo ma che per la procura era stato viziato dal responsabile del procedimento, Alessandro Antonacci, che avrebbe utilizzato alcuni artifici per allontanare i potenziali concorrenti avvantaggiando di fatto la ditta vincitrice.
La sentenza vergata dal giudice Sergio Casarella (presidente Massimo De Cesare) invece ha assolto tutti i 19 imputati e smontato uno ad uno i capi di imputazione ravvisando a volte «illogicità» dell’accusa, altre volte contestando le interpretazioni giuridiche delle norme o le conclusioni dei periti della procura. La sentenza, ragionando sull’ipotetico vantaggio arrecato alla ditta Di Vincenzo, descrive una condotta di Antonacci che in realtà contrasterebbe con l’ipotesi di avvantaggiare la ditta. Sul capo di imputazione del trasporto illecito dei fanghi, invece, i giudici riportando recenti sviluppi normativi sostengono che la matrice di “fanghi velenosi” deve essere affibbiata agli scarti del depuratore che venivano trasportati a Navelli solo dopo i loro trattamento nell’impianto in provincia de L’Aquila e non dopo la loro fuoriuscita dal depuratore.
Al di là dei tecnicismi e delle visioni più che discordanti tra procura e giudici emerge ancora una volta una inchiesta rimpastata più volte che ha subìto gli interventi di molti soggetti tra i quali anche il gup che ha reimpostato qualche capo di imputazione e rigettato qualche archiviazione già proposta dal pm.
Ora, però, la procura propone appello solo per tre degli imputati che dunque dovranno ancora tenere il fiato sospeso per qualche mese in attesa della sentenza di secondo grado. Per gli altri invece sembra che i pericoli siano del tutto sfumati.
Il pm Gennaro Varone, che  ha già inoltrato il ricorso, contesta alcuni punti della ricostruzione della sentenza relativamente all’affidamento alla Dino Di Vincenzo spa.
Secondo il pm nel momento in cui Antonacci pubblicava  l’avviso,  l’Ato non era ancora nella  disponibilità del depuratore di Pescara, di proprietà comunale. Ma lo sarebbe stato solo alcuni mesi più tardi.
Si crearono per questo alcuni dissidi tra Ato, Aca e Comune che poi sparirono in seguito «ad accordi sottobanco tra i tre soggetti»
La sentenza inoltre fa presente che Antonacci avesse inserito nel bando di gara anche la attivazione del famoso fangodotto mai collaudato e messo in funzione cosa che era «sgradita» alla Di Vincenzo. Varone fa invece notare che  il tribunale non ha considerato che quella condizione aveva trovato applicazione per tutti tranne che per Di Vincenzo. Cioè quella condizione (per molti impossibile da realizzare perché il fangodotto era ormai “marcio”) avrebbe spaventato le eventuali ditte interessate mentre i fatti hanno dimostrato che poi quella incombenza è stata cassata una volta aggiudicato l’appalto. «Non un ostacolo per Di Vincenzo», scrive il pm nel ricorso, «al quale si è consentito di ignorarla, una volta aggiudicatagli la gara. Di Vincenzo ha, così, potuto partecipare a condizioni più favorevoli di quelle iscritte nel bando per gli altri concorrenti potenziali: senza assumere gli oneri conseguenti all’adempimento di quella condizione, valida per tutti, tranne che per lui. Evidentemente, l’imprenditore già sapeva di poter contare sulla compiacenza dell’autorità pubblica».
Maurizio Pierangeli viene definito «una sorta di faccendiere per conto della Di Vincenzo, gestore della Rafano Srl (società formalmente intestata alla moglie), ottiene dalla Di Vincenzo, in data 02/05/2005 un contratto di consulenza per il potenziamento dell’impianto di compostaggio  della Biofert per un importo di € 6000,00 mensili («molto probabilmente», scrive il pm, «un modo del gruppo di Vincenzo di sdebitarsi con la persona che gli aveva permesso di ottenere le autorizzazioni dell’impianto di compostaggio fondamentali per l’aggiudicazione della gara»).
Il pm fa inoltre notare che la Di Vincenzo conosceva elementi del bando di gara tempo prima anche perché sono stati riscontrati contatti frequenti tra Antonacci (responsabile del procedimento per l’Ato) e la dirigenza della Di Vincenzo.
Per quanto riguarda i reati ambientali il pm nel ricorso d’appello sostiene che la ditta di Navelli Biofert e le altre confluite nell’associazione temporanea non avrebbero avuto «alcuna capacità neppure potenziale di smaltire i fanghi provenienti dal depuratore» e che invece tali fanghi come emerso nel processo non potevano essere utilizzati in agricoltura ma di fatto «sono stati smaltiti con modalità assolutamente eccentriche rispetto alle previsioni normative: camuffato quello che è stato (di fatto) un indiscriminato ed arbitrario abbandono su terreno, sotto le mentite spoglie della (più nobile) attività di spandimento di fanghi o compost». Inoltre la Biofert «svolgeva un operazione di gestione di rifiuti al di fuori di una valida autorizzazione».
Che i rifiuti fossero smaltiti con procedure illecite il pm lo ribadisce ancora una volta ricordando la produzione documentale di un appunto di Maurizio Perangeli, consulente Di Vincenzo, e proprio a questi indirizzata: «tengo a rammentare di aver sempre sconsigliato di procedere allo smaltimento dei fanghi in agricoltura su terreni adiacenti all’impianto di compostaggio, memore delle esperienze sofferte in passato», si legge nell’appunto «tale comunicazione dimostra  che il Gruppo di Vincenzo», chiosa Varone, «nonché il suo amministratore delegato Giovanni Di Vincenzo fossero a  conoscenza delle illecite modalità di smaltimento di rifiuti».
Alessandro Biancardi