MISTERI SIDERALI

Ciapi, «bilancio sano e formazione in crescita, ma la Regione vuole chiuderlo»

L’assemblea sindacale: «ma quale crisi, ci sono solo responsabilità regionali»

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I sindacalisti

CHIETI. «Non accettiamo che la realtà e la storia del Ciapi vengano stravolte: la responsabilità della nostra crisi è tutta della Regione».

«Denunciamo la disinformazione che si sta attuando per preparare l’opinione pubblica “all’eutanasia” del nostro centro di addestramento professionale. Noi ci opponiamo a questa manovra e faremo di tutto per arrivare alla trattativa finale con le carte in regola: il bilancio che è attivo (addirittura è la Regione che non paga le sue quote) ed un Piano industriale che ripresenteremo in forma ancora più dettagliata. Insomma non ci saranno alibi per nessuno».
 E’ questo in sintesi il messaggio inviato alla Regione da parte dell’assemblea sindacale che si è svolta ieri mattina nei locali del Ciapi, con tutto lo stato maggiore sindacale Consfal, Cisl, Uil e Cgil. In realtà, nonostante i tentativi ripetuti di incanalare il dibattito sui binari della preparazione alla trattativa, gli interventi e la partecipazione totalitaria dei dipendenti hanno trasformato l’incontro in una dura requisitoria contro le amnesie e le inadempienze della Regione. Il tutto, secondo gli intervenuti, sembrerebbe «finalizzato ad asfissiare il Ciapi per dichiararlo incapace di operare, definendolo un “carrozzone” inutile e costoso, insomma un ente da sopprimere».
 Non è così, ha detto l’assemblea: «la Regione pretende che sul Ciapi non ci sia memoria – ha detto Piero Piermatteo, Confsal – ma chi non ha memoria non ha futuro e noi sappiamo bene che si chiede ai dipendenti di pagare colpe che non sono loro cancellando il nostro futuro».
 C’era però una domanda che aleggiava sul dibattito e che era il convitato di pietra dell’assemblea: chi farà la formazione professionale in Abruzzo, se chiude il Ciapi, il centro nato proprio con questa mission? Sta nella risposta a questa domanda la possibilità che il centro di Chieti scalo sopravviva. Se la Giunta regionale ha deciso di affidare la formazione ai privati, non ci sono margini di trattativa: si chiude e basta, cancellando la professionalità e le speranze dei quasi 50 addetti attuali ed una bella storia che ha accompagnato lo sviluppo industriale della Valpescara (e non solo). I timori e le proteste dei dipendenti hanno avuto la voce di Giovanni Placido, Adelaide Di Lisa, Veronica Terrei e di tanti altri: la Regione ha detto sempre no ad almeno tre piani industriali, l’ultima riunione anche con il nuovo Commissario Pino Mauro c’è stata il 24 ottobre scorso («c’ero anch’io», ha chiosato Cardo della Uil), adesso c’è la disponibilità – sollecitata anche da Giovarruscio (Cgil) – a riformulare un Piano industriale più dettagliato e completo o a farlo insieme anche alla Regione «perché non dobbiamo dare alibi a nessuno» ha aggiunto Traniello (Cisl). Ma una cosa è emersa con chiarezza: i dipendenti non possono e non debbono pagare l’irresponsabilità della Regione. Perché il paradosso è questo: il Ciapi ha un bilancio sano (su 3 mln di debiti ci sono quasi 2 mln di contenzioso che deve pagare la Regione, come l’altro mln di quota arretrata), il mercato della formazione è in crescita, c’è un patrimonio edilizio, ma la Regione si vuole sfilare e lascia scorrere il tempo nell’inazione più assoluta. La domanda che i dipendenti pongono è perciò questa: c’è la volontà politica della Giunta e dell’assessore Paolo Gatti per salvare il Ciapi? Oppure il tentativo di procrastinare le soluzioni che sono a portata di mano nasconde una decisione già presa e cioè la chiusura?
«Noi porteremo al tavolo delle trattative un piano industriale inattaccabile e particolareggiato – hanno sottolineato i sindacati – e saremo credibili su cosa farà il Ciapi sul mercato della formazione».
 Il pericolo però è che non ci sia peggior sordo di chi non vuol sentire.
Sebastiano Calella